Il cessionario del credito bancario deve produrre in giudizio il contratto di cessione del credito. Ulteriore nuovo  provvedimento del tribunale di Roma. Comprano il credito ma non il contratto!

Sono sempre più numerosi i provvedimenti ottenuti a tutela dei debitori, dei diversi tribunali, che sospendono l’efficacia esecutiva del titolo posto alla base di un pignoramento, per mancanza di prova, in capo al cessionario, della cessione del credito bancario. La scuola dell’associazione e dell’esperienza funziona ! 

Bisogna sempre, nelle opposizioni a decreto ingiuntivo, che venga sollevata, da parte opponente, l’eccezione del difetto di legittimazione attiva del cessionario a causa della mancata produzione in giudizio del contratto di cessione. Si è ritenuto, per costante giurisprudenza sul punto, che per dimostrare la cessione del credito, fosse sufficiente la pubblicazione, nella Gazzetta Ufficiale dell’avvenuta cessione, depositando infine in giudizio un estratto della Gazzetta relativa a quella cessione.

La legge sulla Cartolarizzazione

Tuttavia ultimamente, il problema della prova del credito ceduto, nell’ambito delle operazioni di cartolarizzazione, ex art. 58 del Testo Unico Bancario e ai sensi della legge 130/1999, meglio conosciuta come “Legge sulla Cartolarizzazione”, ha dato vita a due orientamenti contrastanti.

Secondo un orientamento consolidato, al cessionario era sufficiente allegare in giudizio l’avviso di cessione pubblicato in Gazzetta Ufficiale ai sensi dell’art. 58, co. II, T.U.B., per dimostrare l’avvenuto trasferimento del credito in proprio favore, purché l’avviso consentisse di individuare con certezza, verificando alcune caratteristiche comuni, i crediti oggetto della cessione in blocco. Un principio questo confermato da molte sentenze della Cassazione (ex multis Cass. n. 17110/2019 e n. 31188/2017). Altro orientamento invece, sinora minoritario, introdotto dalla sentenza di Cassazione n. 22268/2018 poi seguita da altre, ha ritenuto invece che la pubblicazione dell’avviso di cessione sulla Gazzetta Ufficiale non basta a provare la titolarità del credito in capo all’avente causa, ma è doveroso individuare invece con certezza il contenuto del contratto di cessione.

La pubblicazione dell’avviso di cessione sulla Gazzetta Ufficiale, secondo la sopra richiamata sentenza, esonera solo la cessionaria dal notificare la cessione del credito al titolare del debito ceduto, ed a null’altro.

Dopo la sentenza della Corte di Cassazione del 2018, si sono diffuse, le ordinanze di numerosi tribunali che, dando seguito a questo orientamento, hanno ritenuto non sufficiente, per provare la cessione del credito, il deposito nel fascicolo di causa, di un estratto della Gazzetta Ufficiale e questo in quanto: “una cosa è l’avviso della cessione – necessario ai fini dell’efficacia della cessione – un’altra è la prova dell’esistenza di un contratto di cessione e del suo specifico contenuto” (Cass., sez. III, 31/01/2019, n. 2780).

Parte della giurisprudenza di merito dunque, sulla base di questa interpretazione, ha dichiarato il difetto di legittimazione attiva in capo al cessionario del credito per non aver dato prova specifica della cessione di quel preciso credito.

Il Tribunale di Roma inoltre, proprio a causa della mancata prova specifica in giudizio della cessione del credito contestato, ha sospeso l’efficacia esecutiva del titolo posto alla base della procedura esecutiva

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La polizia può notificare la sanzione stradale comminata all’intestatario dello studio professionale, alla pec assegnata dall’Ordine cui è iscritto?

Secondo il Garante per la protezione dei dati personali la notifica siffatta è vietata , ciò in quanto la casella elettronica è spesso gestita dai collaboratori.

Quindi, l’invito è quello di notificare le multe tramite servizio postale.

I chiarimenti arrivano da una Circolare del Viminale (17 novembre 2021) che riporta un parere del Garante Privacy (27 ottobre 2021).

L’Autorità Garante per la Privacy ha segnalato al Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno di essere stata destinataria di reclami afferenti alla notifica di multe su pec professionale. Più in dettaglio, dei corpi di Polizia Locale avrebbero notificato verbali di contravvenzioni stradali presso la casella di posta elettronica certificata il cui indirizzo era stato assegnato dal Consiglio dell’ordine cui i professionisti reclamanti sono iscritti. Tali caselle pec sono però accessibili al personale di segreteria e ai tirocinanti del professionista intestatario della pec.

Secondo l’Autorità Garante sussistono criticità, con riguardo alla privacy, nei casi di notifica via pec di verbali di infrazione al Codice della Strada, presso caselle utilizzate nell’ambito dell’attività professionale svolta dal trasgressore. Per la medesima Autorità la questione sarà surclassata ad avvenuta operatività dell’INAD: l’art. 6 quater, c. II, CAD, contempla infatti l’iscrizione automatica nell’INAD del domicilio digitale presente nell’INI-PEC del professionista iscritto ad albo o elenco, fermo restando il diritto di eleggerne uno differente per fini personali. L’Autorità Garante ha quindi invitato il Viminale a sensibilizzare i corpi di Polizia Locale, al fine di ovviare alla notifica delle multe tramite la pec professionale, e quindi di ricorrere al mezzo postale.

La normativa in vigore consente di notificare via pec le multe stradali ove l’indirizzo risulti essere stato comunicato dall’interessato, oppure rinvenuto nei pubblici elenchi per notificazioni e comunicazioni elettroniche (art. 3, c. II, D.M. 18 dicembre 2017). Con la Circolare 20 Febbraio 2018 il Ministero aveva precisato che i pubblici elenchi cui si riferisce la normativa sono l’INI-PEC, l’IPA, l’INAD, il registro generale degli indirizzi elettronici gestito dal Ministero della Giustizia.

Essendo l’INAD (indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche, dei professionisti e degli altri di diritto privato non tenuti all’iscrizione in albi, elenchi o registri professionali, ovvero nel registro delle imprese) non completamente operativo, il rintracciamento degli indirizzi pec è di fatto confinato al registro INI-PEC, composto dalle due sezioni professionisti e imprese. Il Garante, con una nota del 2020, aveva reso edotto il Viminale della questione afferente alla notifica delle multe del Codice della Strada presso la pec aziendale delle imprese individuali, reperita tramite l’INI-PEC, rilevando che l’articolo 5 GDPR autorizza la ricerca degli indirizzi pec dei trasgressori, da parte del Comando di Polizia, tramite l’interrogazione del registro INI-PEC, ma dopo aver valutato il singolo caso.


Oggi, a seguito dell’ultima pronuncia del Garante, le regole sono cambiate e le notifiche potranno essere effettuate solo tramite il servizio postale

Pubblicato: novembre 22, 2021 in Uncategorized

Esistono istituti giuridici talmente noti da essere conosciuti anche da chi non è esperto del settore; tra questi, c’è senz’altro l’usucapione. Probabilmente perché legata al possesso dei terreni e, quindi, ad un concetto di proprietà molto antico, l’usucapione è conosciuta dalla maggior parte della popolazione, anche se solo per grosse linee. Con questo articolo vedremo come funziona l’usucapione senza accertamento giudiziale.

Sin da subito, va detto che l’usucapione è un modo di acquisto della proprietà che si realizza con il possesso continuato nel tempo. Si tratta di una situazione di fatto che, secondo la giurisprudenza, non necessita del riconoscimento formale da parte di un giudice. Ciò significa che un soggetto può ritenersi proprietario di un bene per usucapione anche senza una sentenza, con tutto ciò che ne consegue in termini di possibilità di vendere il bene ad altri. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: scopriremo come funziona l’usucapione senza accertamento giudiziale

l’usucapione permette di diventare proprietari mediante il semplice possesso della cosa, senza bisogno di un formale passaggio di proprietà, magari attraverso un contratto di compravendita o di donazione.

Con l’usucapione, la titolarità del bene viene acquisita in danno del precedente proprietario, il quale perde ogni diritto sulla cosa.

Usucapione: come funziona?
L’usucapione si compie con il possesso del bene. Affinché si realizzi l’effetto acquisitivo, però, occorre che il possesso abbia determinati requisiti, e cioè che sia:

duraturo, cioè prolungato nel tempo;
pacifico, in quanto non acquistato in modo violento. Ciò significa che non potrà usucapire un terreno colui che l’ha invaso con la forza, minacciando il legittimo proprietario di non disturbarlo;
pubblico, cioè quando non è stato acquistato clandestinamente. Ad esempio, non può giovarsi dell’usucapione chi ruba un bene ad un altro senza che quest’ultimo se ne accorga;
continuato o ininterrotto, in quanto esercitato costantemente e uniformemente sulla cosa per tutto il periodo di tempo prescritto dalla legge, senza che ci siano stati atti provenienti da terzi che abbiano privato il possessore del bene.

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Diritto e Fisco
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Usucapione senza accertamento giudiziale
21 Novembre 2021 Autore: Mariano Acquaviva
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Acquisto della proprietà per possesso continuato e ininterrotto: come funziona? Per usucapire un bene serve la sentenza del giudice?

Esistono istituti giuridici talmente noti da essere conosciuti anche da chi non è esperto del settore; tra questi, c’è senz’altro l’usucapione. Probabilmente perché legata al possesso dei terreni e, quindi, ad un concetto di proprietà molto antico, l’usucapione è conosciuta dalla maggior parte della popolazione, anche se solo per grosse linee. Con questo articolo vedremo come funziona l’usucapione senza accertamento giudiziale.

Sin da subito, va detto che l’usucapione è un modo di acquisto della proprietà che si realizza con il possesso continuato nel tempo. Si tratta di una situazione di fatto che, secondo la giurisprudenza, non necessita del riconoscimento formale da parte di un giudice. Ciò significa che un soggetto può ritenersi proprietario di un bene per usucapione anche senza una sentenza, con tutto ciò che ne consegue in termini di possibilità di vendere il bene ad altri. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: scopriremo come funziona l’usucapione senza accertamento giudiziale.

Indice

1 Usucapione: cos’è?
2 Usucapione: come funziona?
3 Usucapione: quanto tempo occorre?
4 Usucapione: serve la sentenza del giudice?
5 Usucapione: accertamento giudiziale
6 Usucapione: quando serve l’accertamento giudiziale?
7 Usucapione senza accertamento giudiziale: il ruolo del notaio
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Usucapione: cos’è?
Come anticipato in apertura, l’usucapione consente di acquistare un bene che, formalmente, appartiene ad altri. Ciò avviene grazie al possesso, prolungato nel tempo, del bene stesso.

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In altre parole, l’usucapione permette di diventare proprietari mediante il semplice possesso della cosa, senza bisogno di un formale passaggio di proprietà, magari attraverso un contratto di compravendita o di donazione.

Con l’usucapione, la titolarità del bene viene acquisita in danno del precedente proprietario, il quale perde ogni diritto sulla cosa.

Usucapione: come funziona?
L’usucapione si compie con il possesso del bene. Affinché si realizzi l’effetto acquisitivo, però, occorre che il possesso abbia determinati requisiti, e cioè che sia:

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duraturo, cioè prolungato nel tempo;
pacifico, in quanto non acquistato in modo violento. Ciò significa che non potrà usucapire un terreno colui che l’ha invaso con la forza, minacciando il legittimo proprietario di non disturbarlo;
pubblico, cioè quando non è stato acquistato clandestinamente. Ad esempio, non può giovarsi dell’usucapione chi ruba un bene ad un altro senza che quest’ultimo se ne accorga;
continuato o ininterrotto, in quanto esercitato costantemente e uniformemente sulla cosa per tutto il periodo di tempo prescritto dalla legge, senza che ci siano stati atti provenienti da terzi che abbiano privato il possessore del bene.
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Usucapione: quanto tempo occorre?
Perché l’usucapione maturi, cioè perché essa possa permettere di acquistare la proprietà di un bene, occorre che il possesso del bene sia continuato nel tempo. Sinteticamente, possiamo abbozzare questo schema:

beni immobili: 20 anni per l’usucapione ordinaria – 10 anni per l’usucapione abbreviata;
beni mobili registrati: 10 anni per l’usucapione ordinaria – 3 anni per l’usucapione abbreviata;
universalità di mobili: 20 anni per l’usucapione ordinaria – 10 anni per l’usucapione abbreviata;
beni mobili: 20 anni per l’usucapione ordinaria – 10 anni per l’usucapione abbreviata.

Usucapione: serve la sentenza del giudice?
Come ricordato in premessa, per usucapire un bene non serve il riconoscimento formale da parte di un giudice. L’usucapione si perfeziona automaticamente nel momento in cui si realizzano le condizioni di legge sopra viste.

Non occorre dunque l’accertamento giudiziale del tribunale perché un soggetto diventi proprietario del bene che ha usucapito. Anche quando si ricorre al giudice, si dice che la sentenza ha natura dichiarativa e non costitutiva, nel senso che il giudice si limita ad accertare l’avvenuta usucapione e non a costituirla con il suo provvedimento [1].

È tuttavia vero che, molto spesso, si preferisce ottenere una sentenza del giudice per formalizzare il proprio acquisto, ad esempio per agevolare la commerciabilità del bene. Qualora, infatti, si volesse vendere la cosa, si potrebbero avere delle difficoltà a trovare un acquirente che, in assenza di un titolo scritto, confidi sull’avvenuta usucapione. Di tanto parleremo nel prossimo paragrafo.

Usucapione: accertamento giudiziale
Come ricordato appena sopra, l’accertamento giudiziale dell’usucapione non è indispensabile, in quanto l’usucapione produce i suoi effetti col semplice avverarsi delle condizioni di legge.

I problemi dell’usucapione senza accertamento giudiziale sorgono nel momento in cui occorre compiere un’operazione giuridica sul bene stesso, ad esempio una compravendita o una donazione.

Mettiamo il caso che Tizio voglia vendere a Caio un terreno che ritiene di aver usucapito per possesso ultraventennale. Il contratto di compravendita sarà valido anche senza accertamento giudiziale dell’usucapione?

In passato, la giurisprudenza aveva affermato che l’acquisto della proprietà di un immobile per effetto dell’usucapione, per poter essere fatto valere, e quindi per formare oggetto di un contratto di vendita, doveva essere dapprima accertato con sentenza del giudice [2].

La Cassazione affermava dunque la necessità dell’accertamento giudiziale dell’usucapione, quantomeno per poter ritenere valido un successivo negozio giuridico che disponesse del bene usucapito.

Questo orientamento è stato tuttavia superato. Secondo le sentenze più recenti [3], non è nullo il contratto di compravendita con cui viene trasferito il diritto di proprietà di un immobile sul quale il venditore abbia esercitato il possesso per un tempo sufficiente al compimento dell’usucapione, sebbene l’acquisto della proprietà da parte sua non sia stato giudizialmente accertato in contraddittorio con il precedente proprietario.

Secondo la Suprema Corte, dunque, l’accertamento giudiziale dell’usucapione è superfluo anche nel caso in cui si debba vendere il bene usucapito. Ciò perché, come ricordato in precedenza, la sentenza di usucapione si limita a dichiarare l’intervenuto acquisto a titolo originario; non ha, dunque, efficacia costitutiva dell’acquisto stesso.

Conseguentemente, colui che ha maturato tutti i requisiti legalmente richiesti per perfezionare l’acquisto per usucapione è già diventato proprietario del bene a prescindere dall’accertamento giudiziale; pertanto, egli può disporre del bene come meglio crede, anche senza esser fornito il titolo giudiziale dichiarativo dell’acquisto.

Usucapione: quando serve l’accertamento giudiziale?
L’accertamento giudiziale dell’usucapione potrebbe rendersi necessario nelle ipotesi in cui l’usucapione sia controversa. Allo stesso modo, l’acquirente potrebbe avere molte remore nell’acquistare da chi ha usucapito senza un accertamento giudiziale.

Ecco perché la sentenza del giudice è spesso richiesta anche se non è strettamente necessaria.

Inoltre, nei casi in cui l’usucapione sia controversa, c’è da prendere in considerazione un’altra circostanza, e cioè che il notaio potrebbe rifiutare di assumersi la responsabilità di un rogito in cui il venditore dichiara di essere proprietario del bene senza un titolo scritto. Approfondiamo questo aspetto nel prossimo paragrafo.

Usucapione senza accertamento giudiziale: il ruolo del notaio
La sentenza della Corte di Cassazione da ultimo citata specifica anche il ruolo del notaio nel caso di trasferimento di un bene usucapito senza accertamento giudiziale.

Secondo la giurisprudenza, il notaio non è tenuto ad uno specifico controllo della legittimazione del venditore che si dichiari proprietario per usucapione.

Poiché, tuttavia, il notaio ha un obbligo di informazione e di chiarimento nei confronti delle parti, egli dovrà accertarsi che il compratore abbia ben chiaro il rischio che assume con l’acquisto di un bene usucapito senza riconoscimento giudiziale.

L’acquirente, adeguatamente informato, per una maggiore sicurezza del suo acquisto, può richiedere specifiche garanzie, oppure preventivare un congruo risarcimento nel caso di esito infelice della vendita, ed il notaio può procedere così alla stipula, riportando nell’atto i dati forniti dalle parti.


Il Giudice di Pace di Latina ritiene i messaggi WhatsApp idonea prova scritta dell’esistenza del credito ai fini del decreto ingiuntivo
Con decreto n. 2399 depositato in data 25.06.2021, il Giudice di Pace di Latina accoglieva un ricorso per decreto ingiuntivo ex artt. 633 ss. c.p.c. ritenendo idonea prova scritta la stampa di messaggi Whatsapp da cui emergeva l’esistenza del credito.

La vicenda
La causa, patrocinata dallo scrivente, prendeva le mosse da un inadempimento dell’obbligazione di pagamento nell’ambito di una compravendita di due animali da compagnia.
Il venditore, pur avendo regolarmente consegnato all’acquirente gli animali (due cani di piccola taglia) si vedeva negare da quest’ultimo il pagamento del prezzo.
Il venditore indirizzava all’acquirente numerosi solleciti, sia a mezzo del telefono sia a mezzo della famosa app di messaggistica denominata Whatsapp, ora di proprietà di Facebook Inc.
Di tali messaggi, quindi, rimaneva traccia nella memoria della app, nonché dello smartphone.
In un’occasione di scambio di messaggi, l’acquirente formulava una vera e propria ricognizione di debito ex art. 1988 c.c., dispensando, peraltro, il venditore dalla dimostrazione del rapporto fondamentale:
L’acquirente: “Ciao F. va bene per me 200 [euro] alla volta è perfetto. Quanto vuoi per tutti e due, così mi organizzo. Ogni volta ti mando foto [del pagamento]”.
Il venditore: “P. per tutte e due 1400, visto che saku [il cane] è piccola e io non l’avrei venduta come fattrice”.
L’acquirente: “Ok perfetto, va bene, ogni volta scaliamo ok, ogni fine settimana ti carico”.
I messaggi WhatsApp costituiscono prova documentale
Il Giudice riteneva i messaggi Whatsapp sufficiente prova scritta ex artt. 633 ss. c.p.c. in quanto, come evidenziato nel ricorso sulla scorta di precedenti in materia di SMS (ex plurimis: Cassazione, Sez. I, n. 19155 del 17.07.2019), l’app Whatsapp si serve, per funzionare, dell’utenza telefonica di mittente e destinatario.
Pertanto, i messaggi Whatsapp, così come gli SMS, sono da considerarsi alla stregua di qualunque altra prova documentale, in quanto rientrano nelle riproduzioni informatiche e rappresentazioni meccaniche ex art. 2712 c.c.

Le sentenze della Corte Costituzionale che affermano quando è legittimo imporre la vaccinazione della popolazione.

In questo periodo, non si fa altro che parlare di vaccinazione obbligatoria e Green pass, misure stabilite – almeno per determinate categorie – al fine di contenere la pandemia Covid-19.

I “no vax”, i “ni vax” e i semplici scettici appoggiano le proprie convinzioni sul fatto che l’articolo 32 della Costituzione, nel consentire trattamenti sanitari obbligatori tramite legge tutte le volte che è in gioco la salute pubblica, vieta di violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. In realtà, nei lavori preparatori alla Costituzione, questa specificazione si riferiva a pratiche di castrazione e sterilizzazione.

Del resto, la Corte Costituzionale si è già espressa sulla legittimità delle vaccinazioni obbligatorie ponendo, con una serie di sentenze, i limiti alla legittimità delle stesse. Faremo, qui di seguito, una rassegna di tali sentenze e vedremo quando, a detta dei giudici della Consulta, può essere imposto con la forza il vaccino.

Ricordiamo innanzitutto cosa dice la Costituzione perché è proprio sul dato normativo di quest’ultima che si è espressa la Corte Costituzionale. L’art. 32 della Costituzione dispone che possono essere introdotti trattamenti sanitari obbligatori, ponendo un solo limite, quello di farlo per legge. Quindi, richiede un intervento del Parlamento. La norma stabilisce quanto segue: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Con riferimento alla vaccinazione Covid-19 l’aspetto più delicato attiene alla definizione di “vaccino”. Secondo alcuni giuristi, per imporre un obbligo vaccinale generalizzato si dovrebbe attendere il passaggio dall’autorizzazione condizionata all’autorizzazione standard, per usare il linguaggio dell’Ema. Altrimenti si rischia di imporre un obbligo fondato su basi scientifiche incomplete e provvisorie. Con conseguenti responsabilità e risarcimenti.

Sul punto, ricordiamo che la Food and Drug Administration, l’organo che gestisce la valutazione dei farmaci negli Usa, ha dato l’approvazione completa e definitiva al vaccino anti Covid della Pfizer. Fino a questo momento, il siero era stato usato con un’autorizzazione d’emergenza ottenuta l’11 dicembre del 2020.
Vaccino: quando può essere imposto come obbligatorio
Resta l’uso emergenziale per i bambini dai 12 ai 15 anni e per la somministrazione della terza dose nelle persone immunocompromesse. Si è così passati dall’autorizzazione d’emergenza all’approvazione definitiva.

Secondo gli esperti, questa decisione conferma che il vaccino in questione, così come gli altri vaccini autorizzati per uso clinico in uso emergenziale o secondo il criterio dell’approvazione condizionata in Europa, rispondono ai criteri scientifici più stringenti relativi al processo di produzione, al profilo di sicurezza ed efficacia immunizzante. Il passaggio successivo potrebbe essere quello per il legislatore di introdurre provvedimenti di legge che possano imporre l’obbligo della vaccinazione.
Veniamo ora ai precedenti della Corte Costituzionale che stabiliscono quando un vaccino può essere imposto come obbligatorio.

Con la recente sentenza n. 5/2018, la Corte Costituzionale ha delineato i presupposti, affinché l’obbligo vaccinale possa ritenersi compatibile con i principi dell’art. 32 della Costituzione. Con tale pronuncia la Corte ha rigettato il ricorso della Regione Veneto, che aveva contestato l’obbligatorietà dei vaccini previsti dal cosiddetto decreto Lorenzin 73/2017.
La Consulta ha stabilito che la salute non è soltanto un “diritto dell’individuo”, ma è anche un “interesse della collettività”. L’art. 32 Cost. da un lato tutela il cittadino nel suo diritto alla salute e nella sua libertà di scegliere le cure (diritto di autodeterminarsi), dall’altro riconosce un interesse pubblico e collettivo alla salute, che può comportare l’obbligo per i singoli ad essere sottoposti a trattamenti disposti in forza di legge e nei limiti imposti dal rispetto della persona umana. L’importanza anche “collettiva” della salute può talora giustificare trattamenti sanitari obbligatori, come per esempio, nei casi strettamente previsti dalla legge, l’obbligatorietà di alcuni vaccini.
Con la sentenza 1990 n. 307, la Corte Costituzionale ha stabilito che «la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione:

se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale;
se vi sia «la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili»;
se, nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio – ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica – sia prevista comunque la corresponsione di una “equa indennità” in favore del danneggiato.


La stessa linea è stata più di recente con la sentenza n. 5 del 2018, relativa alla legittimità costituzionale del D.L. n. 73 del 2017, convertito dalla L. n. 119seguita ancor del 2017, in materia di vaccinazioni obbligatorie per i minori fino a 16 anni di età in seguito al quesito sottoposto alla Corte dalla Regione Veneto. Anche in tale occasione, la Consulta ha sottolineato che la scelta di imporre come obbligatori determinati trattamenti vaccinali non è una scelta illegittima o irragionevole, poiché volta a tutelare la salute individuale e collettiva e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie.
Per la Corte, i principi costituzionali subordinano la legittimità dell’obbligo vaccinale all’imprescindibilità di un «corretto bilanciamento tra la tutela della salute del singolo e la concorrente tutela della salute collettiva, entrambe costituzionalmente garantite».

A rafforzare la tesi della legittimità dell’obbligo vaccinale, vi è stata anche una recente pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo (la CEDU). I giudici hanno respinto la richiesta di sospensiva dell’obbligo vaccinale proposta da alcuni pompieri francesi. Il ricorso era stato fatto contro la legge francese del 5 agosto 2021. Pronunciandosi sul caso in questione (Corte EDU, 24 agosto 2021, n. 41950/21), in cui si discuteva della legittimità della normativa interna che impone agli impiegati pubblici e, segnatamente, ai vigili del fuoco ricorrenti, l’obbligo della vaccinazione contro il Covid-19, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto la richiesta di applicazione delle misure ad interim, ritenendo che non vi fosse alcun fumus di violazione delle norme convenzionali evocate che tutelano il diritto alla vita ed il diritto alla vita privata e familiare. Se da un lato c’è la rivendicazione dei propri diritti e della libertà personale, dall’altro ci sono il pericolo pandemia e il rischio contagi.

DANNI DA VACCINAZIONE

Pubblicato: agosto 3, 2021 in Uncategorized

Bimbo rimasto disabile a causa dei vaccini obbligatori va risarcito. Sentenza apre la strada a migliaia di condanne a risarcimenti nei confronti del ministero della Salute per reazioni avverse al vaccino

Con una clamorosa sentenza la Corte di Cassazione ha ribaltato tutte le precedenti decisioni in tema di danni da vaccino, ponendo definitivamente la parola fine sul diritto delle famiglie ad essere indennizzate nel caso in cui le vaccinazioni producano reazioni avverse e danni alla salute.

Una sentenza di pochi giorni fa della Corte di Cassazione ha dato ragione alla famiglia di un ragazzo di Vittorio Veneto divenuto disabile grave dopo la somministrazione dei vaccini obbligatori.

La vicenda inizia nel 1981 quando al bambino, che oggi ha 37 anni, vengono somministrate le vaccinazioni contro polio, difterite, tetano e morbillo. Subito si manifestano le prime reazioni avverse: febbre alta, perdita della parola, fino ad arrivare ad una diagnosi tragica: encefalopatia epilettica con grave ritardo psicomotorio e del linguaggio.

Dalle perizie mediche risulterebbe che a scatenare la reazione avversa sarebbe stato il vaccino antipolio, poiché gli effetti più gravi si manifestarono subito dopo la seconda dose di quella vaccinazione. Ma la somministrazione degli altri vaccini avrebbe ulteriormente danneggiato il sistema nervoso e immunitario del bambino, e la stessa consulenza tecnica del Tribunale di Treviso ha confermato senza alcuna possibilità di dubbio il nesso di casualità tra le patologie insorte e le vaccinazioni.

La Cassazione, dopo 35 anni, ha così definitivamente condannato il Ministero della salute a risarcire la famiglia del bimbo per danni da vaccinazione, sulla base della legge 210/1992.

“La sentenza apre ora la strada a migliaia di cause risarcitorie contro il Ministero della salute da parte di quelle famiglie che, per via delle nuove norme regionali e comunali che impongono la vaccinazione per la frequentazione di scuole e asili, dovessero riscontrare reazioni avverse ai vaccini nei propri figli. Ribadiamo come l’obbligo delle vaccinazioni per l’ingresso nelle scuole sia un provvedimento illegale e incostituzionale, ancor di più alla luce di questa sentenza che accerta in modo chiaro la possibilità di danni irreparabili ai bambini causati da un eccesso di vaccini”.


Il testamento, negozio unilaterale non recettizio, è un atto di autonomia privata strettamente personale con il quale un soggetto dispone dei propri beni per il tempo della sua morte.
Definiamo testamentificazione attiva la capacità di testare. Essa si innesta nella disciplina della capacità di agire che, tendenzialmente, si acquista per legge dopo il compimento della maggiore età. In tal senso, l’articolo 591, co. I del codice civile [1] sancisce che possono disporre per testamento tutti coloro che non sono stati dichiarati incapaci legalmente.
Dunque, sulla scorta della regola tradizionale per la quale la capacità di agire e, pertanto, di compiere negozi giuridici rappresenta la regola per il nostro ordinamento e l’incapacità legale costituisce l’eccezione, il II comma dell’articolo 591 del codice civile vede la presenza di una elencazione tassativa dei casi in cui un soggetto è considerato ex lege incapace a testare.
A parte il caso del minore di anni diciotto ed il caso di interdizione legale per infermità di mente, in riferimento ai quali rileva una situazione fattuale di incapacità legale a disporre dei propri beni, è interessante rilevare l’ipotesi ex articolo 591, co.II, n.3 del codice civile, ove il legislatore rimanda all’istituto della incapacità di intendere e di volere, anche transitoria.
Questa incapacità, meglio intesa come incapacità naturale, si realizza in questi casi in cui il soggetto risulti privo in modo assoluto, al momento del compimento di atti giuridici, della capacità di autodeterminarsi ovvero della coscienza dei propri atti o che le stesse siano a tal punto menomate da impedire la formazione di una volontà cosciente.
In tal senso la Suprema Corte di Cassazione in Sentenza n. 4677 del 2020 [2] ha affermato che l’incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio ai sensi dell’articolo 428 del codice civile, consiste in un “turbamento di normali processi di formazione ed estrinsecazione della volontà, che può essere causato anche da una grave malattia e deve essere tale, comunque, da impedire la capacità cosciente e la libera determinazione del soggetto”.
Dunque, un soggetto pur legalmente capace, potrebbe trovarsi, in una concreta situazione fattuale, non in grado di valutare pienamente le conseguenze degli atti che pone in essere, non potendosi così determinare in modo consapevole per una qualsivoglia causa, permanente o transitoria.
L’ordinamento, a tutela di tali inconvenienti, appronta all’articolo 428 c.c. [3] la disciplina dell’annullabilità degli atti tra vivi a contenuto patrimoniale.
A tutela degli atti unilaterali e, in particolar modo, del testamento, il III comma dell’articolo 591 c.c. prevede una disciplina specifica che attribuisce legittimazione assoluta a contestare le ultime volontà del disponente a chiunque vi abbia interesse entro il termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie.
Tale legittimazione, come precisa la Cassazione in sentenza n. 12291 del 1998 [4], estende, indubbiamente, rispetto alla normale azione di annullamento, la categoria di tali soggetti, assimilando la relativa disciplina a quella dell’azione di nullità prevista dall’articolo 1421 del codice civile [5], tanto da indurre taluni autori a coniare l’espressione di annullabilità assoluta, ponendo, comunque, un limite a detta estensione, rappresentato dalla necessità che tale interesse non sia quisque de populo, ma che sia diretto ed attuale, di guisa che la posizione giuridica soggettiva di chi agisce sia suscettibile di ricevere un concreto ed effettivo pregiudizio dal permanere dell’atto nel mondo del diritto e, per converso, un concreto ed oggettivo vantaggio dalla sua caducazione.
Colui che agisce per chiedere l’annullamento di un testamento ha l’onere di provare, con ogni mezzo e anche in base ad indizi e presunzioni, l’incapacità assoluta del de cuius al momento della definizione delle sue ultime volontà.
Quanto fin qui esposto vale tanto in caso di testamento olografo, quanto in caso di testamento pubblico redatto innanzi ad un notaio. In tal senso, la Corte di Cassazione in Sentenza n. 28758 del 2017 [6] ha affermato il principio secondo il quale “è irrilevante la distinzione tra testamento olografo e testamento raccolto da un notaio, non mutando la nozione di incapacità naturale del testatore, che postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi.”
Parte di dottrina ha però ritenuto eccessivamente rigoroso l’orientamento giurisprudenziale che considera necessario per l’annullamento di un testamento un assoluto difetto di coscienza del testatore, evidenziando il diffondersi di malattie senili che, pur non determinando una situazione di totale incapacità della persona, causano abitualmente menomazioni psichiche e riduzioni di capacità, con conseguenti debolezze decisionali ed affievolimenti della “consapevolezza affettiva”, per cui il disponente può decidere di attribuire i propri beni in modo diverso da come avrebbe fatto in assenza di malattia, sovente subendo, in particolare, l’influenza di soggetti che lo accudiscono o con cui da ultimo trascorrono la maggior parte delle loro giornate.

Note
[1] Articolo 591 c.c., “Casi d’incapacità”, << 1. Possono disporre per testamento tutti coloro che non sono dichiarati incapaci dalla legge. 2. Sono incapaci di testare: 1) coloro che non hanno compiuto la maggiore età; 2) gli interdetti per infermità di mente; 3) quelli che, sebbene non interdetti, si provi essere stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e di volere nel momento in cui fecero testamento. 3. Nei casi d’incapacità preveduti dal presente articolo il testamento può essere impugnato da chiunque vi ha interesse. 4. L’azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie. >>
[2] Corte di Cassazione, Sentenza n. 4677 del 2020
[3] Articolo 428 c.c., “Atti compiuti da persona incapace d’intendere o di volere”.1. Gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d’intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti, possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all’autore. 2. L’annullamento dei contratti non può essere pronunziato se non quando, per il pregiudizio che sia derivato o possa derivare alla persona incapace d’intendere o di volere o per la qualità del contratto o altrimenti, risulta la malafede dell’altro contraente. 3. L’azione si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui l’atto o il contratto è stato compiuto. 4. Resta salva ogni diversa disposizione di legge.>>
[4] Corte di Cassazione
[5] Articolo 1421 c.c., “Legittimazione all’azione di nullità”, << Salvo diverse disposizioni di legge, la nullità può essere fatta valere da chiunque vi ha interesse e può essere rilevata d’ufficio dal giudice. >>
[6] Corte di Cassazione, Sentenza n. 28758 del 2017

Depositata il 4 luglio 2013 la pronuncia num. 28754 in tema di favoreggiamento della prostituzione ex L. n. 75 del 1958, art. 3, n. 8.
L’imputato era stato condannato per la cessione in locazione di un appartamento ad un soggetto che ivi esercitava la prostituzione: in particolare, risultava provato il dolo rappresentato dalla consapevolezza che all’interno della casa concessa in locazione si esercitasse la prostituzione, tanto più che vicini di casa avevano reso edotto l’imputato del fastidio determinato dall’andirivieni di persone che accedevano a quella abitazione.
Proponeva ricorso deducendo violazione di legge per inosservanza del precetto penale e manifesta illogicità della motivazione: secondo la prospettazione difensiva, infatti, la Corte territoriale avrebbe omesso di considerare che la semplice locazione di un appartamento ad una prostituta non integra la fattispecie delittuosa, occorrendo un quid pluris.
La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso.
I giudici hanno preso le mosse facendo il punto della situazione sulla giurisprudenza in tema di favoreggiamento della prostituzione: più precisamente, in ordine alla qualificazione della condotta di chi, proprietario di un immobile, decida di locarlo a soggetto che ivi intende svolgere (e svolge) attività di prostituzione: se, cioè, tale condotta integri il reato di favoreggiamento della prostituzione come delineato dalla L. n. 75 del 1958, art. 3, n. 8.
La condotta tipica indicata nella norma si riferisce al favoreggiamento inteso quale forma variegata di interposizione agevolativa sotto forma di attività idonea a procurare più agevoli condizioni per l’esercizio del meretricio ed esige, sul piano volitivo, la consapevolezza da parte dell’agente di agevolare, con la propria condotta l’altrui attività illecita, senza che rilevi il movente o il fine di tale condotta (così, tra le tante, Cass. Sez. 1^ 4.10.2007 n. 39928, P.M. in proc. Elia e altri, Rv. 237871; Cass. Sez. 3^ 4.11.2005 n. 47226, Palmiero, Rv. 233268; Cass. Sez. 3^ 31.1.2001 n. 10938, Dovana E., Rv. 218754).
E’ evidente, quindi, che l’agente debba adoperarsi sia direttamente, sia attraverso una opera di interposizione, per agevolare un’attività considerata dall’ordinamento statuale illecita solo con riferimento alla condotta agevolatrice o comunque favoreggiatrice ad opera di un terzo (non essendo incriminabile lo svolgimento in sè di una attività di prostituzione).
Muovendo da tali premesse, la giurisprudenza di questa Corte ha in passato affermato che interporre i propri uffici nel prendere in locazione, nell’interesse di una prostituta extracomunitaria, un alloggio ove la stessa possa esercitarvi la prostituzione integra il reato p. e p. dalla L. n. 75 del 1958, art. 3, n. 8, (Cass. Sez. 3^ 4.12.2008 n. 810, Tornei, Rv. 242284), cosi come integra la fattispecie delittuosa de qua la condotta di chi metta a disposizione di una prostituta, a anche a titolo di locazione, un appartamento in quanto tale condotta costituisce attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione (Cass. Sez. 3^ 23.5.2007 n. 35373, Galindo Ortiz Rv. 237400).
Proprio sulla base di tali premesse, la Corte territoriale aveva condannato l’imputato.
Tuttavia, vi sono tra i precedenti richiamati e la vicenda in questione, sostanziali differenze: mentre in molti dei casi richiamati erano diverse le donne a prostituirsi nell’unico appartamento (al punto da leggersi nelle sentenza il termine “casa di prostituzione”), viceversa, nel caso in questione era solo una la donna (la locataria) a prostituirsi.
Osserva a tal riguardo la Corte che non può tuttavia ignorarsi quell’orientamento giurisprudenziale assai datato, ma recentemente riaffermato, secondo il quale non è configurabile il delitto in parola laddove l’agente si limiti a concedere in locazione un immobile ad una prostituta quando sia soltanto la locataria a prostituirsi in quel luogo (Cass. Sez. 3^ 5.3.1984 n. 4996. Siclari, Rv. 164513; nello stesso senso, Cass. Sez. 3^ 3.5.1991 n. 6400, Tebaldi ed altri, Rv. 188540; Cass. Sez. 3^, 16.4.2004, n. 23657, Rincari, Rv. 228971; Cass. Sez. 3^ 23.2.2012 n. 7076 non massimata).
Aderendo proprio a quest’ultimo orientamento, la Corte ha affermato che non è ravvisabile la condotta di favoreggiamento della prostituzione nel fatto di chi conceda in locazione, a prezzo di mercato (altrimenti potrebbe ipotizzarsi lo sfruttamento), un appartamento ad una prostituta, anche se sia consapevole che la locataria vi eserciterà la prostituzione in via del tutto autonoma e per proprio conto.
Prosegue la pronuncia osservando che tale orientamento trova conferma nella stessa sentenza Donati, posto che anche in tale decisione si afferma che, per aversi la condotta di favoreggiamento, si deve essere in presenza di prestazioni e/o attività ulteriori rispetto a quella della semplice concessione in locazione a prezzo di mercato. La decisione ora menzionata, infatti, rileva “come la giurisprudenza che esclude il favoreggiamento in caso di mera locazione sia stata ispirata proprio dalla finalità di evitare aberrazioni non solo sul piano dell’etica e del senso comune ma anche in rapporto alla ratio e alla intentio legis cui porterebbe la configurazione come favoreggiamento di qualsiasi aiuto prestato solo alla prostituta in quanto persona e non direttamente all’esercizio del meretricio in quanto tale” (v. per i riferimenti e richiami testuali, Cass. Sez. 3^ 7076/12 cit.).
E’ evidente dunque che se la locazione non è stata concessa allo scopo specifico di consentire nell’immobile locato l’esercizio di una casa di prostituzione (ipotesi tipica contemplata dalla L. n. 75 del 1958, art. 3, n. 2), la condotta del locatore non si pone come aiuto alla prostituzione esercitata dalla locataria, ma ha quale connotato esclusivo la stipulazione di un contratto non certamente illecito: attraverso tale negozio giuridico è consentito infatti al soggetto locatario il proprio diritto all’abitazione senza che debba necessariamente rilevare l’attività che intenda svolgervi.


L’azione di regresso si è ritenuto spettare pure al condebitore che abbia pagato solo parzialmente il debito solidale, sempre che la somma pagata ecceda la sua quota nei rapporti interni, e nei limiti di tale eccedenza (v. Cass. , 7/2/1969, n. 409) si riferisce in realtà all’ipotesi “normale” considerata dalla norma, impregiudicata rimanendo tuttavia l’ipotesi del pagamento parziale del debito

In tema di obbligazioni solidali, l’articolo 1299 c.c., comma 1, prevede unicamente l’ipotesi del pagamento dell’intero debito da parte di uno dei condebitori, ma ciò non impedisce di ritenere che l’azione di regresso possa considerarsi esperibile anche nel caso in cui sia stata pagata solo una parte del debito comune in misura superiore alla quota interna del solvens, perché anche in tale caso, come in quello del pagamento dell’intero debito, si ha un depauperamento del solvens ed un correlativo arricchimento dei condebitori, consistente nella parziale liberazione (v. Cass., 29/1/1998, n. 884; Cass., 19/1/1984, n. 459).

L’azione di regresso si è quindi ritenuto spettare pure al condebitore che abbia pagato solo parzialmente il debito solidale, sempre che la somma pagata ecceda la sua quota nei rapporti interni, e nei limiti di tale eccedenza (v. Cass., 19/1/1984, n. 459, e conformemente Cass., 29/1/1998, n. 884. V. altresi’ Cass., 7/12/1998, n. 12366; Cass., 27/1/2009, n. 1955; nonché, da ultimo, Cass., 13/2/2018, n. 3404 e Cass., 27/8/2018, n. 21197).

Nel porsi in rilievo che l’azione di regresso prevista dall’articolo 1299 c.c., differisce invero da quella prevista all’articolo 2055 c.c., per il modo di ripartizione dell’obbligazione nei rapporti interni (giacché mentre nelle obbligazioni nascenti da contratto la ripartizione avviene per quote che si presumono eguali, salvo che non risulti diversamente, in quelle extracontrattuali l’onere che ciascun compartecipe sopporta nei confronti dei suoi coobbligati è commisurato alla gravità della rispettiva colpa ed all’entità delle conseguenze: cfr. Cass., 19/1/1984, n. 459; Cass., 7/2/1975, n. 491; Cass., 7/5/1973, n. 1204; Cass., 16/10/1954, n. 3785); e nell’ammettersi che l’azione di regresso possa invero esperirsi pure in caso di pagamento parziale di debito solidale ex delitto (sempre che la somma pagata ecceda la quota interna del solvens), poiché anche in tal caso si ha depauperamento del solvens con arricchimento dei condebitori, si è osservato che la condizione dell’avvenuto pagamento dell’intero debito di risarcimento per potersi esperire l’azione di regresso (v., con riferimento all’articolo 2055 c.c., Cass., 7/2/1969, n. 409) si riferisce in realtà all’ipotesi “normale” considerata dalla norma, impregiudicata rimanendo tuttavia l’ipotesi del pagamento parziale del debito (v. Cass., 19/1/1984, n. 459).

Corte di Cassazione, Sezione Terza, Ordinanza n. 7279 del 16 marzo 2021





ISSN 2464-9775


Hom Civ., Ord. Sez. 3, 9.2.2021 n. 3136
Pubblicato 6 minutes ago | by Giuseppe Angiulli | in Società
Società estinta e titolarità delle posizioni giuridiche residuali – Cass. Civ., Ord. Sez. 3, 9.2.2021 n. 3136
SOCIETÀ ESTINTA E TITOLARITÀ DELLE POSIZIONI GIURIDICHE RESIDUALI – CASS. CIV., ORD. SEZ. 3, 9.2.2021 N. 3136
La sentenza in commento involge il tema della cancellazione di società e della conseguente successione in capo ai soci delle posizioni attive e passive residuali.
Com’è noto, il diritto societario ha subito delle profonde modifiche nel corso degli ultimi anni, alcune delle quali in tema di successione dei rapporti sociali, e che oggi consentono ad una società, sia essa di capitali o di persone, di poter “dichiarare” la propria estinzione a prescindere dalla effettiva liquidazione di tutti i rapporti attivi e passivi in capo ad essa.
Al netto delle differenze sistemologiche, il legislatore ha riconosciuto l’applicabilità dell’istituto della successione alle posizioni giuridiche sociali dei soggetti estinti. Invero, nelle società di capitali, ai sensi dell’art. 2495 c.c., le sopravvenienze passive sono trasmigrate in capo agli ex soci nei limiti delle somme e dei beni percepiti in base al bilancio finale di liquidazione. Sicché, il creditore insoddisfatto potrà agire nei loro confronti e nei limiti di quanto da essi percepito, rappresentando di fatto un extra-garanzia alle proprie ragioni.
Nelle società di persone, invece, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 2312 c.c., i soci rispondono illimitatamente di tutte le obbligazioni sociali assunte, a cui segue un passaggio successorio in continuità di titolarità tra la società estinta e l’ex socio.
Diversamente, con riferimento alla successione delle posizioni attive ancora in essere alla data di cancellazione, per ovvie ragioni, è stato necessario l’intervento a più rimandi da parte della Suprema Corte, cristallizzatisi nella nota sentenza a Sezioni Unite del 2013.
In breve, gli Ermellini hanno preferito distinguere gli effetti in base alla natura dei crediti sopravvissuti, ovvero per i crediti incerti e/o illiquidi al momento dello scioglimento dell’ente, vale una presunzione di rinuncia se non sono state inseriti nel bilancio finale di liquidazione, e di conseguenza i soci perdono la legittimità ad azionare le poste creditorie se il liquidatore non ne ha tenuto conto nel bilancio.
Quanto ai cespiti e ai diritti ben definiti e individuabili, in ordine ai quali quindi non si richiede nessun supplemento di accertamento, pur se non iscritti in bilancio, si crea invece la stessa statuizione giuridica vista poco prima per le sopravvenienze passive, vale a dire i soci “ereditano” i crediti della società, in regime di contitolarità o comproprietà indivisa.
Ciò posto, la controversia oggetto del provvedimento qui in esame prende atto dalla richiesta di restituzione da parte di due ex soci, della quantità di denaro che la Società – quando ancora in essere – aveva versato in eccesso rispetto al prezzo convenuto in un contratto di compravendita.
Il Tribunale di prime cure, ritenuto fondato e legittimano il subentro dichiarato dagli attori aveva accolto la domanda e condannato alla restituzione i convenuti.
Proposto appello, la Corte territoriale ha riformato la sentenza impugnata rilevando ex officio il difetto di legittimazione attiva degli attori poiché la società, quando ancora in vita, non aveva esperito azioni giudiziarie in relazione al suddetto contratto, tenendo di fatto un comportamento inequivocabilmente inteso a rinunciare a tali azioni restitutorie e facendo così venir meno l’oggetto di una trasmissione successoria ai soci. Gli ex soci non avrebbero potuto pertanto vantare alcun titolo per la domanda giudiziale proposta.
Il giudizio di Cassazione è stato affidato ad un unico motivo che la Suprema Corte ha ritenuto fondato soprattutto con riferimento all’errata applicazione delle norme e dei principi che regolano la sorte dei diritti di credito dopo la cancellazione della società di persone, quand’anche il credito non risulti nel bilancio finale di liquidazione o comunque non sia certo e liquido, ovvero sottoposto a giudizio di accertamento.
In particolare, in considerazione dei principi sopracitati, la Corte d’Appello avrebbe dovuto scrutinare la fattispecie in concreto portata al suo esame e valutare se effettivamente dalla mancata menzione della posta attiva, in sede di chiusura dei conti sociali, potesse inferirsi una volontà abdicativa del credito azionato dagli ex soci, senza fossilizzarsi inutilmente su un ragionamento meramente presuntivo.
Ed invero, la Corte di Legittimità, in primo luogo, ribadisce la centralità della manifestazione di volontà di rinunciare al credito al fine di escluderne la trasferibilità ai soci, sicché solo in mancanza della stessa soccorrono i criteri presuntivi con i quali poter desumere egualmente un’univoca volontà di rinuncia, ad esempio la mancata menzione nel bilancio finale di liquidazione di poste illiquide e incerte, includibili nel novero delle c.d. mere pretese.
«I diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei crediti ancora incerti o illiquidi, la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale), il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato, a favore di una più rapida conclusione del procedimento estintivo», da ultimo Cass. Sez. 1, Sentenza n. 23269 del 15/11/2016 e Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 19302 del 19/7/2018.
Ma è in una più recente pronuncia che la Cassazione compie un passo ulteriore, arrivando ad affermare che debba escludersi ogni forma di applicazione automatica dei principi da essa stessa affermati in riferimento a diverse fattispecie, sulla base per altro di una presunzione assoluta priva dei caratteri e dei presupposti di cui all’art. 2729 c.c..
Pertanto, la mera cancellazione dal registro delle imprese non può, di per sé sola, per la sua invincibile equivocità, reputarsi sufficiente a dedurne una volontà abdicativa (così si esprime Cass. Sez. 1, sentenza n. 9464 del 22/05/2020, Rv. 657639 – 01).
In sintesi, per ritenere come realizzato o meno il fenomeno successorio generato dallo scioglimento della società, non rileva la natura delle posizioni giuridiche sociali residuali, quanto che le parti all’atto di scioglimento della società o comunque prima della cancellazione non abbiano manifestato una univoca volontà di rinuncia a detti diritti, non potendosi certamente inferire una volontà abdicativa in via presuntiva dalla semplice cancellazione della società.
Infine, nel caso di specie, il ragionamento seguito dai Giudici di seconde cure è ancor più privo di pregio se consideriamo l’omesso esame ex art. 116 c.p.c. della clausola di salvaguardia inserita all’atto di scioglimento della società, in cui vi è traccia di una volontà successoria là dove si chiarisce che “le parti convengono che eventuali crediti e debiti successivi alla data odierna verranno assegnati tra i soci in parti uguali tra loro “.
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Ho conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Bari con il voto di 110L e sono abilitato all’esercizio della professione di Avvocato. La mia formazione comprende i principali istituti di diritto civile, processuale e commerciale e durante il praticantato mi sono occupato di diritto bancario e finanziario. Adesso mi occupo principalmente di Corporate, M&A ed operazioni straordinarie.
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