Di seguito una interessante questione in tema di esecuzione in forma specifica di un contratto preliminare a seguito della quale, è stata emessa, ex art. 2932 c.c., una sentenza costitutiva degli effetti del contratto definitivo.

I fatti di causa

Nella fattispecie in esame la parte che agiva nell’interesse del promissario acquirente, contestava l’inadempimento di controparte agli obblighi derivanti dalla sottoscrizione di un preliminare di cessione di ramo d’azienda per persona da nominare, per la mancata stipula del contratto definitivo chiedendo, ex art. 2932 c.c. il trasferimento del ramo d’azienda .

Ed invero, in forza della suddetta norma se colui che è obbligato a concludere un contratto non adempie l’obbligazione, l’altra parte, qualora sia possibile e non sia escluso dal titolo, può ottenere una sentenza che produca gli effetti del contratto non concluso.

In quel caso era stato indicato il termine per la firma del definitivo previo pagamento del prezzo da corrispondersi ratealmente, con facoltà, tuttavia, per il promissario acquirente, di saldare lo stesso anche anticipatamente rispetto alle scadenze pattuite.

Si dava, altresì, atto di una più complessa vicenda nell’ambito della quale, fin da prima della sottoscrizione del definitivo, la nostra assistita poteva gestire il ramo d’azienda in forza di altro contratto, per il quale erano previsti dei canoni .

Per tale ragione, nelle more della scadenza del termine per la stipula del definitivo, erano insorte tra le parti delle contestazioni in ordine alla specifica imputazione delle somme versate e, quando la promittente venditrice aveva ingiustificatamente rifiutato di ricevere il pagamento delle rate di prezzo al solo fine di paventare un inadempimento della nostra assistita per risolvere il contratto e trattenere le somme corrisposte a titolo di penale, la promissaria acquirente aveva convocato controparte per la stipula del definitivo dinanzi al notaio.

In corso di giudizio

A fronte della domanda, controparte si costituiva in giudizio adducendo a ragione della mancata sottoscrizione del contratto definitivo un presunto inadempimento della società nostra assistita che avrebbe, a suo dire, comportato la risoluzione dello stesso preliminare.

In primo luogo, la convenuta contestava l’esatta quantificazione del prezzo stabilito, adducendo che il corrispettivo concordato tra le parti fosse superiore a quello versato dalla promissaria acquirente, in virtù dell’esistenza di una scrittura integrativa in forza della quale sarebbe stata dovuta una ulteriore somma a titolo di prezzo per la cessione.

Parte convenuta riferiva l’inadempimento della promissaria acquirente, anche con riferimento ad un ulteriore contratto, collegato con il preliminare, ritenendo, per tale ragione, che dovesse ritenersi risolto lo stesso preliminare, con rigetto della domanda ex art. 2932 c.c.

A tali doglienze parte attrice replicava che, gli ulteriori importi dovuti a titolo di prezzo della compravendita in forza della scrittura privata integrativa non fossero più dovuti, in quanto controparte vi aveva espressamente rinunciato.

A conferma di tale assunto era depositato in atti l’accordo in originale con le relative indicazioni a latere e le sottoscrizioni delle rinunce alle somme indicati.

La convenuta disconosceva, tuttavia, le firme “per rinuncia” ivi apposte e parte attrice richiedeva verificazione della scrittura, cosicchè, all’esito della CTU calligrafica, era accertata la rinuncia del promissario venditore agli ulteriori importi e, per l’effetto, l’inadempimento della società avversaria all’obbligo di sottoscrizione del contratto definitivo per il trasferimento del ramo d’azienda.

La pronuncia

La sentenza emessa dal Tribunale di Roma ricostruiva, quindi i rapporti contrattuali sussistenti tra le parti, in forza di:

contratto preliminare di cessione di ramo d’azienda;
accordo per gestione anticipata del ramo d’azienda;
scrittura integrativa con l’indicazione di un prezzo maggiore di quello indicato nel preliminare;
contratto di cessione di ulteriore ramo d’azienda
accertando e dichiarando che eventuali inadempimenti delle obbligazioni discendenti dalle altre scritture non avrebbero, comunque, potuto comportare la risoluzione del preliminare di cessione di ramo d’azienda.

Sulla base di tali considerazioni il Giudice monocratico accoglieva la domanda principale di esecuzione in forma specifica del contratto preliminare .

A tal proposito riconosceva, infatti, che, nel caso de quo, era stato indicato un termine per la stipula del definitivo, ma era riconosciuta, tuttavia, la facoltà del promissario acquirente di saldare anticipatamente il prezzo globale della cessione e di stipulare il rogito all’atto del saldo.

Accertava, altresì, che la nostra assistita si era avvalsa di tale facoltà invitando la società convenuta a stipulare il contratto definitivo previo saldo del prezzo, ma questa non aveva raccolto l’invito.

Pertanto, accertato l’inadempimento della società convenuta agli obblighi derivanti dal contratto preliminare di cessione di ramo d’azienda, era trasferita ex art. 2932 c.c. la proprietà del ramo d’azienda alla società nostra cliente.

Il gravame

Avverso tale pronuncia, controparte ha proposto appello sul presupposto che il Giudice di Prime Cure avesse erroneamente ritenuto insussistente il collegamento negoziale tra gli accordi intercorsi tra le parti, tutti volti alla realizzazione di un’unitaria operazione economica, sicchè, secondo le argomentazioni dell’appellante, il Giudice di Prime Cure avrebbe dovuto accertare un inadempimento della promissaria acquirente alle ulteriori obbligazioni poste a suo carico, a fronte del quale dichiarare la risoluzione dell’intera operazione negoziale, ivi compreso il contratto preliminare di compravendita.

Controparte ha contestato, altresì, la validità dell’offerta reale e l’erronea valutazione della scrittura integrativa da parte del Tribunale di Roma.

La sentenza della Corte di Appello

La Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza impugnata, ritenendo, a prescindere dall’esistenza o meno di un collegamento negoziale tra i vari accordi, che le vicende dell’altro contratto non rilevassero, comunque, ai fini della risoluzione del preliminare, in quanto la società promissaria acquirente del ramo d’azienda, aveva puntualmente adempiuto l’obbligo di pagamento del prezzo della cessione.

Ha chiarito, pertanto che il contratto di cessione non poteva “essere, quindi, invocato […] a fondamento della risoluzione del preliminare, non essendo configurabile con riferimento ad esso alcun inadempimento dell’acquirente, donde la conferma del capo della decisione impugnato, sia pure con diversa motivazione (sulla questione concernente la possibilità che il giudice d’appello confermi la sentenza gravata correggendo e/o integrando la sua motivazione: Cass. 10 ottobre 2003, n. 15185; Cass. 22 gennaio 2002, n. 696; Cass. 6 giugno 1987, n. 4945).”

Peraltro, la Corte ha rilevato come il Tribunale non avesse affatto ritenuto insussistente il collegamento negoziale tra il preliminare e la scrittura integrativa sottoscritta in pari data, avendo, al contrario, correttamente apprezzato l’esistenza del nesso con la scrittura integrativa “che, a ben vedere, rappresenta una controdichiarazione destinata a documentare la simulazione del prezzo dichiarato rispetto a quello realmente pattuito per l’acquisto del ramo d’azienda”.

Con riferimento alle doglianze avversarie relative all’offerta reale del saldo del prezzo ed alla sua tempistica, la Corte ne ha accertato l’infondatezza, alla luce della specifica pattuizione tra le parti in forza della quale il saldo del prezzo doveva avvenire contestualmente alla stipula del definitivo.

Nella fattispecie in esame, in accoglimento delle istanze dell’appellante, è stato, quindi, ritenuto soddisfatto il requisito dell’offerta richiesto dall’art. 2932, comma 2, c.c. “con la proposizione della domanda di esecuzione specifica dell’obbligo di contrarre, perché in essa necessariamente implicito”.

Alla luce di tali argomentazioni è stata, quindi, confermata la sentenza appellata ed il diritto della appellante all’emissione di una sentenza che producesse i medesimo effetti del contratto non concluso, dovendosi, nel caso di specie, intendersi il pagamento del prezzo come condizione per il verificarsi dell’effetto traslativo derivante dalla pronuncia del Giudice (in tal senso Cass. Sez. 2, Sentenza n. 14372 del 05/06/2018; Cass. Sez. 2, Ordinanza n. 24339 del 16/10/2017).

In particolare, è stato chiarito che “l’esperimento dell’azione diretta ad ottenere ai sensi dell’art. 2932 c.c. una sentenza che produca gli effetti del contratto non concluso non è condizionato ad una preventiva costituzione in mora dell’obbligato a concludere il contratto, contrariamente a quanto ritenuto dall’appellante, dovendosi l’interesse alla sua proposizione stabilire solo in base ad una situazione obiettiva di inadempimento, né il suo accoglimento è subordinato alla presentazione di un’offerta formale della controprestazione ex artt. 1208 e 1209 c.c., essendo idonea anche la sola manifestazione di volontà del promissario acquirente, contenuta nell’atto di citazione, di corrispondere il residuo prezzo, come è accaduto nel caso di specie (v. Cass. Sez. 2 , Sentenza n. 9314 del 11/04/2017).”

Pertanto, in linea con tali principi di diritto, è stata ribadito come correttamente il Giudice monocratico avesse ritenuto irrilevanti le questioni relative alla regolarità della convocazione di controparte davanti al notaio per la stipula del definitivo (per la quale era stata contestato, nello specifico, il termine troppo ridotto), nonchè alla mancata offerta reale di pagamento del prezzo residuo di cessione.

A tal proposito si è, infatti, accertato in base alle clausole apposte nel preliminare sottoscritto tra le parti che era stata concessa facoltà al promissario acquirente di saldare anticipatamente il prezzo e stipulare il rogito di cessione all’atto del saldo, cosicchè il promittente acquirente non era tenuto a formulare l’offerta di cui all’art. 2932, comma 2, c.c., essendo il pagamento del saldo prezzo esigibile solo al momento della stipulazione del rogito.

Il mondo che ci circonda, il mondo del web e dei computer, del cloud e dei Social Network ha cambiato, per sempre, la nostra esistenza e ormai ne siamo consapevoli, ma cosa accade ai nostri account Social o del cloud sul quale abbiamo salvato foto e documenti? Muoiono con noi oppure i nostri eredi “raccoglieranno” quello che abbiamo lasciato nella rete? Come ben sappiamo i dati che nel tempo abbiamo lasciato in rete con l’attività online non “muoiono”, ma restano nel mondo digitale, al punto che é stato dimostrato che circa il 5% degli utenti del più famoso Social Network al mondo sono costituiti da “zombie digitali”.[1] Questo è un caso controverso che non ha ancora trovato risposte univoche. Tuttavia, recentemente, la Corte Federale di Giustizia tedesca ha statuito, al termine di un lungo iter giudiziario, che Facebook é tenuto a garantire agli eredi dell’utente deceduto l’accesso al profilo e all’account.[2]

La vicenda in questione riguarda una coppia tedesca che aveva chiesto di poter accedere al profilo Social della figlia, deceduta in circostanze non del tutto chiara, per cercare ulteriori indizi. Tuttavia, Facebook aveva negato loro l’accesso. É stato questo il motivo per il quale i genitori della ragazza agirono in giudizio dinanzi al tribunale di Berlino che, nel 2015, accolse il loro ricorso in virtù del fatto che il profilo social della ragazza era da considerare come una sorta di “diario cartaceo” che può essere ereditato. Il secondo grado di giudizio, davanti alla Corte d’Appello di Berlino ha visto un “cambio di rotta”. Pertanto, i giudici, in seguito all’appello presentato da Facebook, accolsero la posizione di quest’ultimo che riteneva invece che la concessione delle credenziali di accesso fosse una forma di violazione del diritto alla riservatezza e del diritto all’oblio. Le motivazioni addotte dalla Corte d’Appello prevedevano la garanzia del diritto alla riservatezza, sulla base della Costituzione tedesca, alla persona anche dopo il suo decesso.[3] La vicenda, conclusasi davanti alla Corte Federale nel 2017, ha visto la “vittoria” dal punto di vista giudiziale della coppia tedesca perché per i giudici non vi era alcuna violazione delle leggi tedesche e, allo stesso tempo, della nuova normativa in materia di protezione dei dati personali (Reg.UE 2016/679).

Pertanto, con tale pronuncia si è stabilito che il profilo Facebook di un utente deceduto può essere ereditato. Nel caso in questione, a ricoprire la carica di eredi sono i genitori e sulla base del nuovo regolamento europeo questi possono accedere quando vi sono i motivi previsti per legge come sostiene il Professore Scorza.[4]

La questione dell’eredità digitale é estremamente attuale tanto che Facebook ha provveduto all’inserimento di una “particolare opzione”[5], come ha affermato Laura Bononcini responsabile delle relazioni istituzionali di Facebook Italia, che é quella di individuare e indicare una persona che, nel momento in cui risulterà inattivo il profilo, riceverà le credenziali di accesso e potrà così gestire l’account dopo il decesso del “titolare” del profilo.[6]

Il contatto erede, una volta designato, come prevede Facebook stesso, é la persona alla quale, viene chiesto di gestire l’account. Quest’ultimo si trasforma in “account commemorativo”: una modalità in cui chi é stato nominato “erede” può scrivere post, rispondere alle richieste di amicizia, modificare l’immagine del profilo e anche chiedere che venga rimosso l’account.

Facebook consente che vengano fatte solo questo tipo di azioni e non altre, come accedere ai messaggi, modificare o rimuovere post già pubblicati. Tutto ciò al fine di preservare la “riservatezza” del “titolare” del profilo.[7]

Di questa tematica, in Italia, si occupa da alcuni anni anche il Consiglio Nazionale del Notariato che ha avviato dei progetti sia con Microsoft che con Google per la realizzazione di un “protocollo” che consenta agli eredi digitali di “interagire con gli operatori della rete” [8]. A riguardo é stato stilato un decalogo proprio per consentire di districarsi in questa articolata materia, vista anche la lacuna legislativa nel nostro paese. Innanzitutto, si consiglia di affidare a qualcuno le credenziali di accesso in modo che, in seguito al decesso del titolare di quelle credenziali e all’apertura della successione, si possano gestire profili social( se la persona ne ha uno), mentre per quanto riguarda i dati di accesso dei conti online, essendo parte dei conti bancari, sarà necessario stilare un testamento che dovrà essere letto dal notaio.[9]

La questione riguarda anche la posta elettronica, dato che ognuno di noi può avere anche più di un indirizzo mail ad esempio quello personale e quello professionale: cosa accade agli indirizzi mail nel momento della successione mortis causa? Le posizioni che si sono affermate nel tempo hanno visto un prevalere di alcune idee, su tutte quella che propende per una separazione in base al tipo di account (personale o professionale) e quella che afferma che gli indirizzi mail rientrino nella successione.[10]

Anche il Professor Stefano Rodotà, nei suoi studi, era arrivato ad affrontare questo tema e ad esporlo nel libro “Il diritto di avere diritti” sostenendo che oramai noi siamo “abituati” a diffondere informazioni, a salvarle nelle banche dati. Questa diffusione dei dati personali può avere dei risvolti nell’ambito dei diritti fondamentali e sui principi fondamentali quali quello di uguaglianza o il diritto alla salute. Il passaggio, forse più importante, é quello relativo alla necessità di affermare una forma di “tutela del corpo elettronico” delle persone che diffondono i loro dati online.[11]

Per il Professor Ziccardi, autore de “Il libro digitale dei morti” la notizia “più sconvolgente” é che nell’arco di circa trent’anni ci sanno più “morti digitali” che vivi su Facebook. Sono espressioni forti che a tratti spaventano dal momento che presto si dovranno fare i conti con gli effetti che queste “morti digitali” provocano.

Dunque, per tornare al punto di partenza, cosa ne sarà dei dati digitali dopo la morte dell’utente? Questo é il fulcro della questione e della riflessione che da essa scaturisce. Dobbiamo prendere coscienza sia come singoli che come società, trasformata dal mondo di internet, del fatto che i dati sono eterni e che sopravvivono alla morte della persona.[12]

[1] F. Corona, Eredità digitale: la tutela dei dati digitali dopo la morte, in Altalex, 26 aprile 2017, qui disponibile: http://www.altalex.com/documents/news/2017/05/03/eredita-digitale-la-tutela-dei-dati-digitali-dopo-la-morte

[2] E. Dalmanzio, Si può ereditare il profilo Facebook di un figlio defunto?, in Tom’s Hardware, 4 agosto 2018, qui disponibile: https://www.tomshw.it/si-puo-ereditare-profilo-facebook-un-figlio-defunto-96504

[3] B. Simonetta, Un tribunale dà ragione ai genitori: ok l’accesso all’account Facebook della figlia deceduta, in Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2018, qui disponibile: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2018-07-13/un-tribunale-da-ragione-genitori-ok-accesso-account-facebook-figlia-deceduta-182732.shtml?uuid=AEyo0eLF

[4] D. Parlangeli, In Italia i genitori possono accedere all’account Facebook del figlio deceduto?, in Wired, 14 luglio 2018, qui disponibile: https://www.wired.it/internet/social-network/2018/07/16/facebook-genitori-figli-privacy/

[5] Facebook, Cento Assistenza, qui disponibile: https://m.facebook.com/help/1568013990080948

[6] M. Russo, Quando si muore cosa succede ai dati sul web?, in La Stampa, 14 agosto 2015, qui disponibile: http://www.lastampa.it/2015/08/14/societa/quando-si-muore-che-cosa-succede-ai-dati-sul-web-f2mCXrf1b3Y4f7JW27SMoK/pagina.html

[7] Vedi supra nota 4

[8] Consiglio Nazionale del Notariato, linee guida per eredi digitali, qui disponibile: https://www.notariato.it/it/identità-ed-eredità-digitale

[9] Consiglio Nazionale del Notariato, Decalogo eredità digitale, qui disponibile: https://www.notariato.it/sites/default/files/Ereditx_Digitale.pdf

[10] Vedi supra nota 2

[11] S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, 2012, Editori Laterza

[12] G. Ziccardi, La morte nell’era dei “dati eterni”: che ne sarà del nostro corpo digitale, in Agenda Digitale, 17 maggio 2017, qui disponibile: https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/la-morte-nellera-dei-dati-eterni-che-ne-sara-del-nostro-corpo-digitale/


L’emergenza sanitaria ha imposto la chiusura di numerose attività. Per questo motivo, molti imprenditori si sono ritrovati ad essere costretti ad abbassare la serranda dei propri negozi pur essendo obbligati contrattualmente al pagamento dei canoni di affitto per i locali commerciali.

La normativa introdotta dal legislatore a seguito dell’emergenza epidemiologica ha fornito ai conduttori solo risposte insoddisfacenti.

L’art. 65 del D.L. n. 18 del 17 marzo 2020 (c.d. Decreto “Cura Italia”), ha riconosciuto ai soggetti esercenti attività d’impresa (non rientranti fra quelle essenziali di cui al D.P.C.M 11 marzo 2020), per il mese di marzo 2020, un credito di imposta pari al 60% dell’ammontare del canone di locazione. Tale possibilità è, però, limitata ai soli immobili della categoria catastale C1, ossia negozi e botteghe.

Il provvedimento nulla prevede circa eventuali sospensioni, ma solo il recupero, quindi, di quanto anticipato dall’imprenditore.
L’ordinamento giuridico italiano prevede, in favore dei conduttori, una serie di rimedi. Tutte, però, hanno la finalità di ottenere lo scioglimento del rapporto contrattuale. E’ palese come tale possibilità raramente soddisfa le effettive esigenze dei conduttori.

In particolare, dato che l’evento pandemico e i provvedimenti governativi rappresentano una situazione imprevedibile e di portata tale da alterare l’equilibro contrattuale, il Codice Civile permette di esperire il recesso per gravi motivi, proporre una domanda di risoluzione per impossibilità sopravvenuta o di eccessiva onerosità.

Inoltre, per completezza, occorre chiarire come tali soluzioni riguardano tanto le locazioni commerciali quanto gli affitti d’azienda. In questo ultimo caso, però, le sospensioni di certe attività incidono direttamente, rendendola di fatto impossibile, sulla prestazione principale dell’affittante consistente nella messa a disposizione di un complesso di beni e rapporti giuridici organizzati per lo svolgimento di un’attività d’impresa. Provvedimenti che neghino la possibilità di svolgere lecitamente tale attività aziendale fanno venir meno l’utilità funzionale che costituisce il cuore della prestazione contrattuale dell’affittante che diviene, per l’effetto, pacificamente impossibile.
Per contro, nella locazione commerciale, i divieti non incidono sulla prestazione principale del locatore, ovvero la messa a disposizione di locali genericamente idonei all’uso che ne è consentito ai sensi del contratto. Essi non hanno infatti alcuna attinenza all’immobile in cui si svolge l’attività, alle sue caratteristiche o alla sua idoneità all’uso pattuito. Incidono, piuttosto, direttamente od indirettamente sull’attività stessa del conduttore in modo del tutto indipendente dalla prestazione del locatore.

Detto questo, per ottenere lo scioglimento del contratto di locazione, dato che l’evento pandemico rappresenta senz’altro una situazione imprevedibile e di portata tale da alterare l’equilibrio contrattuale. In particolare, è possibile esperire il recesso per gravi motivi ai sensi dell’art. 27 ultimo comma della L. n. 392/78, oppure proporre una domanda di risoluzione per impossibilità sopravvenuta (di ricevimento della prestazione del locatore), ai sensi degli artt. 1256 e 1463 c.c., o di eccessiva onerosità sopravvenuta, ai sensi dell’art. 1467 c.c..


In questo contesto interviene il Tribunale di Venezia che crea un precedente destinato, sicuramente, a far discutere.
Il Giudice veneziano ha stabilito che l’esercizio commerciale rimasto con la saracinesca abbassata a causa del lockdown, imposto dalle misure governative per contenere il virus, «non è tenuto a pagare il canone per i mesi di chiusura», essendo il blocco dell’attività imposto da una causa di forza maggiore e non derivante da proprie responsabilità.

Tutto ha origine dal ricordo presentato da un importante negozio di abbigliamento. Il Centro Commerciale Nave de Vero di Marghera (della società Blo S.r.l. di Milano) aveva chiesto all’esercizio di regolare il pagamento del canone di affitto, nonostante i mesi di lockdown, con una cifra forfettaria di Euro 50.000,00.

Ma il Tribunale civile di Venezia ha accolto il ricorso e la Giudice Dott.ssa Tania Vettore ha ordinato a Blo S.r.l. di non incassare alcun pagamento dalla Banca che ha emesso le fidejussioni a garanzia degli oneri contrattuali.

La causa, ovviamente, è destinata a proseguire. In ogni caso, in questa fase d’urgenza, la sentenza sospende per il negozio di abbigliamento il pagamento del canone relativo ai mesi di chiusura per l’impossibilità di poter esercitare l’attività.


Il rapporto che si crea tra padrone e animale da affezione è un’attività realizzatrice della persona che, in caso di perdita, merita di essere risarcita

Il Tribunale di Brescia con la sentenza n. 2841 del 22 ottobre 2019 (sotto allegata) riconosce il risarcimento del danno che deriva dalla perdita dell’animale da compagnia. Il rapporto che insorge tra padrone e animale d’affezione è indubbiamente una relazione tra essere viventi, che rientra tra le “attività realizzatrici della persona” previste e protette dall’art. 2 della Costituzione.

Danni non patrimoniali per la scomparsa del cane di razza
La valutazione della perdita dell’animale
Il rapporto con l’animale è un bene della persona non futile che va risarcito
Danni non patrimoniali per la scomparsa del cane di razza
Il padrone di una cagna di razza corso affida l’animale a un allevamento canino per farla accoppiare. Il padrone però viene informato della scomparsa del cane, ragion per cui inizia a cercare il proprio animale nella zona circostante all’allevamento, Ricerche a cui rinunciava dopo tre settimane, per l’assenza dei risultati sperati.

Ritenendo di aver subito un grave danno, il padrone chiede alla proprietaria dell’allevamento un risarcimento per i danni subiti.

La proprietaria dell’allevamento si dimostra disponibile a offrire la somma di 2000 euro, ritenute dalla stessa sufficienti a coprire il danno lamentato. Il proprietario dell’animale però decide di trattenere tale importo a titolo di acconto sul maggior importo dovuto, per ottenere il quale ricorre in giudizio.

La valutazione della perdita dell’animale

L’attore cita quindi in giudizio la titolare dell’allevamento a chiede il ristoro dei danni subiti in seguito alla scomparsa del proprio cane, che quantifica nel seguente modo:

4000 euro per il danno patrimoniale, di cui 3000 euro, corrispondenti al valore dell’animale e 1000 euro per l’utilizzo della propria auto nelle ricerche;
10.000 euro, da valutarsi anche in via equitativa per i danni non patrimoniali derivanti, poiché dopo la sparizione della sua cagna ha sviluppato un disturbo depressivo che lo ha costretto a rivolgersi a uno specialista.

Importo da cui deve essere dedotto l’acconto di 2000 euro già corrisposto dalla proprietaria dell’allevamento, per una somma complessiva di 12.000 euro. Dal punto di vista istruttorio l’attore chiede un C.T.U per confermare il valore di 4000 euro della cagna alla luce del potenziale utilizzo economico dell’animale in relazione alla vendita dei cuccioli che avrebbe partorito.

Parte convenuta però si oppone e chiede che vengano respinte tutte le domande avanzate dall’attore.

Il rapporto con l’animale è un bene della persona non futile che va risarcito

Dopo l’istruzione della causa, acquisite le comparse conclusionali il Tribunale di Brescia trattiene la causa in decisione e con la sentenza n. 2841/2020 accoglie in parte le richieste avanzate dall’attore condannando l’allevamento a versare 3 mila euro, oltre ai 2000 euro già versati a titolo di acconto.

Il giudice non ammette che la perdita dell’animale possa dare vita a un danno di tipo patrimoniale, accoglie però la richiesta di ristoro delle spese sostenute per effettuare la ricerca del cane, così come quella relativa al danno da perdita dell’animale di affezione, per il quale riconosce, in via equitativa in 4 mila euro, tenendo conto soprattutto dei due anni che padrone e animale hanno trascorso insieme.

Per il Tribunale, non è assolutamente qualificabile “come futile la perdita dell’animale e, in determinate condizioni, quando il legame affettivo è particolarmente intenso così da far ritenere che la perdita vada a ledere la sfera emotivo-interiore del o dei padroni”, il danno merita di essere risarcito. Questo perché “il rapporto tra padrone e animale d’affezione può essere considerato espressione di una relazione che costituisce occasione di completamento e sviluppo della personalità individuale e quindi come vero e proprio bene della persona.”

L’arricchimento mediante fatto ingiusto


Con la sentenza n. 8137 del 23 aprile 2020, la terza sezione civile della Corte di Cassazione ha perimetrato l’ambito di operatività della domanda risarcitoria da arricchimento altrui derivante da fatto illecito.

Il caso in esame
Una società editrice veniva condannata al risarcimento dei danni da diffamazione e alla pubblicazione, a sue spese, della sentenza di condanna su diversi quotidiani nazionali. Tuttavia, non avendo ottemperato a quest’ordine, gli eredi del diffamato agivano in giudizio per il risarcimento del danno.

Dopo i tre gradi di giudizio in cui venne quantificato il danno secondo criteri diversi, la Corte di Appello, investita del rinvio, riteneva che il danno andasse valutato ex art. 2043 c.c. in via equitativa non essendovi parametri oggettivi cui ancorarlo.

Pertanto i danneggiati proponevano ricorso per Cassazione avverso la pronuncia resa dalla Corte distrettuale contestando in particolare l’omessa valutazione dell’arricchimento del danneggiante da mancata pubblicazione della sentenza di condanna ex. art. 2041 c.c.

La decisione della Corte: analogie e differenze tra arricchimento ingiustificato ex art. 2041 c.c. e illecito civile ex art. 2043 c.c.
Secondo la Suprema Corte di Cassazione la qualificazione della domanda di risarcimento come avente titolo in un fatto illecito ex art. 2043 c.c. è corretta.

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A tal proposito i giudici di legittimità hanno precisato che l’arricchimento ingiustificato ex art. 2041 c.c[1]. e l’illecito civile ex art. 2043 c.c. hanno alcuni punti in comune[2] quali l’ingiustizia del danno e la correlazione tra arricchimento e pregiudizio altrui. Tuttavia la differenza principale tra i due ricade sull’elemento soggettivo. A tal proposito, l’art. 2041 c.c. è riservato agli arricchimenti realizzati a danno altrui ma privi dell’elemento soggettivo (dolo o colpa) proprio invece dell’illecito civile e questo giustifica la residualità della corrispondente azione.

Pertanto, è corretta la qualificazione effettuata dalla Corte di Appello, che ha ravvisato nella condotta della società danneggiante l’elemento soggettivo proprio di un illecito civile, ossia la volontà di non voler adempiere all’ordine di pubblicare la sentenza di condanna.

Liquidazione del danno: ipotesi di arricchimento da fatto illecito.
Chiarito pertanto che alla luce dell’elemento soggettivo, il danno da risarcire rientra tra le ipotesi di illecito civile ex art. 2043 c.c., i giudici di legittimità si soffermano sui criteri di quantificazione dello stesso valutando se possa essere liquidato anche l’arricchimento conseguito dalla danneggiante per aver omesso la pubblicazione della sentenza di condanna.

A tal proposito, il nostro ordinamento è fondato sul principio secondo cui il risarcimento è limitato al pregiudizio subito e non deve superare il valore di quest’ultimo. Dunque, manca una norma che riconosca il risarcimento dell’arricchimento altrui derivante da fatto illecito.[3]

Tuttavia parte della dottrina è solita ricavare dal nostro sistema una regola generale in base alla quale quando il fatto illecito è fonte di arricchimento per il danneggiante, costui deve risarcire nella misura dell’arricchimento se superiore a quella del danno inferto.
Questa regola si desumerebbe dalle seguenti norme:

L’art. 1148 c.c. dal quale è possibile evincere da una lettura a contrario, che il possessore in mala fede deve restituire i frutti anche se superano quelli che il proprietario avrebbe potuto ricavare dalla cosa.
L’art. 2032 c.c. da cui si ricava, per interpretazione corrente, che ciascuno attraverso la ratifica può costringere chi ha compiuto affari ingerendosi nella sua sfera a riversargli gli utili ottenuti, ossia il guadagno fatto attraverso una gestione di affari illecita.
Infine, l’art. 125 del codice della proprietà industriale[4] che obbliga l’usurpatore a restituire gli utili conseguiti dal fatto illecito compiuto.
La ratio dell’istituto dell’arricchimento mediante fatto ingiusto, sarebbe quella di garantire la funzione preventiva del risarcimento che altrimenti sarebbe vanificata.

Tuttavia, la Suprema Corte ha precisato che tutte queste norme hanno un ambito di applicazione ristretto al caso disciplinato non potendo formare un principio generale. E invero, non bisogna confondere la funzione di regola di una norma, ossia la funzione di regolare un caso concreto, che ben può essere limitata ad alcuni rapporti, con la possibilità che la norma, insieme ad altre, indichi un principio.

Eccezioni alla regola
Tanto premesso però, la Suprema Corte precisa che la regola propria dell’illecito civile, secondo cui il risarcimento va commisurato al solo danno subito dal danneggiato può subire delle eccezioni in due ipotesi:

Quando l’arricchimento è frutto di una particolare condotta: quella di sfruttamento indebito di beni o risorse altrui. In questi casi, infatti, può farsi anche applicazione analogica degli artt. 1148 c.c. e 125, comma 3, codice proprietà industriale.
Oppure quando l’operato abusivo sia ratificato dal danneggiato che dunque fa proprio l’utile netto ex art. 2032 c.c[5].
In ogni altra ipotesi, se si ammettesse rilievo all’arricchimento, il danneggiato lucrerebbe una somma superiore al danno subito.

Pertanto, poiché nel caso di specie non ricorre nessuna delle due eccezioni, la domanda risarcitoria avanzata dagli eredi ricomprensiva dell’arricchimento non può trovare accoglimento.

Principio di diritto
La regola propria dell’illecito civile, secondo cui il risarcimento va commisurato al danno subito dal danneggiato, e non deve essere superiore a questo, può subire eccezioni quando l’illecito sia connotato dai presupposti propri dell’arricchimento senza causa, che sono, per l’appunto, quelli di una condotta di interferenza nei beni altrui, e di sfruttamento illecito delle loro potenzialità.

Pertanto, nei casi in cui il fatto illecito procura un arricchimento superiore al danno, il danneggiato può agire per l’intero l’arricchimento, solo se esso deriva da una particolare condotta: quella di sfruttamento indebito di beni o risorse altrui. In questi casi, infatti, è applicabile direttamente o analogicamente l’articolo, 2032 c.c., quando l’operato abusivo sia ratificato dal danneggiato, che dunque fa proprio l’utile netto.

[1] l’art. 2041 c.c. prevede che “chi, senza giusta causa, si è arricchito a danno di un’altra persona è tenuto, nei limiti dell’arricchimento, a indennizzare quest’ultima della correlativa diminuzione patrimoniale”.

[2] Quando i codificatori hanno disciplinato l’azione di arricchimento pensavano proprio ai presupposti dell’illecito, tanto che si tratta di due modi diversi di affrontare lo stesso problema: dal lato della riparazione del danno, la responsabilità civile; dal lato dell’arricchimento l’azione ex art. 2041 c.c.

[3] A differenza di quanto previsto in Germania e nei sistemi di common law, dove nel caso in cui l’illecito produca un arricchimento per il danneggiante, costui risarcisce nei limiti di tale arricchimento, anche se superiore al danno inferto.

[4] Art. 125, comma 1, del codice di proprietà industriale: “Il risarcimento dovuto al danneggiato è liquidato secondo le disposizioni degli articoli 1223, 1226 e 1227 del codice civile, tenuto conto di tutti gli aspetti pertinenti, quali le conseguenze economiche negative, compreso il mancato guadagno, del titolare del diritto leso, i benefici realizzati dall’autore della violazione e, nei casi appropriati, elementi diversi da quelli economici, come il danno morale arrecato al titolare del diritto dalla violazione.”

[5] Art. 2032 c.c.: “La ratifica dell’interessato produce, relativamente alla gestione, gli effetti che sarebbero derivati da un mandato, anche se la gestione è stata compiuta da persona che credeva di gerire un affare proprio”.



La crisi economica causata dal Covid-19 ha inciso sulle condizioni economiche di molti cittadini, compresi coloro tenuti a pagare assegni dopo la fine delle relazioni che ora chiedono le modifiche degli importi

Il Coronavirus ha impattato fortemente sulle esistenze dei cittadini italiani, con risvolti anche particolarmente drammatici su alcune categorie di lavoratori che, a causa dello stop forzato, hanno subito perdite considerevoli e un vero e proprio tracollo reddituale.
Un dramma che si è avvertito maggiormente nelle famiglie divise, quelle in cui una delle due parti è obbligata a versare all’altra o in favore dei figli delle somme per il sostentamento in assenza di autosufficienza.
A stabilire il versamento di queste somme sono i provvedimenti emessi dai giudici in sede di separazione o divorzio, o al termine delle relazioni di fatto, oppure gli accordi raggiunti dalle parti con il supporto degli avvocati alla fine delle relazioni.

Come noto, questi esborsi non sono immutabili ed eterni, e possono subire delle modifiche nel corso degli anni a causa del sopravvenire di circostanze di fatto o di diritto rispetto a quelli esistenti al momento della sentenza, ad esempio una sopravvenuta modifica delle condizioni economiche.
Sopravvenuta modifica delle condizioni economiche
Intervenire sugli assegni
Riduzione reddituale effettiva e stabile
Sopravvenuta modifica delle condizioni economiche
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Ovviamente, la revisione o addirittura la revoca dell’assegno non può essere decisa autonomamente dall’onerato, nonostante le difficoltà economiche nel rispettare gli obblighi. È sempre necessario che intervenga un provvedimento del giudice o un nuovo accordo con l’ex partner. Chi non ottempera agli obblighi di pagamento dell’assegno, infatti, rischia non solo conseguenze civilistiche, ma anche penalistiche.
Si pensi, ad esempio, al rischio di vedersi imputare il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare di cui all’art. 570 del codice penale. Pertanto, in questo periodo non sono affatto pochi i cittadini che si sono rivolti ai propri avvocati per attivare le indispensabili procedure destinate a modificare gli obblighi di pagamento.

Se, da un lato, vi sono cittadini in difficoltà economica che non riescono ad adempiere le proprie obbligazioni, dall’altro vi sono i beneficiari che contano su tali somme per poter sopravvivere. Insomma, è sempre indispensabile contemperare le opposte esigenze.
Costante orientamento giurisprudenziale ritiene che l’onerato non possa allegare generiche difficoltà economiche o semplicemente indicare lo stato di disoccupazione, ma sarà tenuto a fornire la dimostrazione rigorosa di una oggettiva e incolpevole impossibilità assoluta di fare fronte alle obbligazioni.

Intervenire sugli assegni

Prima di chiedere una riduzione dell’assegno, il soggetto obbligato dovrà dunque verificare la sussistenza di una contrazione dei suoi redditi rispetto all’epoca in cui era stato stabilito l’ammontare della somma che avrebbe dovuto versare al partner o ai figli.
Si rammenta, tuttavia, che nonostante le difficoltà l’onerato non potrà smettere da un momento all’altro di pagare, ma dovrà continuare a farlo o al più cercare un accordo con il beneficiario per sospendere o ridurre la somma per un certo periodo, oppure intervenire sulla periodicità dei versamenti.
Si tratta di una strada non facile e, comunque, sempre di una soluzione temporanea in quanto una modifica definitiva e a lungo termine dovrà necessariamente passa attraverso un provvedimento di modifica vero e proprio. Tuttavia, soprattutto in un periodo come questo in cui gli uffici giudiziari sono ancora in una difficile fare si ripresa a seguito dell’emergenza sanitaria.
Riduzione reddituale effettiva e stabile


La riduzione reddituale idonea a determinare una modifica delle condizioni di separazione o divorzio, e ad incidere sulla misura del mantenimento dei figli, si rammenta, deve essere non momentanea, ma effettiva, stabile e destinata a protrarsi nel tempo.
A tal fine, sarà necessario fornire le dovute allegazioni, ad esempio facendosi aiutare dal proprio commercialista o da un esperto del settore che possa relazionare sul peggioramento della capacità economica dell’onerato.
Il passo successivo è quello di procedere verso la modifica delle condizioni economiche che potrà avvenire anche fuori dalle aule giudiziarie, ad esempio con l’ausilio degli avvocati attraverso un accordo di negoziazione assistita.
In alternativa, ci si potrà rivolgere al Tribunale per ottenere la revisione e qui depositare l’istanza di modifica delle condizioni economiche, sempre con la necessaria assistenza di un avvocato. Al ricorso andranno allegati anche lo stato di famiglia e il certificato di residenza di entrambi i coniugi, nonché copia autentica del provvedimento che ha regolamentato gli oneri di cui si chiede la modifica. La trattazione urgente andrà motivata al fine di ottenere un provvedimento in tempi celeri.

La pandemia da Coronavirus ha posto e porrà i giuristi di fronte a nuovi interrogativi tra questi uno di quelli certamente più implicanti e delicati è rappresentato dai potenziali profili di responsabilità civile a carico delle strutture sanitarie per le infezioni da Coronavirus contratte presso le strutture stesse. Questo tema consente, più in generale, una breve riflessione sulla cd. responsabilità organizzativa della struttura sanitaria e sul danno nosocomiale[1], a distanza di tre anni da quella legge “Gelli” che ha posto al centro del sistema della responsabilità medica i profili della prevenzione e della gestione del rischio sanitario. Il tema del risk management, sotto questo profilo, era già stato introdotto dalla L. 8 novembre 2012, n. 189 (c.d. legge Balduzzi), ma trova proprio nella legge Gelli una sua compiuta definizione.

Il presupposto della analisi che si vuole svolgere, confermato proprio dalle regole di eccezione alla responsabilità ordinaria che si volevano introdurre per via legislativa, è che non si possa ritenere, per il tema in esame, che l’epidemia da CoVid-19 possa essere considerata una “forza maggiore” ai fini della valutazione di una sopravvenuta infezione nosocomiale o di una responsabilità organizzativa dell’ente (in altri termini se si fosse reputata sussistente una “forza maggiore” non avrebbe avuto senso pensare di introdurre delle limitazioni alle responsabilità di operatori sanitari e di organi amministrativi e gestori).[2]

Non verrà trattato il tema della responsabilità degli operatori sanitari che avrebbe dovuto essere peraltro limitata dal Decreto-Legge 17 marzo 2020, n. 18 (c.d. “Cura Italia”)[3] analogamente a quanto tempestivamente avvenuto negli U.S.A.[4], esenzione che si è successivamente tentato di estendere anche alla responsabilità delle strutture sanitarie e socio sanitarie pubbliche e private ed alle figure professionali-tecniche amministrative del Servizio sanitario con un emendamento -poi ritirato- in sede di conversione del Decreto[5]. Va poi precisato che per il personale sanitario l’infezione da Covid-19 è considerata un infortunio sul lavoro (che quindi la struttura sanitaria ha il dovere di prevenire).[6]

È opportuno partire da un inquadramento generale del tema delle infezioni nosocomiali. Col termine infezioni nosocomiali[7] si intendono generalmente infezioni insorte nel corso di un ricovero ospedaliero, non manifeste clinicamente né in incubazione al momento dell’ingresso e che si rendono evidenti dopo 48 ore o più dal ricovero, nonché quelle successive alla dimissione, ma causalmente riferibili, per tempo di incubazione, agente eziologico e modalità di trasmissione al ricovero medesimo[8]. Tali infezioni sono un problema particolarmente critico per la medicina moderna, a causa della loro elevata frequenza e difficile evitabilità, nonostante siano prevedibili, nonché a causa delle loro conseguenze, spesso gravi[9]. Ciò con evidenti ricadute anche in termini di contenzioso giudiziario a titolo di richieste di risarcimento del danno patito, letteralmente esploso negli ultimi anni[10].

Questo tema potrebbe acquisire ulteriore interesse proprio a causa della diffusione dell’epidemia da Coronavirus: è ormai noto che l’ampia diffusione del virus sia avvenuta proprio nelle strutture ospedaliere, e ciò apre inevitabilmente dibattiti sull’adeguatezza degli strumenti preesistenti e finalizzati a prevenire o fronteggiare eventi simili, nonché sull’esigibilità di alcune condotte da parte della struttura sanitaria stessa[11].

Quanto detto è essenziale per il nostro specifico tema di approfondimento. Come accennato la legge Gelli, che ha profondamente riformato la materia della responsabilità sanitaria, ha sancito in capo alla struttura sanitaria una responsabilità di tipo contrattuale: scelta alla cui base si pone l’esigenza di garantire le migliori cure possibili anche mediante un’attenzione particolare alla gestione del rischio. A livello sostanziale e processuale, ciò ha ricadute pratiche notevoli e che certamente meglio permettono di comprendere proprio la centralità del tema del risk management.

La principale conseguenza dell’inquadramento della responsabilità della struttura sanitaria come contrattuale riguarda certamente il profilo dell’onere probatorio. Infatti, all’attore danneggiato spetterà solo la prova dell’esistenza del rapporto con la struttura (contratto o contatto sociale), nonché allegare l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e l’inadempimento del debitore astrattamente idoneo a cagionare il danno lamentato. Con riferimento al caso delle infezioni nosocomiali, si dovrà innanzitutto verificare se l’infezione sia ricollegabile a quelle qualificate come nosocomiali. La prova sarà certamente agevole laddove, ad esempio, si dimostrasse che anche altri pazienti hanno contratto una simile infezione nello stesso periodo. Nel caso delle infezioni da Coronavirus, ciò sarebbe certamente agevole laddove, ad esempio, il soggetto infettato fosse da lungo tempo ricoverato in ospedale, rappresentando questo quindi l’unico possibile luogo di infezione.

Sarà invece onere della struttura provare il corretto e diligente adempimento, nonché la riconducibilità del danno a causa non imputabile ad essa[12], onere sicuramente complesso in caso di infezioni ospedaliere. Questo innanzitutto a causa delle caratteristiche proprie delle infezioni nosocomiali, che per loro natura rendono quasi impossibile risalire all’effettivo responsabile dell’infezione. La struttura sanitaria in tal senso dovrà dimostrare di aver adottato un modello organizzativo finalizzato ad evitare o ridurre il rischio di insorgenza di questo tipo di infezioni, ovvero dimostrare la loro inevitabilità. Sul punto, la giurisprudenza e la ratio della riforma stessa giocano un ruolo decisivo. L’adozione di specifici modelli organizzativi finalizzati alla riduzione dei rischi, che pone così rilevanza alla prevenzione e costituisce la prova liberatoria del diligente adempimento delle obbligazioni scaturenti dal contratto atipico di spedalità, pone al centro del sistema il tema della gestione del rischio ospedaliero. Modelli gestionali che dovranno essere stati adottati nel caso concreto oggetto di giudizio[13] e che dovranno coprire l’intera durata del ricovero ospedaliero, non solo quella strettamente intesa dell’operazione. La giurisprudenza sul punto ha talvolta riconosciuto la sussistenza di questo diligente adempimento, ricollegando l’infezione a casi prevedibili ma non prevenibili di infezioni ospedaliere[14]. In generale però, si è evidenziato da più parti una decisa tendenza fino a tempi recenti ad oggettivizzare la responsabilità della struttura. Nell’attuale sistema del diritto civile, incentrato sul bilanciamento di interessi e sulla socializzazione dei rischi[15] e delle attività potenzialmente dannose[16], e non necessariamente sulla colpa, ciò è coerente con una migliore gestione del rischio e con la sua distribuzione in capo a chi immette nel sistema il rischio stesso ovvero lo gestisce, agevolando così anche la posizione del soggetto che doveva essere protetto. Ciò nel senso quel percorso evolutivo che ha portato a dire che “Le numerose esemplificazioni dei caratteri della responsabilità a rilevanza sociale, da un lato, ed il ripensamento, se non addirittura il dissolvimento, di alcune categorie tradizionali, sul piano sistematico, dall’altro, confermano il progressivo, irreversibile restringimento della “forbice”, un tempo ampia, tra illecito extracontrattuale e contrattuale, non soltanto nella direzione del cumulo, ormai pacificamente ammesso, ma anche nelle sembianze sempre più simili delle due fattispecie”[17]. Tale conclusione è coerente anche con le riflessioni poste da autorevole dottrina in tema di analisi economica del diritto[18] e con quanto fatto già in altri settori, quali quello dei consumatori. La tendenza ad oggettivizzare il rischio da un lato incentiva i tentativi di migliorare la qualità delle prestazioni erogate e l’organizzazione dell’intera struttura[19]; dall’altro pone rilievo sulla valorizzazione del principio di precauzione, che in tali contesti gioca un ruolo molto importante.

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Rimanendo sempre sul profilo probatorio, ma spostandoci sul polo della prova liberatoria – imprevedibilità e inevitabilità dell’infezione – è opportuno segnalare come comunemente le infezioni ospedaliere sono considerate in medicina come delle complicanze, cioè un evento dannoso astrattamente prevedibile ma difficilmente evitabile. In ambito giuridico però, come affermato in giurisprudenza[20], non sussiste una soluzione simile, e le uniche soluzioni percorribili sono due: o il peggioramento è prevedibile ed evitabile, ed in tal caso porterà all’insorgenza di responsabilità, ovvero è imprevedibile ed inevitabile, ed in tal caso integri gli estremi della causa non imputabile ai sensi dell’art. 1218 c.c. Anche al fine della prova liberatoria, pertanto, assumerà valore decisivo la dimostrazione di aver tenuto un comportamento conforme a leges artis, mediante strumenti organizzativi idonei a prevenire le infezioni ospedaliere, ed il rispetto di tutte le norme, regolamenti, ordini o discipline, rendendo così i pochi casi poi avvenuti eventi davvero del tutto imprevedibili e inevitabili.

Questa riflessione può applicarsi anche con riferimento alle infezioni da Coronavirus. Sarà necessario infatti valutare gli strumenti di protezione concretamente posti in essere dalla struttura, i meccanismi e modelli organizzativi, adottati al fine di prevenire il diffondersi del virus nella struttura stessa. È infatti da dimostrare che l’epidemia e il contagio all’interno degli ospedali fossero eventi del tutto imprevedibili e inevitabili, specie nel momento in cui la diffusione del virus era ormai divenuta nota alle autorità sanitarie. La responsabilità in capo alla struttura allora si configurerebbe come una responsabilità generalmente omissiva, per non aver posto in essere misure adeguate al fine di evitare il contagio all’interno delle strutture, ad esempio mediante apposite misure di isolamento[21]. Centrale diventa allora una valutazione sull’adempimento degli obblighi accessori di protezione da parte della struttura sanitaria, del rispetto e dei meccanismi e modelli organizzativi atti a impedire il diffondersi del virus nella struttura ospedaliera e sulle altre scelte relative alla gestione della struttura mentre il rischio si manifestava (es. scelta su trasferimenti ed accettazione di pazienti esterni affetti dal virus).

La struttura avrebbe dovuto fronteggiare, con tutte le risorse organizzative, diagnostiche e terapeutiche disponibili l’emergenza giunta alla sua attenzione, secondo il principio di precauzione, con anche il dovere di verifica e vigilanza tramite riunione periodiche e briefing, e conseguente adozione di regole protocollari e verifiche periodiche, basandosi sulle linee guida (ove esistenti) e su quanto indicato dalla letteratura scientifica nazionale ed internazionale. Vi sarebbe inoltre anche l’obbligo di informare i pazienti dell’eventuale rischio di contrarre una infezione nosocomiale.[22]

Queste riflessioni si pongono in particolare con riferimento a soggetti ricoverati da lungo tempo all’interno della struttura sanitaria e che abbiano contratto il Coronavirus: è del tutto evidente, infatti, che l’infezione di tali soggetti non possa che essere avvenuta all’interno della struttura, prospettando quindi con ogni probabilità una responsabilità della struttura, per non aver tutelato e protetto la loro salute. In particolare nei confronti di soggetti considerati “più vulnerabili” e per i quali invece, quindi, sarebbe stato doveroso predisporre standard di tutela ancor più elevati.

Passando al profilo nel nesso causale, anche su questo punto si possono fare alcune considerazioni. In caso di infezioni ospedaliere, anche alla luce dell’incertezza sulle stesse, è logico che la valutazione causale venga condotta secondo la logica del più probabile che non[23]. Il caso assume particolare delicatezza laddove, a seguito delle infezioni, il soggetto vada incontro all’evento morte. Sul punto, infatti, possono porsi dei dubbi in merito alla rilevanza di più concause sull’evento mortale: considerazione importante anche nel caso qui in esame, poiché il Coronavirus presenta alto tasso di mortalità specie in soggetti già affetti da altre patologie. A tal proposito, l’art. 41 c. 2 c.p. prevede però che solo il rischio nuovo e da solo sufficiente ed idoneo a interrompere il nesso causale faccia venir meno anche la responsabilità dell’autore della prima condotta. La giurisprudenza in tema di infezioni ospedaliere ha però affermato che queste non siano idonee ad interrompere il nesso con la prima condotta, in quanto eventi prevedibili ed evitabili, essendo anzi uno dei rischi tipici della permanenza nella struttura[24]. Certamente però il covid-19 non si pone come elemento tipico di alcun decorso. Più in generale, si nota una certa tendenza a sollevare il paziente dall’onere di provare tale nesso, ricorrendo a metodi presuntivi ovvero richiedendo alla struttura la prova dell’evento imprevedibile e inevitabile. Ciò sembra coerente con quanto detto sopra, in tema di redistribuzione del rischio e oggettivizzazione della responsabilità in capo alla struttura stessa[25].

Con riferimento al caso specifico del Coronavirus, si è già accennata la necessità di riflettere sulla prevedibilità ed evitabilità di tale infezione in ambito ospedaliero. La risposta appare incerta e sicuramente dipenderà dalla valutazione delle circostanze del caso concreto. Si tenga però presente che lo stato di allerta per la diffusione del virus era già noto a fine gennaio ed il 22 febbraio il Ministero della Salute emanava la prima circolare contenenti norme tecniche per le strutture sanitarie. Norme, queste, con la finalità di orientare il comportamento delle strutture sanitarie e che quindi ove non fossero state rispettate, potrebbero comportare l’insorgere di responsabilità della struttura, ovviamente valutando il caso concreto[26].

In conclusione di questa breve disamina, siano consentiti alcuni rilievi. Innanzitutto, si noti che sebbene si sia parlato delle infezioni da Coronavirus in rapporto a quelle nosocomiali, le prime presentano comunque delle peculiarità. Innanzitutto, rispetto alla generale categoria delle infezioni nosocomiali, quelle da Coronavirus hanno avuto origine al di fuori dell’ospedale. Pertanto la responsabilità della struttura sanitaria si qualifica come una responsabilità, generalmente, omissiva, per non aver impedito l’ingresso del virus al suo interno e non averne contenuto la diffusione. Ciò ha portato, come effetto, l’infezione di personale medico e di pazienti già ricoverati nella struttura stessa, ledendo così il loro diritto alla salute, che doveva essere tutelato dall’Ente mediante strumenti preventivi adeguati. La valutazione sulla diligenza della struttura nell’adozione di misure preventive, pertanto, riguarderà questo specifico aspetto, in cui le indicazioni ministeriali, le migliori pratiche e il ruolo del principio di precauzione potranno giocare un ruolo decisivo, anche in termini di prevedibilità ed evitabilità del contagio.

Più in generale, ciò che emerge da quanto esposto è la centralità del tema della gestione del rischio sanitario, e della responsabilità organizzativa posta in capo alla struttura da questo derivante, profilo che rappresenta uno dei pilastri portanti anche della riforma Gelli. La tendenza sembra, quindi, quella di un’oggettivizzazione della responsabilità per infezioni nosocomiali, derivante da responsabilità di tipo organizzativo. In una logica di ripartizione del rischio, così come di analisi economica del diritto, questa soluzione sembra la più adeguata, in quanto permette di addossare sul gestore del rischio le conseguenze negative derivanti dalla propria inefficienza.


[1] Con tale espressione è da intendersi il danno patito dal paziente ospite di una struttura sanitaria e costituito da una menomazione psicofisica sorta per via o nel contesto di prestazioni assistenziali sanitarie. Sono infatti frequenti i casi in cui la salute di chi accede alle cure è compromessa a causa di mancato rispetto di norme igieniche e profilattiche, di errori di vario genere o di carenze organizzative e materiali della struttura preposta ad erogare cure sanitarie, con conseguenze anche gravissime o letali per coloro che fiduciosi si sono rivolti a dette strutture.

[2] F. Antenucci “Coronavirus/ Responsabilità medica e risk management durante l’emergenza sanitaria”, Sole 24 ore, 22 aprile, 2020.

[3] Al fine di tutelare il personale sanitario è stato proposto un emendamento al decreto “cura Italia”, ora convertito in legge, con cui si introduceva un’eccezione provvisoria all’art. 590 sexies, limitando la perseguibilità penale di medici e infermieri ai soli casi di colpa grave per la durata dell’emergenza». Il secondo comma dell’art. 590 sexies subordina infatti la possibilità del sanitario di beneficiare di una delle cause di non punibilità all’osservanza di linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica. È evidente come l’assenza di best practices, di protocolli comuni che regolino l’attività diagnostica-terapeutica abbia indotto a considerare un allargamento dell’area della non punibilità. Opportuna in un contesto così drammaticamente irrisolto dal punto di vista delle conoscenze scientifiche. Data la contraddizione derivante dall’accostamento tra medici, operatori socio-sanitari impegnati in prima linea e figure politiche apicali, incaricate di scelte operative e logistiche, l’emendamento è stato ritirato. Va evidenziato che nelle norme proposte non era presente una estensione di “scudo penale o civile” anche ai produttori di dispositivi medici o farmaci.

[4] Diversi stati degli Stati Uniti tra cui New York, New Jersey e Michigan hanno adottato hanno già adottato leggi che forniscono agli operatori sanitari e agli ospedali “l’immunità dalla responsabilità civile per qualsiasi infortunio o morte che si ritiene siano stati sostenuti a causa di atti o omissioni commessi in buona fede” durante la crisi. Il U.S.Department of Health and Human Services ha dichiarato il 4 febbraio che le contromisure mediche contro Covid-19 saranno immuni da responsabilità in base alla legge federale e statale. L’immunità copre l’uso e la prescrizione di farmaci e dispositivi. Allo stesso modo, per lo stato di New York, il Governatore Andrew Cuomo (D) ha emesso un ordine esecutivo che è stato codificato in Emergency o Disaster Treatment Protection Act (EDTPA). Questa legge garantisce l’immunità qualificata a ospedali, case di cura, amministratori e operatori sanitari da responsabilità civile e penale derivante da atti e omissioni per la durata dell’emergenza. In particolare, l’immunità non si applica alla negligenza grave e alla cattiva condotta imprudente. La negligenza grave è definita come “indifferenza imprudente verso i diritti degli altri” (. “reckless indifference to the rights of others”) Vedi Kalisch-Jarcho Inc. contro City of New York (N.Y. 1983). Ciò è diverso dalla legge federale che nega l’immunità solo in situazioni di “cattiva condotta intenzionale” che richiede la prova della consapevolezza cosciente dell’errore. Analoga richiesta di norme che prevedano immunità da resposnabilità per colpa medica degli operatori sanitari è stata richiesta nel Regno Unito dalla Medical Defence Union (Covid-19: ‘Grant doctors immunity from clin neg claims’).

[5] L’emendamento A.S. 1766 a firma Marcucci relativo alle “Disposizioni per la definizione e l’equilibrata limitazione della responsabilità degli operatori del servizio sanitario durante l’emergenza epidemiologica da COVID-19” poi modificato, e ridefinito quale “Disposizioni in materia di responsabilità per eventi dannosi che abbiano trovato causa nella situazione di emergenza da COVID-19”.

[6] Spesso per quanto riguarda questo settore si usa prendere in considerazione i nuovi rischi senza collocarli nel contesto globale del D.Lgs. n. 81/2008. Partendo dall’art. 3, comma 1, D.Lgs. n. 81/2008: “il presente decreto legislativo si applica a tutti i settori di attività, privati e pubblici, e a tutte le tipologie di rischio”. Più chiaramente poi l’art. 2, comma 1, lett. n), D.Lgs. n. 81/2008, definisce la “prevenzione” come “il complesso delle disposizioni o misure necessarie anche secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno”. Una norma che assorbe e valorizza quell’obbligo generale introdotto già dall’art. 2087 c.c. e diventato un filo conduttore della giurisprudenza. Inoltre l’art. 28, comma 2, lett. a), D.Lgs. n. 81/2008, usa l’espressione “tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa”. Inoltre si consideri l’art. 29, comma 3, primo periodo, D.Lgs. n. 81/2008 in forza del quale la valutazione dei rischi deve essere immediatamente rielaborata “ qualora intervengano nuovi elementi incidenti. Ed infine, in forza dell’art. 28, comma 2, D.Lgs. n. 81/2008, il DVR, oltre all’analisi del rischio coronavirus, deve contenere l’individuazione delle misure di prevenzione e protezione adottate contro tale rischio. (cfr. ampiamente R. Guariniello, La sicurezza sul lavoro al tempo del coronavirus, Wolters Kluwer, 2020). La Circolare Inail n. 13/2020 ha dettato importanti chiarimenti sulla tutela delle malattie da Coronavirus ed ha previsto due fondamentali categorie di rischio professionale, con rilevanti effetti giuridici, sul piano probatorio, nelle azioni giudiziarie per il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro. La Circolare ha adottato regole per la disciplina dell’istruttoria amministrativa, con previsioni fortemente innovative, prevedendo anche una nuova e peculiare figura di infortunio in itinere. Il sistema di tutela dell’Inail è incentrato nel concetto di rischio professionale. Il rischio professionale è pertanto sia presupposto della tutela Inail, ai sensi dell’art.38 Cost., sia elemento costitutivo del diritto alla prestazione assicurativa, ai sensi degli artt.2 e 3 del Dpr.1124/64 (Testo unico infortuni sul lavoro e malattie professionali). Il datore di lavoro, quindi, è titolare dell’obbligo giuridico di impedire che chiunque entri, lavoratore o soggetto terzo, in contatto con l’ambiente lavorativo contragga il Covid-19. Le norme antinfortunistiche, infatti, sono dettate a tutela non solo dei lavoratori nell’esercizio della loro attività, ma anche dei terzi che vengono a trovarsi in azienda indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di lavoro. Esso, per liberarsi quindi da ogni forma di responsabilità dovrebbe dimostrare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di avere adottato ogni cautela necessaria per impedire il verificarsi del danno medesimo. Cfr. R. Del Sarto, Infortunio sul lavoro causato da Covid-19, Altalex, 02/05/2020.

[7] Cfr. G. Chiarini, Infezioni ospedaliere e responsabilità sanitaria, Altalex, 06/07/2018.

[8] Patriarchi R., De Bartolomeo G., Grassi O., Sabusco G. Infezioni ospedaliere post-dimissione. L’uomo e la medicina. ISSN 0394-0381 1998; XIV: 17-20.

[9] Si stima che circa il 6% di pazienti ricoverati vadano incontro ad infezioni ospedaliere, per un totale di 530.000 casi e 7.800 decessi l’anno circa (Infezioni ospedaliere. Circa 530 mila casi in Italia ogni anno, ultimo Paese in Europa).

[10] Economic evaluations of interventions to prevent healthcare-associated infections – literature review.

[11] Il Ministero della Salute parrebbe invero aver considerato il Covid-19 un tipo di infezione nosocomiale se ha ritenuto di segnalare che “La trasmissione nosocomiale è stata descritta come un fattore importante nell’epidemiologia della SARS e della MERS” Ministero della salute, Scheda informativa per operatori sanitari.

[12] D. De Rada, La responsabilità civile delle strutture sanitarie e la c.d. Riforma Gelli (l. 24/2017), Sanità Pubblica e Privata • n. 3/2018.

[13] Si vedano ad esempio Cass. n.12274/2011; Trib. Genova n.1456/2017; Trib. Genova, n. 9924/2014; Trib. Roma, sez. XIII°, n. 37466/2012,; Trib. Bari, n.827/2009. Nello stesso senso si rinvia inoltre a A. Davola, infezioni nosocomiali e responsabilità della struttura sanitaria – il commento, Danno e Resp., 2017, 3, 357.

[14] Si vedano ad esempio Trib. Roma, Sez. XIII, n.22130/2017; Trib. Roma, n. 14729/2017.

[15] A questo proposito è nota la tendenza all’estensione del meccanismo indennitario ad eventi di danno diffuso e di grandi dimensioni, per realizzare una finalità composita di solidarietà sociale e di assistenza verso i danneggiati Cfr. G. Facci, Covid 19, medicina delle catastrofi e responsabilità sanitaria, in Giustiziacivile.com 06/05/2020.

[16] M. Hazan, D. Zorzit, Responsabilita’ sanitaria e assicurazione, Giuffrè, Milano, 2012, p. 6 ss.; G. Alpa, L’assicurazione di fronte all’evolversi del concetto di responsabilità, in Assicurazioni, 1985; G. Alpa, Danno da prodotti e responsabilità dell’impresa: diritto italiano ed esperienze straniere, Giuffrè, Milano, 1980, p. 401 ss.

[17] CIVIL LIABILITY E NEW TECHNOLOGIES TRA COMPARAZIONE E BEST RACTICES, PIERVINCENZO PACILEO, http://www.comparazionedirittocivile.it/, marzo 2017, pg. 7, nonché P.G. MONATERI, Cumulo di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale. Analisi comparata di un problema. Si rinvia inoltre a S. SICA, Note in tema di sistema e funzione della regola aquiliana, cit., p. 418, evidenzia, in tale ottica, il ruolo determinante assunto dall’interpretazione e dall’applicazione delle cc.dd. responsabilità speciali, ex artt. 2048-2054 c.c. (rinviando, in materia, a G. AUTORINO STANZIONE, Le responsabilità speciali. Modelli stranieri ed italiani, Napoli, 1984, passim): accantonate le tesi che volevano queste ultime caratterizzate dalle peculiarità ora della colpa, seppur presunta, ora dell’inversione dell’onere della prova, si svuota la visione soggettivistica della colpa, atteso che, da un lato, alle dimostrazioni di “aver fatto tutto il possibile per evitare il danno” (art. 2054c.c.), ovvero “di aver adottato le misure idonee” (art. 2050 c.c.), non corrisponde più l’allegazione della massima diligenza esigibile e, dall’altro, “l’esonero consegue unicamente alla prova del caso fortuito, della forza maggiore e del fatto altrui o della vittima aventi i medesimi caratteri di imprevedibilità ed inevitabilità”.

[18] Si tratta di estendere gli strumenti di analisi già usati per l’illecito extracontrattuale anche all’ambito contrattuale, in linea con gli scopi della riforma “Gelli”. Autorevole dottrina ha affermato che l’ambito della responsabilità civile sia proprio il terreno di elezione privilegiato per l’analisi economica del diritto. Si veda a tal proposito G. Alpa, L’analisi economica del diritto. Sul tema, inoltre, non si può che richiamare la celebre opera di Guido Calabresi, “Costo degli incidenti e responsabilità civile”, ristampa, Milano 1975. Si evidenzia in particolare, con riferimento a quest’ultima opera, la presentazione dell’opera a cura di Enrico Al Mureden, alla riedizione in cui si evidenzia come l’analisi economica del diritto faccia ancora fatica a trovare spazio negli ordinamenti di civil law, ma questa abbia già influenzato in maniera importante alcuni ambiti a livello comunitario. Inoltre, si evidenzia come la pressione indiretta esercitata dagli obblighi risarcitori potrebbe portare in alcuni casi, come in quelli della responsabilità del produttore, ad adottare un sistema maggiormente incentrato sulla prevenzione e sicurezza del prodotto. Ciò si potrebbe ottenere ad esempio con sistemi di responsabilità a titolo oggettivo. L’esigenza che emerge è, sotto questo profilo, proprio quella di trasferire il costo del rischio dal consumatore al produttore stesso. Ciò non con l’obiettivo di azzerare il rischio, il che richiederebbe costi esorbitanti, ma piuttosto quello di ridurli in coerenza anche con le esigenze di mercato. Si rinvia inoltre a G. Alpa, Rischio d’impresa, assicurazione, analisi economica del diritto, Volume 2 di responsabilità civile, Giuffrè, Milano, 1980.

[19] M. Faccioli, la responsabilità civile per difetto di organizzazione delle strutture sanitarie, Pacini Giuridica, Pisa, 2018, p. 109.

[20] Cass. III, 30/06/2015, n. 13328. Sul punto si veda anche Cass. 33770/2017, nella quale si afferma che le infezioni nosocomiali non sono infatti un evento imprevedibile.

[22] Cfr. F. Donelli M. Gabbrielli, Responsabilità medica nelle infezioni ospedaliere, profili giuridici e medico-legali, Maggioli, 2014, pg. 151.

[23] D. De Rada, Responsabilità della struttura sanitaria, Giappichelli, Torino, 2011, p. 188.

[24] Cass. Pen. sez. IV, sentenza 33770/2017.

[25] R. De Matteis, Dall’atto medico all’attività sanitaria. Quali responsabilità?, in Le responsabilità in medicina, A. Belvedere, S. Riondato (a cura di), Giuffrè, Milano, 2011; M. Faccioli, op.cit., p. 128; M. Marchese, Il principio di precauzione tra luci ed ombre, http://www.comparazionedirittocivile.it.

[26] Dal Veneto alla Campania fino alla Sicilia: 30 procure al lavoro sulle morti da coronavirus nelle Rsa.

Il deflagrare dell’epidemia di Covid-19 comporterà, tra le molteplici conseguenze, anche quella di modificare la nozione giuridica stessa del concetto di “sicurezza sul luogo di lavoro” cui la nostra normativa fa riferimento.

Quello degli obblighi di sicurezza che, a vario titolo, gravano sull’imprenditore/datore di lavoro è tema, su cui, come noto, il legislatore si è profuso, negli ultimi anni, in una pluralità di interventi normativi di vario grado il cui intento è quello di garantire in maniera sempre più stringente il lavoratore da qualsiasi rischio inerente al luogo di lavoro.

Ciò, come noto, comportava già, prima dell’emergenza Covid-19, un onere piuttosto gravoso in capo al datore di lavoro, chiamato a dotarsi, a sue spese e a pena di incorrere in responsabilità (anche) di natura penale, dei necessari presidi di sicurezza nonchè a provvedere, tra l’altro, all’adeguata formazione del personale.

L’emergenza Covid-19 tuttora in atto ha posto tutti noi al cospetto di un rischio evidentemente imprevisto (ancorchè oggettivamente non imprevedibile, quantomeno dagli organi sanitari a ciò deputati) e di natura peculiare perché, lungi dall’essere relegato, come avviene per la quasi totalità degli altri fattori di rischio, a specifiche attività lavorative, incombe potenzialmente su tutti noi e, ovviamente, sulla pressochè totalità dei lavoratori.

Con il presente contributo ci proponiamo dunque, con taglio il più possibile pratico e conciso, di fornire risposta agli imprenditori/datori di lavoro che, nell’arco delle ultime settimane, hanno richiesto delucidazioni in merito ai profili di responsabilità in cui potrebbero incorrere nella malaugurata ipotesi in cui un loro dipendente (o anche un terzo) dovesse contrarre l’infezione Covid-19 sul luogo di lavoro.

L’eco mediatica suscitata da alcune inchieste giudiziarie attualmente in corso presso diverse Procure italiane, volte ad accertare eventuali responsabilità per il contagio di ospiti di R.S.A. e aziende ospedaliere, fa comprendere che la preoccupazione degli imprenditori non è infondata e che verosimilmente i controlli sull’osservanza delle relative misure di sicurezza si intensificheranno nei prossimi mesi.

Il quadro normativo cui occorre fare riferimento riposa principalmente su due note disposizioni normative che, oramai da diversi anni, disciplinano, rispettivamente, la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro (D. L.vo 81/2008) e la responsabilità penale-amministrativa delle persone giuridiche per fatto costituente reato (D. L.vo 231/2001).

Si tratta, come anzidetto, di norme le cui prescrizioni sono – generalmente – già note agli imprenditori, non fosse altro per le conseguenze di natura penale che prevedono in capo al legale rappresentante in caso di loro inosservanza.

Il quadro così tratteggiato si completa se alle predette disposizioni normative, in funzione integrativa delle medesime, affianchiamo la pluralità di interventi di rango secondario (circolari, linee guida, protocolli, ecc.) emanati proprio per fronteggiare l’emergenza Covid-19 sui luoghi di lavoro, di cui proveremo a fornire un quadro sintetico.

I presupposti della responsabilità penale
Per il principio generale di prevedibilità e evitabilità dell’evento sostanziato dal combinato disposto degli artt. 40-42 del nostro Codice Penale, per rispondere in sede penale di un evento, occorre che quest’ultimo fosse prevedibile e evitabile da chi era investito dell’obbligo giuridico di impedirlo.

Il predetto criterio va sempre tenuto a mente nell’interpretare le dettagliate prescrizioni della normativa in materia di sicurezza sul luogo di lavoro nonché per fondare la responsabilità penale di un soggetto per il contagio da Covid-19.

Ora, va detto che, se da un lato l’emergenza Covid-19 ha colto clamorosamente impreparati alcuni settori del Paese che avrebbero dovuto ragionevolmente ipotizzare l’eventualità, già più volte manifestatasi anche in un recente passato, di un’epidemia e provvedere, ad esempio, a rifornire per tempo gli ospedali di sufficienti forniture di dispositivi di protezione individuale e di specifiche procedure di trattamento dei casi, dall’altro lato quello dell’esposizione a un agente infettivo patogeno e del relativo contagio sul luogo di lavoro è rischio già da tempo contemplato dall’ordinamento e dalla giurisprudenza [1].

Ragionando di responsabilità penale del datore di lavoro e avendo a mente il principio di tassatività, in funzione del quale nessuno può essere chiamato a rispondere in sede penale di un fatto che non sia espressamente previsto come reato, la prima domanda (la cui risposta, a giudicare da quanto è dato leggere sui mass media in questi giorni, non è poi così scontata) è: quale reato si può ipotizzare in caso di contagio da Covid-19?

Il contagio viene equiparato, per consolidatissima giurisprudenza, alla “malattia” che forma oggetto del reato di lesioni personali previsto dall’art. 590 del Codice Penale.

La “malattia”, infatti, secondo la nozione costantemente recepita nelle corti di giustizia è “…qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell’organismo…” [2].

Il predetto principio viene ribadito peraltro proprio dall’art. 42 del D.L. 18/2020 (c.d. Decreto Cura Italia), laddove si precisa espressamente che il contagio da Covid-19 deve essere trattato dal datore di lavoro (pubblico o privato che sia) e dall’Inail come un infortunio.

Completa il quadro la circolare Inail n. 13 del 3/4/2020 che precisa “…secondo l’indirizzo vigente in materia di trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie, l’Inail tutela tali affezioni morbose, inquadrandole, per l’aspetto assicurativo, nella categoria degli infortuni sul lavoro…”.

La sussistenza di una “malattia” così definita, pertanto, è condizione necessaria ma ancora non sufficiente, di per sé sola, per ipotizzare in capo al datore di lavoro una responsabilità penale.

A questo fine occorrerà ancora, infatti, valutare se in capo al medesimo vi fossero altresì:

• la posizione di garanzia, ovvero l’obbligo giuridico di evitare l’evento lesivo;

• la colpa, sia essa colpa c.d. “specifica o qualificata”, ovvero la violazione di prescrizioni di legge o di normativa secondaria che mirano proprio ad evitare l’evento che si è concretizzato (c.d. “norma cautelare”), o colpa c.d. “generica”, ovvero la violazione di ordinarie regole di prudenza.

I limiti della responsabilità penale
E’ a questo punto che emerge la centralità, per qualificare (o escludere) la responsabilità penale del datore di lavoro per contagio da Covid-19, delle prescrizioni di cui al già citato D. L.vo n. 81/2008 (Testo Unico sulla Sicurezza sul Luogo di Lavoro) e, come si dirà, del D. L.vo 231/2001 (Responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche).

Se, infatti, quasi sempre (ma non necessariamente, come si vedrà infra), il datore di lavoro/legale rappresentante dell’impresa è titolare della posizione di garanzia, ovvero dell’obbligo giuridico di evitare l’evento lesivo del contagio, al fine di poter contestare al medesimo la responsabilità penale legata alla relativa malattia (o, addirittura, al decesso), occorrerà altresì dimostrare che in capo al predetto vi sia un profilo di colpa nel senso anzidetto, in particolare di colpa specifica per violazione di legge o normativa secondaria, dunque la violazione di una o più “norme cautelari”.

Ora, parlando di legge o normativa secondaria le cui prescrizioni siano volte ad evitare l’evento lesivo a quali disposizioni facciamo riferimento?

Principalmente, a quelle contenute nel D. L.vo 81/2008 (Testo Unico sulla Sicurezza sul Luogo di Lavoro), eventualmente integrate dalle successive disposizioni di rango secondario (che di seguito sintetizzeremo) in materia di prevenzione del contagio da Coronavirus sul luogo di lavoro, nelle quali si deve oramai tenere conto anche della copiosa e recentissima regolamentazione emergenziale.

Sarebbe errato vedere in ciò un meccanismo di deminutio della tutela della persona offesa contagiata, sostanzialmente gravata (tramite il pubblico ministero) dell’onere di dimostrare la violazione di una norma cautelare da parte del datore di lavoro per poter ottenere giustizia in sede penale.

Si tratta, piuttosto, dell’applicazione di un basilare principio illuministico di civiltà giuridica e di buon senso, in funzione del quale non si può esigere che alcuno venga chiamato a rispondere in sede penale di eventi lesivi che non era per legge tenuto a evitare.

Ciò vale in generale, rispetto a qualsiasi rischio di natura lesiva che si possa concretizzare nell’ambito dell’attività produttiva e vale a maggior ragione per il rischio da contagio di Covid-19.

Il principio anzidetto comporta dunque che l’imprenditore/datore di lavoro è tenuto, a rischio di risponderne in sede (anche) penale, a rispettare le prescrizioni normative dettate dal D. L.vo 81/2008 in materia di sicurezza (che impongono le relative norme cautelari nel senso anzidetto) ma, per converso, laddove egli osservi le predette prescrizioni e occorra un infortunio (incluso il contagio), risulterà assai difficile per il pubblico ministero ipotizzare a suo carico qualsiasi responsabilità di natura penale, difettando la colpa consistente nella violazione di una norma cautelare.

Di qui l’assoluta importanza di conoscere in maniera dettagliata le prescrizioni che il D. L.vo 81/2008 (Testo Unico della Sicurezza sul Luogo di Lavoro) pone a carico degli imprenditori/datori di lavoro, dal momento che, nell’esperienza delle corti, nella quasi totalità dei casi, la differenza tra l’esito assolutorio e la condanna, con tutte le relative conseguenze anche in materia di D. L.vo 231/2001, risiede nell’adozione di alcune, minime misure che tuttavia consentono di dimostrare in giudizio l’insussistenza della colpa per violazione di una norma cautelare.

E’ palese anche il contrario: un datore di lavoro (e si badi, sono inclusi nel novero dei soggetti destinatari delle prescrizioni di cui al D. L.vo 81/2008 anche le strutture sanitarie e ciò darà luogo a non poche azioni della magistratura inquirente nei prossimi mesi) che non si cura di adeguarsi minimamente alle prescrizioni del D. L.vo 81/2008 e, laddove applicabile, del D. L.vo 231/2001 (Responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche) si espone al rischio assai concreto di essere inosservante (a sua insaputa) di una miriade di norme cautelari che nondimeno lo individuano come titolare della posizione di garanzia e per ciò solo ha un’altissima probabilità, non appena occorra un infortunio di qualsiasi genere, di incorrere in una condanna penale, con tutto ciò che ne consegue anche in punto di responsabilità dell’ente ex D. L.vo 231/2001.

Vale dunque la pena dedicare qualche istante all’individuazione delle predette norme cautelari, la cui osservanza da parte dell’imprenditore/datore di lavoro può evitargli conseguenze di natura penale in caso di infortunio e, nella specie, di contagio da Covid-19.

La fonte delle norme cautelari: il D. L.vo 81/2008
La prima e principale fonte delle predette norme cautelari, nella prassi e nelle corti giudiziarie, è proprio il D. L.vo 81/2008 (Testo Unico della Sicurezza sul Luogo di Lavoro) che, a sua volta, costituisce un’attuazione del principio generale sancito dall’art. 2087 del nostro Codice Civile, in virtù del quale il datore di lavoro ha l’obbligo di attuare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, risultano necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro, dovendosi includere, alla luce dell’orientamento giurisprudenziale assolutamente consolidato in materia, anche a prevenire l’insorgenza di malattie correlate al lavoro stesso.

L’obbligo di vigilare sull’applicazione e sull’osservanza delle misure di sicurezza all’interno dell’azienda, del resto, grava sullo stesso datore di lavoro, a meno che egli non rilasci apposita delega con le forme previste dall’art. 16 D. L.vo 81/2008.

La giurisprudenza prevalente, comunque, stenta ad escludere, per la sola esistenza delle delega, la responsabilità penale del datore di lavoro, essendo casomai più frequente il caso in cui vengano rinviati a giudizio, contestualmente, il datore di lavoro e il delegato, magari per violazioni di norme cautelari differenti [3].

Senza ulteriormente soffermarci in questa sede sui limiti del concorso di responsabilità penale del datore di lavoro in presenza di altre figure previste dalla normativa (R.S.P.P., preposto, ecc.), basti rilevare che tanto rigore nell’attuazione delle prescrizioni del Testo Unico sulla Sicurezza può talvolta apparire eccessivo e poco consapevole delle concrete difficoltà che affronta il datore, soprattutto in caso di imprese medio-grandi, nel gestire direttamente ogni aspetto organizzativo dell’operare quotidiano d’impresa.

Tuttavia, non va neppure dimenticato che esistono comunque obblighi che, ai sensi dello stesso D. L.vo 81/2008, il datore di lavoro non può comunque delegare e che ciò nonostante, spiace rilevarlo, non di rado non vengono comunque correttamente osservati, anche in imprese di dimensioni considerevoli.

I predetti obblighi, individuati dall’art. 17 del D. L.vo 81/2008, sono:

la designazione del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione;
la valutazione dei rischi e l’elaborazione del Documento di Valutazione dei Rischi.

Il D. L.vo 81/2008 pone poi, agli artt. 18-55, l’osservanza di altri obblighi in capo al datore di lavoro, che risultano ancor più rilevanti per quanto concerne il rischio di contagio da Covid-19.

Si tratta di obblighi che, tuttavia, possono essere delegati dal datore di lavoro e, in particolare:

la nomina di un medico competente per la sorveglianza sanitaria in azienda e la gestione delle emergenze;
la programmazione delle misure di prevenzione;
la valutazione dei rischi derivanti dall’esposizione agli agenti biologici presenti nell’ambiente;
informare i lavoratori circa il pericolo esistente, le misure predisposte e i comportamenti da adottare;
richiedere l’osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti, nonché delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza e di igiene del lavoro e di uso dei mezzi di protezione;
prevedere le condotte da attuare in caso di pericolo immediato;
richiedere al medico competente l’osservanza degli obblighi previsti a suo carico;
fornire i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale.

E’ proprio quest’ultimo obbligo che, per le specificità proprie del rischio di contagio da Covid-19, risulta, a quanto è dato intendere dalle prime attività di indagine condotte dalle procure, maggiormente disatteso, anche dalle strutture sanitarie (e non solo da quelle private!), dal momento che, è bene rammentarlo, le prescrizioni del D. L.vo 81/2008 risultano vincolanti anche per le strutture sanitarie, anche rivestenti natura pubblica.

E’ di tutta evidenza, peraltro, che l’art. 18, lett. “d” del D. L.vo 81/2008 che contempla il predetto obbligo, è esplicito nell’affermare che i dispositivi di protezione individuale debbono essere “…necessari…” e “…idonei…”.

Il pensiero corre dunque, prima ancora che alle imprese, alle (tante) strutture sanitarie in cui gli operatori hanno denunciato l’assenza di idonei dispositivi (mascherine non adeguate al rischio Covid-19, assenza di guanti, tute monouso, ecc.).

E’ evidente che, in casi analoghi, la violazione del predetto obbligo risulta già di per se stessa sufficiente a costituire l’inosservanza di una norma cautelare sulla quale il pubblico ministero procedente potrà agevolmente strutturare un’ipotesi di accusa colposa (per lesioni o per omicidio) per colpa specifica consistente in (evidente) violazione di legge.

E’ inoltre da tenere sempre presente, per ogni impresa, sia essa di natura sanitaria o meno, che l’obbligo di tutela vale anche nei riguardi degli infortuni (incluso, ovviamente, il contagio) patiti da terzi (ad esempio, visitatori dei pazienti ricoverati) nell’area di pertinenza dell’azienda stessa [4].

Stupisce pertanto, nel senso anzidetto, che alcune procure, in presenza di un numero di contagi degli operatori di strutture sanitarie così elevato da far ipotizzare l’inosservanza di basilari misure di sicurezza quali l’adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale, si siano cimentate nel compito (ben più arduo) di cercare di dimostrare la sussistenza degli elementi costitutivi delle fattispecie di reato di cui agli artt. 452-438 del Codice Penale (epidemia colposa) che, per giurisprudenza prevalente, non è integrabile mediante una condotta omissiva ma, al contrario, solo con una condotta commissiva e per di più a modalità vincolata [5].

Ben più agevole, in chiave accusatoria, sarebbe infatti dimostrare la (probabile) inosservanza di una o più disposizioni del D. L.vo 81/2008 per disporre di un’ipotesi di accusa agevolmente spendibile in giudizio e non banale da smontare per la difesa.

Per quanto qui rileva, comunque, il dato da acquisire è quello per cui il datore di lavoro/legale rappresentante è titolare (anche) della posizione di garanzia rispetto al rischio che i suoi stessi dipendenti o terzi contraggano in ambiente lavorativo il Covid-19 e, salvo provare che la condotta del danneggiato fosse assolutamente abnorme e imprevedibile, l’unico modo per smontare l’ipotesi accusatoria sarà quello di provare di aver adottato tutte le cautele previste dalla normativa [6].

Momento del contagio e norme applicabili
E’ a questo punto che occorre distinguere tra contagio concretizzatosi prima dell’intervento della normativa emergenziale di cui stiamo per dire e condotte maturate in seguito a quest’ultima, recentissima normativa, di cui possiamo individuare il primo “tassello” nella Circolare del Ministero della Salute n. 3190 del 3/2/2020.

Per queste ultime condotte, maturate prima del 3/2/2020, le norme cautelari di cui il datore di lavoro/legale rappresentante dovrà dimostrare l’osservanza per andare esente da responsabilità penale, saranno (solo) quelle appena analizzate e contenute nel D. L.vo 81/2008.

Sarebbe infatti assurdo chiamare a rispondere l’imprenditore/datore di lavoro delle conseguenze di un rischio che, evidentemente, non era stato opportunamente ponderato neppure dalla più specializzata comunità medico-scientifica, colta clamorosamente in contropiede dalla natura e dalla diffusione del contagio, e dalle stesse strutture sanitarie, anche pubbliche.

In parte differente è il ragionamento da fare per quanto concerne i contagi avvenuti dopo il 3/2/2020.

In questo caso, infatti, oltre che una maggiore e diffusa consapevolezza generalizzata del rischio, ha cominciato a consolidarsi una normativa (fin troppo) copiosa di natura secondaria che ha sostanzialmente integrato (spesso, per la verità, in apparente inconsapevolezza) le prescrizioni già presenti in materia nel D. L.vo 81/2008.

Sarà pertanto necessario per il datore di lavoro/legale rappresentante, in caso di contagio avvenuto dopo il 3/2/2020, dimostrare non solo l’osservanza delle prescrizioni di cui al D. L.vo 81/2008 ma altresì di quelle successive, di natura secondaria, che si sono susseguite in queste ultime concitate settimane di alluvionale produzione normativa e regolamentare.

Fin dal 3/2/2020, infatti, il Ministero della Salute emanava la Circolare n. 3190, con cui, rivolgendosi agli operatori a contatto quotidiano con il pubblico forniva alcune basilari indicazioni, quali:”

lavarsi frequentemente le mani;

porre attenzione all’igiene delle superfici;

evitare i contatti stretti e protratti con persone con sintoni simil influenzali;

adottare ogni ulteriore misura di prevenzione dettata dal datore di lavoro;

Seguivano, come noto, diversi Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, che hanno previsto la sospensione di tutte le attività industriali e commerciali salvo quelle di cui all’allegato 1 del D.P.C.M. 10/4/2020 e il Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure anti-contagio negli ambienti di lavoro, sottoscritto in data 14/3/2020 dal Governo e da Confindustria con il dichiarato fine di coniugare “…la prosecuzione delle attività produttive con la garanzia di condizioni di salubrità e sicurezza degli ambienti di lavoro e della modalità lavorative… ”.

In buona sostanza, il predetto Protocollo prevede la riduzione dell’attività lavorativa, invitando i lavoratori a ricorrere allo smart working, a usufruire degli ammortizzatori sociali o, in caso di impossibilità di ricorrervi, invita il datore di lavoro alla sanificazione periodica dei luoghi di lavoro, all’adozione di protocolli di sicurezza che possano prevenire il contagio, al rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro, all’adozione di specifici dispositivi di protezione individuale e alla riduzione maggiore possibile delle occasioni di contatto all’interno degli spazi aziendali.

Si tratta, in realtà, di prescrizioni che un’accorta valutazione dei rischi, compendiata nel Documento di Valutazione dei Rischi, unita all’osservanza di alcune regole di comune buon senso e all’applicazione delle altre prescrizioni di cui al D. L.vo 81/2008 avrebbe potuto anche precorrere e infatti, nella prassi, molte aziende avevano già attuato di propria iniziativa prima dell’intervento del predetto Protocollo.

L’osservanza delle prescrizioni del Protocollo del 14/3/2020 e delle altre prescrizioni già analizzate e contenute nel D. L.vo 81/2008, magari unita all’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi, sentito il medico aziendale, rende realisticamente tranquillo il datore di lavoro/legale rappresentante di non incorrere in responsabilità penale in caso di contagio da Covid-19 occorso anche dopo il 3/2/2020.

La responsabilità penale-amministrativa dell’ente ex D. L.vo 231/2001
Come già cennato in precedenza, vi è, accanto al D. L.vo 81/2008 di cui già si è detto, un altro testo normativo, presente nel nostro ordinamento da ormai quasi un ventennio, con le cui previsioni le persone giuridiche (imprenditori ma non solo, anche enti pubblici e, per quanto qui rileva, aziende ospedaliere) si trovano sempre più a doversi adeguare.

Il D. L.vo 231/2001, infatti, come noto, è il provvedimento normativo che disciplina, con titolazione programmatica “…la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società, e delle associazioni anche prive di personalità giuridica… ”.

Il provvedimento è stato, a modo suo, rivoluzionario nella misura in cui ha previsto, per la prima volta nel nostro ordinamento, una responsabilità di natura para-penale (definita genericamente “amministrativa” anche per non incorrere nelle maglie del divieto di responsabilità extra-personale di cui agli artt. 27 Costituzione- 40 Codice Penale) a carico non “semplicemente” del legale rappresentante dell’ente, ma anche dell’ente stesso, che può pertanto essere destinatario di sanzioni para-penali di varia natura, da quelle economiche a quelle interdittive quali il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione o il divieto di operare.

Senza dimenticare l’obiettivo del presente contributo, che rimane quello di individuare i profili di responsabilità del legale rappresentante in caso di contagio da Covid-19, vale la pena spendere alcune brevi considerazioni anche in merito al predetto profilo di responsabilità, che può involgere dunque non più solamente il legale rappresentante ma altresì lo stesso ente rappresentato, rendendolo potenzialmente destinataria delle sanzioni previste dal D. L.vo 231/2001.

Non va dimenticato, peraltro, per i fini che qui rilevano, che la giurisprudenza maggioritaria ritiene applicabili le prescrizioni del D. L.vo 231/2001 e la relativa responsabilità di natura amministrativa, anche alle aziende ospedaliere pubbliche [7].

Non ogni illecito, anche di natura penale, commesso in ambito aziendale, comporta di per sé l’applicazione del meccanismo sanzionatorio di cui al D. L.vo 231/2001 a carico della società.

La responsabilità di quest’ultima, infatti, può operare in presenza di alcune condizioni (art. 5 D. L.vo 231/2001), che debbono ricorrere cumulativamente:

l’illecito deve essere commesso dal legale rappresentante della società o da chi sia investito di poteri di rappresentanza, di amministrazione o comunque di gestione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia;

l’illecito deve essere commesso in vantaggio o nell’interesse dell’ente;

In presenza di questi presupposti, l’ente può essere chiamato a rispondere dell’illecito commesso ove non riesca a provare che:“…

A) l´organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;

B) il compito di vigilare sul funzionamento e l´osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell´ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo;

C) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;

D) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell´organismo di cui alla lettera b)….”.

Insomma, senza soffermarci ulteriormente sulla natura e i presupposti di questo peculiare tipo di responsabilità, per l’argomento che rileva nel presente contributo ci è sufficiente sapere che le condotte illecite dei legali rappresentanti o dei rispettivi delegati, ove commesse in vantaggio o nell’interesse dell’ente e in assenza della previsione di un adeguato modello di organizzazione e gestione (si noti il parallelo con il Documento di Valutazione dei Rischi. di cui al D. L.vo 81/2008), possono esporre a gravi conseguenze la stessa esistenza in vita dell’ente.

La domanda che occorre porsi, a questo punto, è: per qualsiasi reato commesso dai predetti soggetti “apicali” nell’interesse o a vantaggio dell’ente, risponderà (anche) quest’ultimo ex D. L.vo 231/2001?

Ci forniscono la risposta gli artt. 25 ss. del D. L.vo 231/2001, che contengono l’elenco, più volte aggiornato, anche recentemente, dei reati che, se commessi dai predetti soggetti nell’interesse o a vantaggio dell’ente, possono dare luogo, in assenza dell’adozione da parte dell’ente del modello di organizzazione e di gestione di cui all’art. 6 D. L.vo 231/2001, possono dar luogo a responsabilità penale-amministrativa dello stesso.

Ebbene, oramai numerose e assai eterogenee sono le fattispecie di reato che possono ingenerare la predetta responsabilità dell’ente e sarebbe dispersivo condurne un’analisi compiuta.

Ai nostri fini, è importante rilevare che, dall’Anno 2007, sono state inserite nel novero dei predetti reati due fattispecie tipicamente ricorrenti nell’ambito dell’operatività aziendale, ovvero le lesioni colpose e l’omicidio colposo legati all’inosservanza delle normative in materia di sicurezza sul luogo di lavoro.

A questo punto, il cerchio aperto con l’individuazione delle normative in materia di sicurezza applicabili nel caso di contagio da Covid-19 si chiude.

Laddove, infatti, venga ravvisata, nei termini già analizzati, l’inosservanza di prescrizioni normative in materia di sicurezza sul luogo di lavoro che ha cagionato delle lesioni o il decesso (e abbiamo già visto che il contagio da Covid-19 è equiparato, appunto, alla “malattia” costituente l’elemento materiale del reato di lesioni), (anche) l’ente ne verrà chiamato a rispondere ai sensi del D. L.vo 231/2001, con la possibilità di incorrere in gravi sanzioni, anche interdittive.

Il puntcum prurens parrebbe, a questo punto, quello di individuare il necessario “…vantaggio…” o “…interesse…” dell’ente, quale presupposto applicativo della relativa responsabilità, che deriverebbe all’ente stesso dalla condotta illecita, dal momento che, in assenza del predetto “vantaggio” o “interesse” non è possibile configurare validamente la responsabilità penale-amministrativa dell’ente.

Si tratta, però, di un falso problema, risolto in maniera invero piuttosto “creativa” da una pronuncia della Corte di Cassazione che ha individuato surrettiziamente il predetto

“… vantaggio…” necessario ai fini della configurazione della relativa responsabilità ex D. .L.vo 231/2001 nel “ … risparmio…” che l’azienda, non fornendo i necessari dispositivi di protezione individuale conseguirebbe indebitamente, realizzando peraltro anche un maggiore profitto legato al fatto di ottimizzare i tempi di produzione non essendosi vincolata a seguire stringenti procedure di sicurezza [8].

E’ evidente l’incidenza che il principio predetto (invero contrastato da altre pronunce di segno contrario) può assumere nell’ipotesi di contagio da Covid-19.

A quanto pare emergere dai primi riscontri dell’autorità inquirente, infatti, numerosissime strutture sanitarie, anche pubbliche, non erano dotate, tra l’altro, di adeguati dispositivi di protezione individuale e/o di procedure idonee, di talchè, potenzialmente, in presenza di un contagio ivi occorso in violazione delle norme di cui al D. L.vo 81/2008, sarebbero destinatarie, mediante i loro legali rappresentanti, non “solo” delle sanzioni penali ma altresì di quelle di natura penale-amministrativa previste dal D. L.vo 231/2001.

Se vi sarà concreta applicazione del predetto principio negli accertamenti che l’autorità inquirente condurrà nei prossimi mesi, si assisterà alla contestazione da parte delle procure, non solo delle fattispecie riconnesse alla violazione del D. L.vo 81/2008 ma altresì a un’inedita “pioggia” di contestazioni di responsabilità ex D. L.vo 231/2001, con le relative ripercussioni sanzionatorie a carico dei rispettivi enti, sanitari e non, pubblici e privati che siano.

E’ a questo punto, dunque, che emerge in tutta la sua evidenza l’opportunità per ogni ente così come individuato dal D. L.vo 231/2001 di dotarsi di un adeguato modello di organizzazione e gestione, sì da non ritrovarsi destinatario di pesanti sanzioni, anche interdittive, che potrebbero condurre alla sua definitiva cessazione.

Anche in questo caso, in realtà, in analogia a quanto avviene per le prescrizioni presenti nel D. L.vo 81/2008, per l’impresa adeguarsi a quanto prescritto è assai meno oneroso che operare senza averlo fatto.

E’ realistico supporre, infatti, che la “scure” della magistratura, in caso di indagini di natura penale conseguenti a casi di contagio Covid-19, colpirà primariamente chi di tale modello di organizzazione e gestione, a suo rischio, non ha mai inteso dotarsi, esponendo così se stesso e l’ente rappresentato alle relative responsabilità.

Al contrario, però, l’esperienza delle corti insegna che, in presenza di un modello di organizzazione e gestione impostato e attuato, ancorchè perfettibile, l’interesse della norma risulta tutelato e, conseguentemente, è raro che il magistrato si inoltri in un’analisi dettagliatissima delle prescrizioni che si sarebbero eventualmente potute includere nel modello di gestione al fine di ricomprendervi ogni rischio immaginabile

Conclusioni
In conclusione, il quadro normativo richiamato ci suggerisce che l’ipotesi che il datore di lavoro venga chiamato a rispondere in sede penale per il contagio da Covid-19 occorso in ambienti di lavoro è fondata.

Il contagio da Covid-19 viene trattato nel nostro ordinamento alla stregua di una “malattia” costituente l’elemento materiale di cui agli artt. 589- 590 del Codice Penale, ovvero lesioni personali colpose o omicidio colposo.

Per tracciare correttamente i confini della predetta responsabilità è necessario prendere in considerazione la normativa applicabile in materia, e in particolare:

D. L.vo 81/2008 (Testo Unico sulla Sicurezza sul Posto di Lavoro);

D. L.vo 231/2001 (Responsabilità amministrativa delle persone giuridiche);

la normativa secondaria emergenziale emanata dal 3/2/2020 in poi.

Al fine di chiamare a rispondere in sede penale il legale rappresentante/datore di lavoro in caso di avvenuto contagio, occorrerà distinguere a seconda del momento dell’evento.

Se il contagio avviene prima del 3/2/2020, per andare esente da responsabilità penale il datore di lavoro/legale rappresentante dovrà dimostrare di aver adempiuto le prescrizioni in materia di sicurezza del lavoro previste dal D. L.vo 81/2008 o che la condotta del contagiato fosse obiettivamente imprevedibile.

Se, invece, il contagio avviene dopo il 3/2/2020, per andare esente da responsabilità al datore di lavoro/legale rappresentante non sarà sufficiente dimostrare la corretta osservanza delle prescrizioni in materia di sicurezza di cui al D. L.vo 81/2008 ma occorrerà altresì che egli dimostri di essere osservante delle prescrizioni integrative che trovano la loro fonte nella normativa emergenziale emanata dal 3/2/2020 fino ai giorni nostri, con particolare rilevanza delle linee guida previste dal Protocollo sottoscritto in data 14/3/2020 dal Governo e da Confindustria.

In caso venga ravvisata l’inosservanza di una norma in materia di prevenzione degli infortuni sul luogo di lavoro, ad essere esposto a conseguenze non sarà, in virtù delle previsioni del D. L.vo 231/2001, solamente il legale rappresentante/datore di lavoro ma altresì l’ente, sia esso una società, un’associazione o perfino l’ente pubblico nel cui interesse/vantaggio è stato compiuto il reato.

Il D. L.vo 231/2001, infatti, richiede, al fine della sussistenza della responsabilità penale­amministrativa dell’ente, che un reato tra quelli tassativamente elencati negli artt. 25 ss. della predetta disposizione venga compiuto da figure apicali dell’ente stesso e in vantaggio o nell’interesse dell’ente.

Le lesioni colpose e l’omicidio colposo sono incluse nel novero delle figure di reato che possono dare luogo a responsabilità penale-amministrativa dell’ente ex D. L.vo 231/2001.

L’orientamento giurisprudenziale più recente, inoltre, qualifica come “vantaggio” quello che l’ente conseguirebbe da una condotta costituente reato, quale è l’inosservanza di normative di sicurezza sul luogo di lavoro che cagiona il contagio da Covid-19, ad esempio non fornendo il personale di idonei dispositivi di protezione individuale.

E’ realistico dunque ritenere che, qualora, come risulterebbe dai primi esiti dell’attività di indagine condotta da varie procure sul territorio nazionale, il contagio da Covid-19 sia stato determinato dall’assenza di dispositivi di protezione individuale o da altre violazioni del D.L.vo 81/2008, non solo il legale rappresentante ma anche lo stesso ente rappresentato risulterà destinatario delle sanzioni previste dal D. L.vo 231/2001, incluse quelle di natura interdittiva.

Se non è possibile in astratto scongiurare ogni rischio connaturato all’attività aziendale, è tuttavia possibile escludere che il concretizzarsi del rischio possa avere conseguenze di natura penale (sul legale rappresentante della società) e penale-amministrativa (sull’ente rappresentato) adottando preventivamente alcune fondamentali cautele, quali l’attuazione delle principali prescrizioni in materia di sicurezza sul luogo di lavoro previste dal D. L.vo 81/2008 e la redazione di un adeguato modello di organizzazione e di gestione ex art. 6 D. L.vo 231/2001.

Circolare n. 3190 del 3 febbraio 2020 del Ministero della Salute – Direzione generale della prevenzione sanitaria (Ufficio 05 – Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale), oggetto “Indicazioni per gli operatori dei servizi/esercizi a contatto con il pubblico” (formato PDF, 205 kB).

[1] Così, ex multis, Cass. Pen., Sez. V^, Sent. N. 38388/2012.

[2] Così, Cass. Pen., Sez. V^, Sent. N. 43763/2010

[3] Così, Cass. Pen., Sez- VII^, Sent. N. 14127/2018. Contra, però, Cass. Pen., Sez. IV^, Sent. N. 4340/2016.

[4] Così, Cass. Pen., Sez. IV^, Sent. N. 18444/2015.

[5] Così, Cass. Pen., Sez. IV^, Sent. N. 9133/2018.

[6] Così, Cass. Pen., Sent. N. 4916/2018.

[7] Così, Cass. SS. UU., Sent. N. 38343/14.

[8] Così, Cass. Pen., Sez. IV^, Sent. N. 31210/2016.

La responsabilità della struttura per danno a pazienti conseguente a prestazioni di operatori sanitari in un contesto di tipo penalistico pone problemi complessi anche agli effetti delle inferenze con la consueta definizione di responsabilità penale dei singoli operatori, là dove emergano anche implicazioni che investano i presidi della organizzazione sanitaria.

Ed in effetti il richiamo alla responsabilità della struttura, da identificarsi per lo più con le strutture del Servizio Sanitario Nazionale, è talora accennato nelle consulenze medico-legali svolte in corso di procedimenti penali, per cercare di far ottenere un risarcimento alla parte lesa in particolari situazioni in cui è difficile arrivare a dimostrare la responsabilità di singoli operatori sanitari, come avviene ad esempio “nel lavoro di èquipe, nella multidisciplinarietà di interventi o ancora nell’alternarsi all’assistenza di sanitari singolarmente mal individuabili all’interno del reparto ospedaliero” [1] ovvero quando si evidenziano disservizi conseguenti a carenze della struttura (assenza di mezzi diagnostici o terapeutici, disorganizzazione del personale).

La responsabilità della struttura è ormai pacificamente ammessa in ambito civilistico: si è infatti riconosciuta l’importanza della valutazione dell’operato del medico anche in funzione della organizzazione sanitaria [2]. Si è cioè accettato il principio della sussistenza di una sorta di “responsabilità oggettiva della struttura pubblica”, che “verrebbe a concretizzarsi più in relazione all’evento infausto derivante dal trattamento sanitario che non dalla valutazione sulla condotta del singolo medico” e questo anche al fine di “garantire comunque un risarcimento al cittadino che abbia subito un danno, anche qualora non sia possibile individuare una responsabilità del singolo medico” [3]. Esemplificativa di tale tendenza è la ben nota sentenza della Corte di Cassazione relativa ad un intervento effettuato, con esito negativo, presso l’ospedale S. Gennaro di Napoli sul piede di un paziente: la Suprema Corte, ricordando che la responsabilità di un Ente ospedaliero per i danni causati ai pazienti da sanitari dipendenti è di natura contrattuale, affermava il dovere di risarcire il danno quando “l’intervento operatorio sia di non difficile esecuzione ed il risultato conseguente sia peggiorativo delle condizioni finali del paziente” in quanto devesi presumere “l’inadeguata e non diligente esecuzione della prestazione professionale del chirurgo” (Cass. Civ., Sez. III, 21 dicembre 1978, Giust. Civ., Mass. 2566, 1978). Secondo un autorevole commentatore l’Ente può essere condannato “se tutti i possibili autori di una condotta colposa sono alle dipendenze dell’ente ospedaliero convenuto”, in quanto “se anche non si conosce l’identità del colpevole, può infatti ritenersi provato che si tratta comunque di una persona del cui operato l’ente deve rispondere” [4].

D’altra parte, l’estensione dello status di dipendente pubblico agli operatori del S.S.N. (art. 28 del D.P.R. 20 dicembre 1979, n. 761), estensione che ha “resistito” anche alla ventata privatizzatrice recepita dai più recenti contratti della Sanità pubblica, comporta il fatto che la Pubblica Amministrazione risponde dei danni causati dai dipendenti, fatti salvi i casi di dolo o colpa grave.

Tra gli esempi più recenti in cui è stata riconosciuta la responsabilità civile di un ente ospedaliero per carenze organizzative, da segnalare la sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno, che, in un caso di lesioni cerebrali provocate da ritardo nella esecuzione di un taglio cesareo, ha affermato che “la responsabilità dell’Ente convenuto consiste, in particolare, nel non aver assicurato la presenza continua di un anestesista-rianimatore ed un più efficiente reparto ostetrico, a cui era obbligato in considerazione dell’importanza della struttura ospedaliera, posta al servizio di un grande bacino di utenzaà (Tribunale di Ascoli Piceno, 28 novembre 1995, Rivista Italiana di Medicina Legale, 2, 619, 1996).

Definizione della responsabilità penale.

Tornando alle problematiche proprie della responsabilità penale, si pone il problema, una volta accertata la responsabilità della struttura, della individuazione dei singoli amministratori cui imputare i comportamenti colposi o dolosi. Specie in passato, si trattava di un compito ingrato, in quanto si doveva tener conto dei mille rivoli in cui si suddividevano le responsabilità degli amministratori della U.S.L., nonchè del delicato rapporto intercorrente tra la Pubblica Amministrazione e gli organi che concretamente agiscono per conto della Amministrazione, come evidenziato (sempre per la responsabilità civile) da Tornotti e Luongo, posto che “la Pubblica Amministrazione non opera se non attraverso i suoi organi, di talchì, qualora i titolari di questi organi (Presidente della U.S.L., etc.) agiscono come tali, in realtà non sono essi ad agire come persone distinte dalla Pubblca Amministrazione, ma è la stessa Pubblica Amministrazione che agisce attraverso di loro. E se tale operato viene posto in essere con violazione di obblighi o di doveri e comunque viene a cagionare danno agli utenti, l’Ente deve rispondere di tali danni direttamente” [5].

Utile quindi ad un corretto approccio alla questione in oggetto risulta un riesame dei principi generali in materia di responsabilità penale per reati concernenti l’attività di un Ente.

Si tratta cioè di stabilire su chi incombe l’obbligo di osservare il precetto penale, obbligo che non può far capo, come già detto, all’ente, ma solo ad una persona fisica, in applicazione del noto principio secondo cui la responsabilità penale è personale, quindi innanzitutto di una “persona fisica”: in tal senso si dovrà accertare, secondo la normativa che disciplina la organizzazione dell’ente e non sulla base della mera effettività di distribuzione delle funzioni, quale persona fisica abbia il potere giuridico di provvedere agli adempimenti prescritti dalla legge penale. Si dovrà fare riferimento, in generale, alla ripartizione interna e istituzionale dei compiti (ad esempio affidamento istituzionale di funzioni di rilievo al “servizio provveditorato e tecnico”, per la materia della sicurezza ed igiene del lavoro). Tuttavia il criterio basato sulla effettività delle funzioni esercitate alla stregua dell’ordinamento interno non consente di esimere l’organo di vertice dell’amministrazione dalla responsabilità penale: in relazione all’amministrazione di una U.S.L. si è ritenuto in giurisprudenza (Cass. 18 novembre 1986 n. 12920) che alla responsabilità del capo del servizio di gestione tecnica si aggiunge quella dei soggetti posti al vertice della organizzazione.

Delega di funzioni.

La responsabilità dell’organo di vertice, comunque, non può essere esclusa mai là dove si tratti di adempimenti imposti ad esso in via esclusiva e quindi non delegabili (sarà responsabile la persona fisica che ricopre la carica “pro tempore”); ciò accade ad esempio per taluni adempimenti in materia di sicurezza dei lavoratori (Decreto Legislativo 6261 del 1994 e successive modifiche). Negli altri casi è ammessa la “delega di funzioni”; tale delega A) è ammessa solo sulla base di precise ed ineludibili norme interne o disposizioni statutarie; deve avere contenuto specifico e puntuale; deve rivestire, secondo la giurisprudenza maggioritaria, forma scritta ed essere adeguatamente pubblicizzata; B) può esonerare il delegante a condizione che a) il delegante stesso non continui ad ingerirsi nell’esercizio delle funzioni trasferite; b) il delegato sia persona tecnicamente e professionalmente idonea; c) il delegato sia dotato dei necessari poteri di autonomia economica e decisionale; d) il delegante continui ad esercitare la funzione di vigilanza e controllo (obbligo variabile, evidentemente, a seconda delle dimensioni e dell’organizzazione dell’ente).

Insediamenti sanitari ed ospedalieri.

I principi generali in tema di responsabilità penale valgono sia che si tratti di strutture pubbliche che private (ad esempio per Cass. III 6 ottobre 1992, Paulicelli, sono responsabili-nella precedente normativa, ma ciò varrebbe ora per il Direttore Generale-il Presidente della U.S.L. ed il Direttore Sanitario che mantengono il presidio per i tossicodipendenti in locale privo dei requisiti di spazio, luce e sicurezza prescritti). Nelle strutture pubbliche (com’è noto: U.S.L. come azienda, aziende ospedaliere comprensive degli ospedali di rilievo nazionale e di alta specializzazione) peraltro è evidente che si dovrà fare riferimento al decreto di riordino (Decreto Legislativo 502 del 1992 e successive modifiche).

Di regola, pertanto, si deve ritenere destinatario dei precetti penali il Direttore Generale, fatta salva la ammissibilità della delega secondo ripartizioni istituzionali dei compiti (già citati a proposito di delega di funzioni) ai responsabili dei singoli servizi. Così, se il Direttore Generale nomina nelle forme di legge (art. 3 del citato Decreto Legislativo) il Direttore Sanitario, deputato a dirigere i “servizi sanitari ai fini organizzativi ed igienico-sanitari”, sarà (anche) questi a rispondere di violazioni-ad esempio-della normativa in materia di reflui ospedalieri (sempre in tema di smaltimento dei rifiuti, cfr. anche Cass. III 9 giugno 1994: quali che siano le dimensioni del nosocomio e le disponibilità dell’organico, il Direttore Sanitario è responsabile dello scrupoloso controllo di tutto l’iter di raccolta, sterilizzazione, sistemazione nei contenitori, consegna fino all’allontanamento dall’area di competenza ad opera delle ditte incaricate dello smaltimento; ciò non esclude la concorrente responsabilità del Presidente-ora Direttore Generale-perchè a lui compete il controllo su tutta l’organizzazione amministrativa e gestionale; cfr. anche Cass. III 30 settembre 1994). Oppure ancora, nel caso di mancata predisposizione di servizi igienici separati per lavoratori e lavoratrici addetti alla mensa di un ospedale, si chiamerà a rispondere penalmente il responsabile “pro tempore” del servizio cucina.

Per le contravvenzioni antinfortunistiche (ma la definizione può avere valore indicativo di carattere generale) si intende per datore di lavoro, nella Pubblica Amministrazione, il dirigente al quale spettano i poteri di gestione (per le Aziende Sanitarie, quindi, sempre il Direttore Generale) ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale nei soli casi in cui quest’ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale. In questa prospettiva la responsabilità penale si concentrerà comunque sul soggetto avente i poteri di gestione (finanziaria, tecnica, amministrativa: quindi i poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane e strumentali); non potrà colpire, invece, i soggetti cui pure in concreto siano stati affidati compiti rilevanti in materie suscettibili di rilevanza penale, ma che siano sprovvisti di autonomi poteri di spesa. Nel caso di ospedali non costituiti in azienda ospedaliera, essi conservano la natura di presidi della U.S.L. e pertanto si farà capo al dirigente medico del presidio, salvo quanto precisato immediatamente sopra.

Limiti della responsabilità.

Si apprezzano sul piano del difetto di colpevolezza. Un caso ricorrente può essere quello della mancanza assoluta di risorse in bilancio: la giurisprudenza ritiene configurabile, in questa ipotesi, un caso di “forza maggiore” che esclude la responsabilità. In caso di delega di funzioni, in capo al dirigente residua un obbligo di controllo: adempiuto diligentemente questo, l’eventuale violazione penale non sarà imputabile per difetto di colpa.

E proprio in tema di responsabilità penale di amministratori delle UU.SS.LL. si ricorda la sentenza della Cassazione Penale secondo la quale “in tema di contravvenzioni la cui materialità è costituita da una condotta omissiva, qualora destinatario del precetto penalmente sanzionato sia lo stato o altro ente pubblico o un corpo amministrativo dotato di autonomia gestionale (U.S.L.) non si può prescindere dalla valutazione di dati obiettivi quali la complessità strutturale e l’articolazione burocratica della organizzazione cui il soggetto è posto al vertice, i canali informativi e i mezzi operativi dei quali egli dispone, i tempi e le procedure occorrenti per la loro operatività, pertanto l’imputazione o colpa del Presidente di una U.S.L., della disfunzione temporaneamente venutasi a produrre nella struttura dell’organo amministrativo è ravvisabile solo se egli abbia avuto conoscenza della irregolarità verificatasi nell’organizzazione e nell’andamento di un servizio rientrante nelle attribuzioni di altri uffici (sottostanti a quello presidenziale con proprie sfere di competenza attiva, propulsiva ed informativa) e si sia dimostrato acquiescente omettendo di compiere quanto fosse in suo potere per far cessare l’irregolarità stessa, fattispecie nella quale è esclusa la responsabilità di un Presidente di U.S.L. per aver omesso di assicurare la sorveglianza fisica e medica del personale professionalmente esposto a radiazioni (Cass. Pen. II 1986, Foro It., Rep. 1986).

Carenze strutturali ed organizzative.

La situazione è stata notevolmente modificata con la emanazione del Decreto Legislativo n. 502 del 30 dicembre 1992 e successive modifiche, che ha trasformato la U.S.L. in una Azienda (pur sempre dipendente dalla Regione) dotata di personalità giuridica pubblica e di autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile e tecnica, e ha individuato quale responsabile della Azienda, dotato di notevole autonomia, il Direttore Generale, coadiuvato dal Direttore Sanitario e dal Direttore Amministrativo: tre figure con cui si instaura un contratto di tipo privatistico [6]. In altri termini, la individuazione di questi tre soggetti può permettere di attribuire responsabilità penali anche nel caso in cui, in presenza di danni ai pazienti, vi siano state (indipendentemente dalla correttezza comportamentale dei medici e degli infermieri) carenze strutturali od organizzative chiaramente attribuibili a queste figure, al cui operato sembrerebbero applicabili i criteri della responsabilità di èquipe.

La individuazione della responsabilità degli amministratori in rapporto alla erogazione di prestazioni sanitarie è già operante in altri ambiti, come ad esempio quello contabile: così è stata affermata la responsabilità del Presidente della Amministrazione Provinciale e dell’Assessore alla Sicurezza Sociale per il danno subito da un ente ospedaliero a causa dell’acquisto di apparecchiature sanitarie effettuato in carenza delle condizioni necessarie per la loro utilizzazione; nella specie mancata predisposizione dei locali, mancato reperimento della èquipe medica da adibire all’uso delle attrezzature acquistate e mancata preventiva valutazione della indispensabilità ed utilità dell’opera in relazione alla esiguità del numero dei ricoverati, al carattere di stabilità dell’utenza ed alla possibilità di potersi avvalere di altra struttura ospedaliera” (Corte dei Conti, Sez. I, 10 ottobre 1990, Foro It., Rep. 1991).

Certamente, per individuare la responsabilità penale degli amministratori occorre tener conto delle loro specifiche competenze, ascrivibili, come è noto, a tre livelli di intervento e controllo: quello nazionale, sempre più sfumato, quello regionale, destinato ad assumere un ruolo sempre più centrale, e quello aziendale.

La complessità del rapporto tra Regioni ed Aziende è stata così illustrata da Greco e Boni [7]: “Le regioni sono maggiormente responsabilizzate in ordine al perseguimento degli obiettivi assistenziali ed al rapporto tra livelli assistenziali e risorse assorbite mentre le aziende sanitarie sono responsabilizzate in ordine al processo di acquisizione di servizi sanitari e al processo di produzione interno.”

Di rilevante interesse e significato la sentenza 20 settembre-3 ottobre 1995 n. 10093 della IV Sezione Penale della Corte di Cassazione (Reati-Delitti contro la vita e l’incolumità personale-Omicidio colposo-Colpa professionale-Direttore Amministrativo-Morte a seguito di carenze della struttura ospedaliera-Fattispecie. Art. 589 C.P.): “Va ascritta alla penale responsabilità del direttore amministrativo della struttura ospedaliera, a titolo di colpa, la morte della paziente in seguito a intervento chirurgico, nel caso che questi non predisponga una organizzazione almeno sufficiente e tale comunque da rendere possibile almeno quel minimo d’assistenza notturna post-operatoria (ferme le più specifiche competenze del direttore sanitario) che tutti gli interventi chirurgici eseguiti in anestesia impongono (fattispecie in cui la Suprema Corte ha qualificato un caso di morte in clinica realizzatasi a seguito di decorso post-operatorio problematico in ambiente privo di assistenza e qualificata vigilanza, in assenza di ogni struttura di intervento immediato)”. In sostanza, la previsione giurisprudenziale di responsabilità del gestore della struttura non escludente quella del dirigente sanitario apre la strada a nuovi indirizzi nella valutazione della responsabilità delle strutture sanitarie.

Riflessione conclusiva.

Da quanto sopra esposto emerge chiaramente che solo in casi estremi si potrà ravvisare una responsabilità penale degli amministratori centrali, mentre per quanto riguarda gli amministratori della azienda occorrerà valutare caso per caso la loro autonomia decisionale, spesso limitata agli aspetti più correnti. Si dovrà cioè puntare l’attenzione su singoli casi concreti quali la assenza di presidi terapeutici (farmaci, garze, strumenti operatori, lastre radiografiche, etc.) ovvero carenze organizzative (mancato apprestamento di turni di reperibilità, omissione della periodica sterilizzazione delle sale operatorie, etc.), valutando anche la eventuale correità dei direttori sanitario ed amministrativo (nel caso di compiti delegabili la responsabilità dei collaboratori potrà escludere quella del direttore generale). Per la mancanza di mezzi terapeutici più complessi (RMN) ovvero per la carenza di personale a causa della mancata autorizzazione alla assunzione dovranno essere valutate anche le responsabilità degli amministratori regionali e centrali.

Evidente pertanto la particolare difficoltà dell’operato degli amministratori, in specie per la delicata questione della priorità delle scelte nell’utilizzo di risorse economiche limitate (situazione purtroppo sempre più frequente), che impone la massima prudenza ed attenzione e, se del caso, il parere del comitato etico della struttura.

RIASSUNTO

La responsabilità della struttura, ormai ammessa in ambito civilistico più in relazione all’evento infausto derivante dal trattamento sanitario che non alla valutazione sulla condotta del singolo medico, si traduce in sede penale in una non equipollente individuazione dei soggetti imputabili.

Da quanto esposto emerge che solo in casi estremi si potrà ravvisare una responsabilità penale degli amministratori centrali, mentre per quanto riguarda gli amministratori della azienda occorrerà valutare caso per caso la loro autonomia decisionale, spesso limitata agli aspetti più correnti su singoli casi concreti quali la assenza di presidi terapeutici ovvero carenze organizzative, valutando anche la eventuale correità dei direttori sanitario ed amministrativo (nel caso di compiti delegabili, la responsabilità dei collaboratori potrà escludere quella del direttore generale). Per la mancanza di mezzi terapeutici più complessi ovvero per la carenza di personale a causa della mancata autorizzazione alla assunzione dovranno essere valutate anche le responsabilità degli amministratori regionali e centrali.

Si segnala la particolare difficoltà dell’operato degli amministratori, in specie per la delicata questione della priorità delle scelte nell’utilizzo di risorse economiche limitate, che impone la massima prudenza ed attenzione e, se del caso, il parere del comitato etico della struttura.

SUMMARY

Legal responsibility of the health authority is already recognised from a civil point of view more for an unfavourable outcome of the health treatment than in respect of the evaluation about the behaviour of a single doctor; from the criminal point of view the individual imputatibility of the subjects is not equivalent.

It appears from our discussion that a criminal responsibility of central administrators is recognisable only in extreme cases, while, as far as trust managers are concerned, their autonomy of decision needs a separate evaluation in each case, This is often limited to routine aspects about single cases, such as lack of treatments or organisation, with the evaluation of a possible joint responsibility of the clinical director or the hospital manager (in cases of tasks which may be delegated, the responsibility of their co-workers might exclude that one of the general manager). For the absence of more complex structures or lack of personnel caused by lack of authorisation for their employment, responsibilities of regional and central managers will have to be evaluated.

Managerial task is especially difficult in the sensitive issue of priorities in rationing limited financial resources; this requires the greatest care and attention and, if needed, the opinion of the ethical committee of the health authority.

[1] Mazzeo E., Baratta S., Responsabilità individuale, responsabilità organizzativa e diritto al risarcimento, Atti del Convegno su “La Responsabilità medica in ambito civile”, Siena, 22-24 settembre 1988.
[2] Martini P., Gabbrielli M., L’evoluzione dottrinaria e giurisprudenziale della responsabilità medica, Zacchia, 2, 155, 1985.
[3] Cave Bondi G., Ciallella C., Galassi M., La responsabilità del primario nell’attuale articolarsi dell’assistenza ospedaliera, Atti del Convegno su “La responsabilità medica in ambito civile”, Siena, 22-24 settembre 1988.
[4] Cattaneo G., La responsabilità medica nel diritto italiano, in Collana della Rivista “Responsabilità Civile e Previdenza”, La responsabilità medica, Giuffrè, Milano, 1982.
[5] Tornotti L., Luongo M., Brevi riflessioni sulla responsabilità civile degli organi di gestione e del personale amministrativo, Atti del Convegno su “La Responsabilità Medica in ambito civile”, Siena, 22-24 settembre 1988.
[6] Greco M., Boni M., Lineamenti del sistema sanitario, in Guida all’esercizio professionale per i medici chirurghi e gli odontoiatri, Edizioni Medico-Scientifiche, Torino, 1994.
[7] Cfr. loc. cit. sub 6.
Società Diritto Crimine
SOCIETÀ DIRITTO CRIMINE
Cosimo Lore


Con la sentenza in commento le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno ammesso la validità del patto fiduciario avente ad oggetto beni immobili. La questione riveste una particolare importanza nell’ambito del diritto civile in quanto spesso, nell’ambito delle compravendite immobiliari, il reale acquirente (fiduciante) chiede ad un terzo (fiduciario) di acquistare un bene con l’obbligo di ritrasferirgli la proprietà dello stesso. Non sempre, però, tale patto viene stipulato in forma scritta: sono quindi nati in dottrina ed in giurisprudenza dubbi relativi all’ammissibilità di un patto fiduciario afferente la compravendita di beni immobili stipulato in forma orale.

La vicenda
Veniva sottoposta alle Sezioni Unite la vicenda di un uomo che lamentava l’acquisto, con denaro proprio, di un immobile da parte di alcuni suoi congiunti, i quali – in un primo momento – avevano pattuito di ritrasferirglielo senza, tuttavia, onorare successivamente detto patto.

A sostegno di quanto affermato, egli produceva in giudizio due scritture private in cui i convenuti davano atto che l’effettivo proprietario del fabbricato era l’attore e si impegnavano al trasferimento della proprietà in suo favore o in favore di persona da lui stesso indicata.

Di conseguenza, l’attore chiedeva l’accertamento e la dichiarazione dell’interposizione reale dei convenuti nell’intestazione dell’immobile, con conseguente coeva emissione di una sentenza di trasferimento in proprio favore del bene oggetto della controversia.

Nelle more del giudizio di merito, l’attore stipulava una transazione con due dei convenuti originari e la controversia proseguiva rispetto al terzo, del quale veniva dichiarata l’interposizione reale, con contestuale disposizione di trasferimento del bene immobile ad esso intestato all’attore o a persona da lui nominata.

Invero,il giudice di primo grado riteneva che l’esistenza del negozio fiduciario potesse essere comprovata anche dalla scrittura privata con cui l’acquirente di un immobile abbia riconosciuto la natura fiduciaria dell’intestazione e la relativa proprietà a favore di un terzo, assumendo, al contempo l’obbligo di trasferirgli il diritto.

Nel caso di specie,difatti, le inequivocabili dichiarazioni rese dalla parte convenuta nella scrittura privata comprovavano l’esistenza dell’interposizione reale.

La suesposta sentenza veniva confermata anche in grado di Appello. Tuttavia, i giudici del gravame muovevano dalla constatazione che il negozio fiduciario richiede – a pena di nullità – la forma scritta ad substantiam, concludendo che pur volendo ammettere l’esistenza di un accordo fiduciario tra le parti finalizzato al trasferimento dell’immobile in capo all’attore, detto negozio giuridico sarebbe stato comunque affetto da nullità per difetto di forma.

I giudici di secondo grado si soffermavano, poi, anche sul valore della scrittura privata recante la sottoscrizione della parte convenuta, osservando che l’impegno a ritrasferire il bene assunto costituiva elemento ascrivibile all’intera operazione fiduciaria e non un negozio autonomo.

Alla luce di quanto sopra, essi reputavano che tra l’atto di compravendita e la scrittura privata sussistesse un collegamento negoziale – connaturato al negozio fiduciario – cui non erano ostativi né il lungo arco di tempo intercorso tra i due atti, né la circostanza che la scrittura privata fosse unilaterale e neanche l’assenza di un atto di accettazione formale, cui sopperiva la produzione in giudizio della scrittura con l’espressa dichiarazione di volersene avvalersene.

La ricorrente esperiva ricorso per Cassazione contestando principalmente la contraddittorietà della sentenza impugnata nella parte in cui – pur invocando la nullità del patto fiduciario per difetto di forma scritta ad substantiam ed escludendo,di conseguenza, che l’atto ricognitivo con valore confessorio fosse idoneo a provare la proprietà sui beni immobili – riconosceva valenza di dichiarazione negoziale unilaterale alla parte di scrittura in cui l’intestataria del ben si impegnava a trasferirne la proprietà a semplice richiesta dell’attore.

I giudici, ad avviso della ricorrente avrebbero dovuto infatti rilevare la nullità della scrittura privata contenente l’impegno a ritrasferire il bene, per carenza dell’elemento causale, atteso che non poteva assurgere a causa della stessa il patto fiduciario che la Corte d’Appello stessa aveva riconosciuto nullo per difetto di forma scritta.

La Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione – con ordinanza interlocutoria n. 20934 del 5 agosto 2019 – trasmetteva gli atti al Primo Presidente al fine di valutare l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, segnalando il contrasto giurisprudenziale esistente in merito alla questione del patto fiduciario con oggetto immobiliare e, segnatamente, relativamente alla forma che deve rivestire l’impegno di trasferimento assunto dal fiduciario.

Il contrasto giurisprudenziale
Invero, all’orientamento prevalente, che ritiene necessaria per il negozio giuridico afferente diritti su beni immobili la forma scritta a pena di nullità, si contrappone altra dottrina che reputa sufficiente un factum fiduciae stipulato oralmente,purché accompagnato da una dichiarazione unilaterale scritta recante l’impegno del fiduciario a trasferire al fiduciante o a terzo soggetto da egli designato la proprietà di uno o più beni immobili in esecuzione del precedente patto fiduciario.

Una siffatta dichiarazione consentirebbe,quindi, la conservazione del preesistente rapporto, costituendo, altresì, un’autonoma fonte di obbligazione per il sottoscrittore, suscettibile di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c. purché che l’immobile sia compiutamente individuato, con indicazione dei confini e dei dati catastali[1].

La soluzione delle Sezioni Unite
Nel dirimere la questione, le Sezioni Unite individuano il profilo di criticità nella circostanza che la dottrina e la giurisprudenza che ritengono necessaria la forma scritta ad valitidatem per il fatto fiduciario equiparano tale negozio giuridico al contratto preliminare sia per quanto concerne gli effetti sia per quanto concerne la struttura. Di conseguenza, condividerebbero il requisito di forma ex art. 1351 c.c. che prevede che il contratto preliminare debba rivestire la medesima forma del contratto definitivo cui afferisce. Nondimeno, le Sezioni Unite ritengono che l’esposto orientamento debba essere rimeditato, in quanto il patto fiduciario deve essere reputato riconducibile – sia per effetti sia per struttura – al mandato senza rappresentanza, atteso che entrambi i negozi giuridici realizzano un’interposizione reale di persona.

Di converso, patto fiduciario e contratto preliminare perseguono il fine di realizzare interessi difformi tra loro. Invero, il contratto preliminare è teso a creare un effetto obbligatorio strumentale ad un successivo effetto reale. In altri termini, il contratto preliminare serve a creare un’obbligazione concernente la stipula di un successivo contratto. Invece,il patto fiduciario serve a conformare all’interesse delle parti un effetto reale già prodottosi, cioè a fare in modo che gli effetti di un contratto già stipulato siano corrispondenti alla volontà di coloro che stipulano il patto fiduciario.

Alla luce di quanto sopra, la Corte conclude che per la validità del patto fiduciario non è richiesta la forma scritta ad substantiam, trattandosi di un atto meramente interno tra fiduciante e fiduciario, il cui assetto di interessi si esplica esclusivamente sul piano obbligatorio, di guisa che la forma rileverà eventualmente sul piano probatorio ma non su quello della validità dell’atto.

Di conseguenza dal pactum fiduciae – seppur concluso oralmente – scaturisce l’obbligo in capo al fiduciario di trasferire il diritto acquisito in capo al fiduciante, anche se detto diritto riguarda bene immobili.

La forma scritta – ai sensi dell’art. 1350 c.c.- è richiesta esclusivamente per il contratto originario e per il successivo ritrasferimento del bene dal fiduciario al fiduciante, essendo questi atti traslativi.

Di conseguenza, una chiarito che il patto fiduciario immobiliare è valido anche se stipulato verbalmente, il fiduciario – in forza a tale patto – è già destinatario di un’obbligazione di ritrasferimento e proprio il patto è il titolo che giustifica l’accoglimento della domanda giudiziale di esecuzione specifica dell’obbligo di trasferimento su lui gravante.

Tuttavia, qualora il fiduciario non ritrasferisca il bene ed il patto sia stato stipulato verbalmente, il fiduciante potrebbe incorrere in difficoltà nel provare l’avvenuta stipulazione del patto e ad ottenere una sentenza costitutiva del proprio diritto immobiliare.

Sotto tale profilo viene in rilievo la dichiarazione scritta – successiva alla stipula del patto fiduciario – con cui l’interposto, ammessa l’intestazione fiduciaria, si obbliga ad operare il ritrasferimento finale del bene immobile.

Tale dichiarazione, ad avviso delle Sezioni Unite, è assimilabile alla promessa unilaterale di pagamento ex art. 1988 c.c. e,perciò, riveste la funzione di dispensare colui a favore del quale è fatta dall’onere di provare il rapporto fondamentale”, la cui esistenza viene,quindi, presunta fino a prova contraria.

Orbene, il fiduciario è, quindi, obbligato al successivo trasferimento del bene già in forza del patto fiduciario (anche se stipulato in forma orale) e non a cagione della successiva dichiarazione scritta. Difatti, dalla dichiarazione unilaterale sorge a suo carico esclusivamente l’onere di fornire eventualmente in giudizio prova contraria all’esistenza, validità, efficacia, esigibilità o non avvenuta estinzione del patto o della difformità dei limiti e del contenuto di quest’ultimo da quanto promesso e riconosciuto.

Principio di diritto
Le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, risolvendo il suesposto contrasto giurisprudenziale, hanno dunque concluso per il rigetto del ricorso, enunciando i seguenti principi di diritto:

“Per il patto fiduciario con oggetto immobiliare che s’innesta su un acquisto effettuato dal fiduciario per conto del fiduciante, non è richiesta la forma scritta ad substantiam; ne consegue che tale accordo, una volta provato in giudizio, è idoneo a giustificare l’accoglimento della domanda di esecuzione specifica dell’obbligo di ritrasferimento gravante sul fiduciario”;

“La dichiarazione unilaterale scritta del fiduciario, ricognitiva dell’intestazione fiduciaria dell’immobile e promissiva del suo ritrasferimento al fiduciante, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma, rappresentando una promessa di pagamento, ha soltanto effetto confermativo del preesistente rapporto nascente dal patto fiduciario, realizzando, ai sensi dell’art. 1988 c.c., un’astrazione processuale della causa, con conseguente esonero a favore del fiduciante, destinatario della contra se pronuntiatio, dell’onere della prova del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria”.