Le restrizioni normative dovute all’emergenza da coronavirus giustificano la riduzione del canone (Tribunale Venezia, ordinanza 2 ottobre 2020) Con l’ordinanza 30 settembre – 2 ottobre 2020 (testo in calce) il Tribunale di Venezia non ha convalidato lo sfratto per morosità intimato a seguito del mancato pagamento dei canoni di rent to buy relativi ai mesi da dicembre 2019 a maggio 2020.

Il Tribunale ha ritenuto che il mancato (o perlomeno gravemente ridotto) godimento dei locali, destinati ad attività turistico-ricettiva, da parte del conduttore a causa delle restrizioni imposte dalla normativa emergenziale abbia comportato una impossibilità parziale sopravvenuta della prestazione del locatore.

Conseguentemente il conduttore, ai sensi dell’art. 1464 cod. civ., ha diritto di recedere dal contratto e/o di domandare la riduzione del canone; riduzione di cui, peraltro, si deve tenere conto ai fini della valorizzazione della gravità dell’inadempimento lamentato dall’intimante ai fini di una pronuncia in merito alla domandata risoluzione del contratto.

La controversia

Nel 2018 la società Alfa concedeva alla società Beta il godimento, tramite un contratto di rent to buy, di plurime unità immobiliari destinate ad attività turistico-ricettiva in territorio veneziano.

A partire dal novembre 2019, tuttavia, si susseguivano gravi eventi eccezionali e imprevedibili che impattavano sulla concreta utilizzabilità dei locali, cagionando evidenti conseguenze di natura economica che rendevano oltremodo difficile il pagamento dei canoni da parte di Beta: nel novembre e dicembre 2019, infatti, la città lagunare veniva colpita da plurimi e severi fenomeni di acqua alta che comportavano una drastica riduzione del turismo e dal marzo al maggio 2020 la specifica attività svolta da Beta, per il tramite degli immobili condotti, subiva un grave arresto in conseguenza delle misure emergenziali adottate dalle autorità statali e locali per contrastare la diffusione della pandemia da COVID-19.

Nonostante tale situazione la società Alfa, a fine maggio 2020, intimava a Beta lo sfratto per morosità, lamentando il mancato pagamento dei canoni da novembre 2019 a maggio 2020.

La società Beta si costituiva in giudizio, precisando di aver sempre onorato le obbligazioni di pagamento sino al mese di novembre 2019 e di aver, poi, interamente saldato tutti i canoni insoluti nel giugno 2020, seppur a seguito della ricezione dell’intimazione di sfratto. Parte intimata, inoltre, richiamava a propria difesa quanto disposto dall’art. 91, comma 1, D.L. n. 18/2020 (Decreto “Cura Italia”) in merito alla necessità di valutare il rispetto delle misure di contenimento dell’epidemia ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 cod. civ., della responsabilità del debitore. La società Beta, infine, lamentava di non aver potuto godere pienamente dei locali alla stessa concessi in godimento a causa degli avvenimenti eccezionali sopra indicati e di aver, conseguentemente, diritto ai sensi dell’art. 1464 cod. civ. ad una riduzione del canone pari al 90%, relativamente ai mesi da marzo a maggio 2020.

La decisione

Il Tribunale di Venezia, con l’ordinanza del 30.09.2020 depositata il 02.10.2020, non ha convalidato lo sfratto intimato, rigettando altresì l’istanza di rilascio ex art. 665 c.p.c.; ha infatti ritenuto che, quantomeno per i mesi da marzo a maggio 2020, a causa delle restrizioni imposte dalla normativa sanitaria in materia di COVID 19 la società intimata non ha potuto utilizzare – o perlomeno ha potuto utilizzare solamente in maniera ridotta – i locali oggetto di locazione attesa la loro destinazione turistico – ricettiva.

Tale mancato godimento è stato determinato, secondo il Tribunale, da una impossibilità parziale sopravvenuta della prestazione a carico del locatore, il quale deve garantire al conduttore il pieno e libero utilizzo degli immobili locati (o, in questo caso, concessi in uso tramite contratto di rent to buy).

Conseguentemente, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1464 cod. civ., il conduttore, ovvero la parte la cui prestazione non è divenuta impossibile, ha pieno diritto di domandare la riduzione della propria prestazione (id est: del canone) e/o il recesso dal contratto.

Atteso che, nel caso di specie, non era di certo intenzione del conduttore recedere dal contratto di rent to buy, il Tribunale ha riconosciuto che “occorre stabilire la riduzione del canone per il periodo di interesse e quindi per il periodo suddetto di lockdown (nonché in quello precedente di acqua alta)”.

Ed inoltre, se il conduttore ha diritto ad una congrua riduzione del canone, tale riduzione è determinante anche ai fini della valorizzazione della gravità dell’inadempimento lamentato dal locatore e, dunque, della pronuncia relativa alla richiesta risoluzione del contratto.

Il Tribunale, infine, non ha mancato di stigmatizzare la condotta del locatore che, notificando l’atto di intimazione di sfratto “in piena emergenza COVID”, non ha tenuto un comportamento ispirato ai canoni solidaristici ex art. 2 Cost.

A riguardo va, invero, ricordato il rilievo operato dall’Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte Suprema di Cassazione con la propria relazione 8 luglio 2020, n. 56, laddove ha precisato che “il dovere di correttezza viene considerato alla stregua di limite interno di ogni situazione giuridica soggettiva (attiva o passiva) contrattualmente attribuita, concorrendo alla relativa conformazione in senso ampliativo o restrittivo rispetto alla fisionomia apparente, per modo che l’ossequio alla legalità formale non si traduca in sacrificio della giustizia sostanziale e non risulti, quindi, disatteso quel dovere (inderogabile) di solidarietà costituzionalizzato (art. 2 Cost.), che, applicato ai contratti, ne determina integrativamente il contenuto o gli effetti (art. 1374 c.c.) e deve, ad un tempo, orientarne l’interpretazione (art. 1366 c.c.) e l’esecuzione (art. 1375), nel rispetto del principio secondo cui ciascuno dei contraenti è tenuto a salvaguardare l’interesse dell’altro, se ciò non comporti un apprezzabile sacrificio dell’interesse proprio.

Proprio la portata sistematica della buona fede oggettiva nella fase esecutiva del contratto ex art. 1375 c.c. assume assoluta centralità, postulando la rinegoziazione come cammino necessitato di adattamento del contratto alle circostanze ed esigenze sopravvenute. La correttezza è suscettibile di assolvere, nel contesto dilaniato dalla pandemia, la funzione di salvaguardare il rapporto economico sottostante al contratto nel rispetto della pianificazione convenzionale”.

Alla luce del provvedimento qui esaminato, dunque, ben si può sostenere che nei contratti di locazione ad uso diverso dall’abitativo (e/o nei contratti di rent to buy) incombe sul locatore l’obbligo di garantire al conduttore il godimento dell’immobile.

In caso di limitazione del godimento, dovuta a fatti eccezionali, imprevedibili e non imputabili al locatore, il conduttore ha diritto alla conseguente riduzione del canone; riduzione che ben potrà andare oggetto di negoziazione tra le parti, onde riequilibrare, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, le sorti del contratto.


La chirurgia estetica o plastica è una specializzazione medica che si differenzia per il particolare rigore dell’obbligo informativo dello specialista, obbligo informativo non limitato alla prospettazione del rischi, ma tale da dover contemplare anche la conseguibilità (o meno) di un miglioramento, in relazione alle aspettative estetiche del paziente, ed alle sue esigenze. Il paziente deve dunque essere completamente edotto non solo dei rischi, ma anche dei benefici.

La natura della prestazione del chirurgo plastico
Per quanto la distinzione fra prestazione di mezzi e prestazioni di risultato possa dirsi ormai superata, e rilevi solo a titolo nominalistico, la Suprema Corte ha in più occasioni (a partire dalla sentenza del 8 agosto 1985 n. 4394) qualificato la prestazione del chirurgo plastico come un’obbligazione di risultato.

In definitiva, il conseguimento di un risultato rappresenta la “cartina di tornasole” per valutare la correttezza dell’intervento estetico: questo vale massimamente negli interventi di natura “voluttuaria”, non necessari, cioè, da un punto di vista della cura medica.

Non mancano pronunce che invece la qualificano – la prestazione in parola – come di mezzi.

La chirurgia estetica soggiace al limite posto dall’art. 5 c.c., norma che consente gli atti di disposizione del proprio corpo, laddove non cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica o siano contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume.

Il trattamento chirurgico, oltre a presupporre il pieno consenso informato del paziente, non si caratterizza per il requisito dell’urgenza, tipico di altri interventi sanitari.

Le pretese risarcitorie derivanti da errati interventi di chirurgia estetica possono essere assai ingenti, anche perché, al di là delle conseguenze che essi comportano, il rapporto che si instaura con il chirurgo estetico, per le aspettative che implica, è del tutto peculiare.

Ciò comporta la necessità di un’informativa corretta, veritiera e completa, comprensiva anche dei possibili esiti estetici negativi dell’intervento.

I postumi cicatriziali non danno luogo a responsabilità del chirurgo estetico, secondo maggioritaria giurisprudenza, se siano stati prospettati correttamente al cliente e non derivino da negligenza nell’eseguire l’intervento.

La chirurgia estetica è di vario tipo: può tendere a ricostruire una condizione somatica deteriorata (per esempio a causa di infortuni). Può, ancora, ricostruire difetti naturali dell’uomo. Può, da ultimo, correggere imperfezioni e via dicendo.

L’obbligo informativo del chirurgo estetico
Si diceva che centrale, nella chirurgia estetica, è il dovere di informazione gravante sul chirurgo estetico, nel senso che il paziente ha l’incontrastato diritto “di conoscere esattamente le modalità, i risultati prevedibili ed i rischi possibili dell’intervento […]. La mancata acquisizione del consenso informato del paziente costituisce fonte autonoma di responsabilità, a prescindere dal fatto che l’operazione sia stata eseguita correttamente da un punto di vista tecnico” (ex pluribus Corte App. Roma, sez. II, 9 ottobre 2008, Massima redazionale, 2008).

Devono dunque essere prospettati dal sanitario, non solo i rischi dell’intervento, ma la configurabilità di un effettivo miglioramento dell’aspetto fisico.

In un caso giudiziario, si è discusso in particolare delle cicatrici residuate, a seguito dell’intervento estetico, da una ballerina (e spogliarellista …), con conseguente riconoscimento di responsabilità al professionista, per non avere correttamente informato la paziente sul punto. Nel caso di specie, si è ritenuto che il professionista avrebbe dovuto, in particolare, esibire le fotografie relative ad interventi di analoga natura (Cass. 8 agosto 1984 n. 4394), per consentire alla paziente di essere edotta dei possibili rischi.

Si deve dunque prospettare, in ogni caso, da parte del sanitario, tutto quanto attiene alle possibilità di ottenimento del risultato perseguito.

L’informazione deve perciò concernere i “benefici, le modalità di intervento, l’eventuale possibilità di scelta tra diverse tecniche operatorie e, infine, i rischi preventivabili in sede post operatoria, necessità, quest’ultima, da ritenersi particolarmente pregnante nella chirurgia estetica” (Cass. Civ. 6 ottobre 1997 n. 9705).

Sarà il medico convenuto, di fronte all’allegazione (avversaria) del proprio inadempimento, a dovere allegare e provare di avere esaustivamente informato il paziente sui rischi e sulle modalità dell’operazione.

In ogni caso, l’esistenza di un consenso informato, anche se corretto e adeguato, non vale ad escludere di certo la colpa del medico che abbia operato negligentemente o imperitamente ovvero in violazione delle leges artis (Cass. Pen. sez. IV 21 dicembre 2012 n. 4541).

Il chirurgo plastico, infatti, risponde dei danni patrimoniali e non patrimoniali riportati dal paziente in seguito a non corretto intervento chirurgico (nella specie: di chirurgia setto rinoplastica), sul paziente spettando l’onere di provare il contratto e l’aggravamento della patologia ovvero l’insorgenza di un aggravamento e l’inadempimento del medico (Trib. Bari, sez. II, 23 giugno 2011, Massima Redazionale 2011).

Un riferimento deve essere operato, per quanto attiene al consenso informato, alle Sentenze di San Martino del 2019.

La sentenza della Cassazione in tema di “consenso informato” (la n. 28985/2019), valida anche per la chirurgia estetica, ha, dal canto suo, delineato in particolare i margini di inquadramento e di risarcibilità in materia di consenso informato quanto alle cure mediche e farmacologiche ed alla violazione del principio di autodeterminazione.

Quanto in particolare alla regolazione del principio inerente l’onere probatorio, la Corte ha chiarito che il paziente, che alleghi l’inadempimento del sanitario sarà onerato della prova del nesso causale. Il discostamento della scelta del paziente dalla valutazione di necessità / opportunità dell’intervento non corrisponde all’id quod plerumque accidit, anche se tale prova potrà essere fornita con ogni mezzo, ivi compresi il cd. “notorio”, le massime di esperienza e le presunzioni.

Questa sentenza va adattata alla chirurgia estetica in cui si tratta, per lo pi, di un’obbligazione di risultato.

In ogni caso la lesione del consenso informato equivale ad una violazione della libertà di autodeterminazione del paziente ed il medico è tenuto a tutte le informazioni sui rischi e sulle complicanze possibili dell’intervento.

La giurisprudenza più recente
È il caso di proporre, per completezza, la giurisprudenza più recente che è intervenuta su tali tematiche.

In una recente sentenza la Suprema Corte afferma che nella valutazione del danno derivante da chirurgia estetica malriuscito, vanno valutati anche i profili psichici e dinamico-relazionali:

In sede di valutazione equitativa del danno biologico derivante da un intervento di chirurgia estetica malriuscito, il giudice di merito deve valutarne unitariamente tutte le componenti, tenendo conto anche dei profili psichico e dinamico-relazionali. Cassazione civile sez. III, 24/10/2017, n.25109

Per quanto attiene alle conseguenze inerenti il danno alla vita di relazione, la Suprema Corte ha precisato quanto segue:

La valutazione del danno da vita di relazione costituisce un profilo giuridico e non medico-legale e riguarda l’aspetto dinamico del danno biologico, come lesione all’integrità psico-fisica del danneggiato. In tale prospettiva, il giudice è chiamato a considerare tutti i diversi profili del danno non patrimoniale derivante da errato intervento chirurgico, valutandoli complessivamente, in considerazione delle ripercussioni sia sul piano estetico che psichico e relazionale. Cassazione civile sez. III, 24/10/2017, n. 25109

Ancora, in tema di incompletezza del depliant informativo:

In tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo del tutto generico, né rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente, che incide unicamente sulle modalità dell’informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto non adeguata l’informazione sui rischi connessi ad un intervento di cheratomia radiale, fornita ad una paziente mediante consegna di un “depliant” redatto dallo stesso oculista, che peraltro non riportava l’eventuale regressione del “visus”, statisticamente conseguente ad un simile intervento, anche quando correttamente eseguito). Cassazione civile sez. III, 04/02/2016, n.2177

Con la sentenza n. 19596/2020, pubblicata il 18 settembre 2020, le Sezioni Unite della Cassazione hanno risolto la questione ritenuta di particolare importanza circa il soggetto tenuto a proporre il procedimento di mediazione nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo affermando il seguente principio di diritto


Per la Cassazione, il padre è tenuto al contribuire al mantenimento della figlia che ha ottenuto lavori a tempo parziale e a tempo determinato e risiede presso la madre

La Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 19077/2020 ribadisce che non si può revocare il mantenimento disposto in favore della figlia, se dalle prove raccolte emerge che la ragazza di fatto non ha ancora raggiunto l’indipendenza economica visto che anche se ha iniziato a lavorare ha svolto lavori part-time e ha avuto solo contratti a termine. Gli Ermellini ricordano inoltre che i figli hanno diritto a mantenere un tenore di vita conforme alle risorse della famiglia e, e se possibile, simile a quello goduto precedentemente in famiglia.

Una decisione che chiude una vicenda che vede contrapposti da un alto un padre e dall’altra la ex moglie e la figlia maggiorenne e che in primo grado sfocia nel rigetto della domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile sollevata dalla ex moglie e nella riduzione a 180 euro del contributo al mantenimento per la figlia. Decisione a cui parte soccombente non si rassegna e che viene in parte riformata dalla Corte d’Appello, che ridetermina il contributo in favore della figlia in 300 euro mensili.

Per il padre nulla è dovuto alla figlia che lavora

Il padre però non accetta la decisione e ricorre in Cassazione, contestando quanto statuito dalla sentenza d’appello per i seguenti motivi:

prima di tutto il ricorrente denuncia la nullità della sentenza perché la ex moglie in appello ha avanzato una domanda nuova relativamente al mantenimento della figlia, nonostante l’assenza di prove idonee a dimostrare fatti sopravvenuti, nuove esigenze della figlia e svalutazione monetaria;
con il secondo motivo fa presente che, anche in base alle dichiarazioni della figlia, la stessa ha iniziato a lavorare, seppure con contratti a termine e part-time, per cui può considerarsi economicamente indipendente. La Corte d’appello quindi non ha applicato i principi giuridici sanciti in materia di mantenimento dei figli maggiorenni;
con il terzo lamenta la mancata ammissione di prove finalizzate a dimostrare le reali condizioni economiche dalla moglie, convivente con un altro uomo e il mancato ordine di esibizione da parte della Corte delle buste paga della figlia, al fine di accertare il reddito effettivo della stessa, non essendo sufficiente la valutazione delle buste paga di dicembre 2017 e dei primi 3 mesi del 2018.

Contributo dovuto, i contratti a termine non provano l’autonomia della figlia

La Corte di Cassazione, poco convinta delle ragioni sollevate dal padre, con l’ordinanza n.19077/2020 ne rigetta il ricorso per i motivi che si vanno a illustrare.

Per quanto riguarda il mantenimento della figlia la Corte ribadisce che il criterio ispiratore dei provvedimenti che riguardano i figli di genitori separati o divorziati è di tutelare il loro interesse primario. Il giudice non è vincolato dalla richieste e dagli accordi dei coniugi, anche se i figli sono maggiorenni, perché le esigenze di tutela sono le stesse, visto che anche il figlio maggiorenne può non essere ancora autosufficiente dal punto di vista economico.Non si può parlare, in relazione al contributo al mantenimento per i figli, di proposizione di una domanda nuova in appello. La Corte inoltre nel caso di specie, contrariamente a quanto affermato dal ricorrente, ha valorizzato le circostanze successive al 2015, anno della sentenza, per cui trattasi di fatti sopravvenuti.

Inammissibile il secondo motivo perché il padre contesta la ricostruzione fattuale della vicenda, fondando la sua denunciata violazione di legge sulla ritenuta “prova” dell’autosufficienza economica della figlia. Prova che in realtà non è stata raggiunta. La Corte infatti ha valutato la situazione della figlia nel suo complesso, tenendo conto delle buste paga, della residenza anagrafica presso la madre, della cessazione del lavoro in Svizzera. Informazioni da cui ha dedotto il mancato raggiungimento dell’autonomia economica da parte della figlia, ribadendo il diritto della stessa a conservare un tenore di vita, per quanto possibile, simile a quello goduto in famiglia.

Inammissibile infine anche il terzo motivo perché le censure criticano la valutazione effettuata dalla Corte, censurando la scelta delle risultanze probatorie idonee a sostenere la decisione, che come è noto non è sindacabile in sede di legittimità.

Il TFR del coniuge divorziato

Pubblicato: settembre 15, 2020 in Uncategorized

A certe condizioni, uno dei due coniugi divorziati ha diritto a ricevere dall’altro una particolare tutela: la percezione di una quota pari al 40% del trattamento di fine rapporto (TFR) dell’altro coniuge calcolato con riferimento all’arco di tempo in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Tale tutela si aggiunge alle altre previste dalla Legge sul Divorzio: la percezione di un assegno divorzile ed eventualmente di un assegno successorio, nonché il diritto alla pensione di reversibilità.

Il trattamento di fine rapporto (TFR) è un importo spettante al lavoratore alla cessazione del rapporto di lavoro subordinato. Solitamente viene chiamato anche “liquidazione”.
Se il lavoratore è un divorziato che versa già all’ex coniuge un assegno divorzile con cadenze prestabilite e quest’ultimo coniuge non si è risposato, il lavoratore a cui spetta il TFR è tenuto a versare all’altro coniuge anche una quota di detto TFR.
Questa particolare previsione è stata aggiunta alla Legge sul Divorzio da una successiva legge entrata in vigore il 12 marzo 1987 e si ritiene che si applichi solamente ai TFR riscossi posteriormente a tale data.

I presupposti del diritto alla quota di TFR

La Legge sul Divorzio riconosce al coniuge divorziato il diritto a percepire una quota del TFR dell’altro coniuge in presenza di due presupposti.
Innanzitutto il coniuge divorziato deve già percepire dall’ex lavoratore un assegno divorzile versato con cadenza periodica: in altri termini, se il coniuge non ha diritto all’assegno o lo ha ricevuto in un’unica soluzione, non avrà diritto alla quota del TFR dell’ex marito o dell’ex moglie.
In secondo luogo, il coniuge interessato alla quota del TFR dell’ex lavoratore non deve essere convolato a nuove nozze. Se il coniuge divorziato ha intrapreso una convivenza con un soggetto terzo può chiedere la quota del TFR dell’ex coniuge.

Quando nasce il diritto al TFR

Dal punto di vista temporale, il TFR può ovviamente maturare prima o dopo la pronuncia della sentenza di divorzio che regola i reciproci rapporti di dare e avere fra gli ex coniugi.
Se il TFR è maturato prima, ovviamente il diritto alla quota viene dichiarato dalla sentenza stessa: il Tribunale ha infatti tutti gli elementi per valutare le sostanze dell’uno e dell’altro coniuge.
Se il TFR viene a maturazione dopo la sentenza di divorzio, il coniuge interessato alla quota dovrà avanzare un’apposita istanza al Tribunale affinché il suo diritto sia accertato e riconosciuto (vedi scheda di modifica delle condizioni di divorzio). In tal caso il Tribunale valuterà se, al momento della richiesta, il divorziato richiedente rispetta i due presupposti richiesti dalla Legge sul Divorzio, ossia se già percepisce un assegno divorzile periodico dall’ex coniuge e se il suo stato civile è rimasto libero.

A quanto ammonta la quota di TFR

La Legge sul Divorzio afferma che la percentuale della quota di TFR dovuta all’ex coniuge divorziato corrisponde al 40% dell’indennità totale “riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”.
In altre parole, il divorziato non ha diritto al 40% del TFR dell’ex marito o dell’ex moglie: tale 40% va rapportato all’arco di durata del matrimonio coincidente con il periodo di lavoro.
E’ pacifico che l’arco di durata del matrimonio’ comprende anche l’eventuale periodo di separazione legale, fino alla data della sentenza di divorzio: solo in questa data, infatti, si è definitivamente e sicuramente ottenuto lo scioglimento del vincolo matrimoniale o la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario.


Per il tribunale di Terni, la contrazione dei redditi del libero professionista a causa della pandemia giustifica la riduzione dell’assegno di mantenimento per i figli

Una causa con aspetti di grande attualità quella che ha dovuto decidere il Tribunale di Terni, che con l’ordinanza presidenziale del 16 luglio ha accolto le richieste di un padre, disponendo la riduzione dell’assegno di mantenimento dovuto ai figli da 350 a 200 euro. Il padre infatti, consulente per le piccole imprese, ha subito una drastica contrazione dei suoi redditi a causa della pandemia e ha avuto problemi di salute che hanno comportato l’arresto della sua attività.
Decisione emessa al termine procedimento di divorzio, iniziato con la richiesta, da parte della ormai ex moglie, di disporre l’aumento di 50 euro (da 350 a 400 euro) dell’assegno dovuto dal padre a titolo di contributo al mantenimento per i figli. La donna fa presente che le necessità dei figli sono in aumento e chiede un maggiore supporto da parte del marito per farvi fronte.

Il padre però si oppone alla richiesta della moglie e chiede la riduzione del suddetto assegno a 150 euro. Tale richiesta è giustificata dai nuovi oneri che è stato costretto a sostenere dopo la separazione e dopo che il giudice ha disposto l’assegnazione della casa familiare alla moglie. L’uomo deve infatti sostenere il pagamento del canone di locazione dell’appartamento in cui vive e deve fare fronte alla drastica riduzione della sua attività lavorativa e delle sue entrate a causa della pandemia e in seguito a un intervento che lo ha costretto a interrompere la sua attività.
Affermazioni che l’uomo, consulente per le piccole imprese, dimostra attraverso la produzione di documenti da cui risultano le spese che sostiene mensilmente per l’appartamento, la forte contrazione dei redditi subita nel corso della pandemia da coronavirus e lo stop lavorativo causato da problemi di salute.


Il Tribunale, alla luce di quanto sopra, ritiene provati dall’uomo gli oneri sostenuti e da sostenere per i canoni di locazione e l’intervento chirurgico subito. Non solo il Presidente rileva come in effetti, l’attività svolta dall’uomo è stata una delle più penalizzate dall’emergenza pandemica da coronavirus. Il Tribunale pertanto ritiene che “deve presumersi la contrazione dei redditi del resistente libero professionista a causa della pandemia, che ha comportato l’interruzione dell’attività libero professionale per circa due mesi”.
La moglie, al contrario, dipendente presso una pubblica amministrazione, non è andata incontro alle stesse difficoltà economiche dell’uomo. Queste le ragioni per le quali il Tribunale dispone la misura dell’assegno dovuto dal padre per contribuire al mantenimento dei figli in 200 euro mensili, salva naturalmente la possibilità di procedere a una nuova determinazione in aumento dello stesso, nel momento in cui si dovesse verificare una ripresa dell’attività lavorativa con conseguente incremento dei redditi percepiti.



Capita spesso di recarci in Comune, all’Agenzia delle Entrate, nelle cancellerie degli Uffici Giudiziari o in altri pubblici uffici e di avere a che fare con lavoratori pubblici dipendenti che, per i motivi più disparati, non hanno risposto alle nostre istanze o lo hanno fatto con eccessivo e colpevole ritardo.

Il lavoro pubblico, purtroppo, ha una falla preoccupante nel sistema dei controlli: chi controlla ha il dovere di controllare?

Non a caso, è da tempo nei pensieri dei nostri rappresentanti politici una riforma del pubblico impiego che prevede uno stipendio base e premi di risultato, con un inasprimento del sistema sanzionatorio.


Soluzione di natura amministrativa

Detto ciò, cosa può fare un privato cittadino che si trovi di fronte a un impiegato pubblico che non svolge correttamente il suo lavoro?
Può, innanzitutto, trasmettere una segnalazione al responsabile della struttura presso la quale il dipendente è impiegato o, comunque, ad un suo gerarchicamente superiore.

È opportuno che la segnalazione sia scritta e supportata da documentazione comprovante la negligenza o l’inadempienza dell’impiegato e che della sua trasmissione rimanga traccia.
Si badi, però, che la Pubblica Amministrazione non ha alcun obbligo di avviare un procedimento disciplinare sulla base di una segnalazione di un privato cittadino.
Tuttavia, se è vero che una segnalazione può non portare ad alcun risultato, multiple segnalazioni nei confronti dello stesso lavoratore non possono rimanere inascoltate.
A tal proposito, si specifica che per le infrazioni di minore gravità (per le quali è prevista la sanzione del rimprovero verbale) la competenza spetta al responsabile della struttura presso cui il dipendente presta servizio. Per le restanti infrazioni, punite con sanzioni diverse dal mero rimprovero verbale, la competenza è in capo all’ufficio per i procedimenti disciplinari, che ciascuna amministrazione deve individuare al proprio interno secondo il proprio ordinamento, ferma restando la possibilità, previa convenzione, di provvedere alla gestione unificata delle funzioni dell’ufficio da parte di più amministrazioni.


Soluzione di natura penale
Inoltre, l’art. 328 del Codice Penale punisce con la reclusione da sei mesi a due anni il Pubblico Ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio da compiersi senza ritardo. Punisce con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a € 1.032,00 anche il Pubblico Ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, entro 30 giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse, non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del suo ritardo.

Si precisa che per Pubblico Ufficiale si intende, ai sensi dell’art. 357 c.p., colui il quale esercita una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa, mentre l’incaricato di un pubblico servizio è colui il quale, a qualunque titolo, presta un pubblico servizio, cioè un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di quest’ultima (art. 358 c.p.).
Dunque, il privato cittadino ha anche la possibilità, qualora ne ricorrano i presupposti, di sporgere denuncia presso le forze dell’ordine o direttamente in Procura nei confronti del pubblico dipendente “scansafatiche” (la responsabilità penale è personale ai sensi dell’art. 27 della Costituzione).
Soluzione di natura civile

In ultimo, si può agire per responsabilità civile nei confronti dell’impiegato e dell’ente pubblico nel caso in cui il comportamento del lavoratore abbia provocato un danno dimostrabile ed economicamente quantificabile.

Una buona notizia per i contribuenti che non hanno pagato, negli anni passati, debiti tributari o le multe stradali. La Cassazione ha appena decretato l’illegittimità del fermo amministrativo per le cartelle esattoriali di basso importo, quelle appunto provenienti dai suddetti debiti e dalle contravvenzioni per violazioni del Codice della strada.

L’ordinanza è l’ennesima applicazione del principio che sono stati cancellati i debiti arretrati. In buona sostanza, la rottamazione ter, approvata con il decreto fiscale dell’anno scorso [1], ha cancellato in un colpo solo tutte le cartelle e il fermo amministrativo sotto i mille euro per debiti (fiscali e non) nei confronti dell’Agente della Riscossione, iscritti a ruolo tra il 2000 e il 2010. Questo significa che se domani l’esattore dovesse iscrivere un fermo o inviare una cartella, tale atto sarebbe nullo.

A rendere più appetibile il condono è anche il modo in cui è stata scritta la norma. La disposizione sana i debiti entro mille euro: ma, a tal fine, non si considera l’ammontare complessivo della cartella esattoriale bensì il singolo importo iscritto a ruolo. Tanto per fare un esempio, se un contribuente non ha pagato per tre anni di fila il bollo auto di 700 euro, la complessiva cartella di 2.100 euro sarebbe illegittima.

Questi principi vengono riassunti dall’ordinanza ordina della Suprema Corte [2] che ha accolto il ricorso di un avvocato al quale erano state notificate delle cartelle per debiti tributari e infrazioni stradali per un valore inferiore a mille euro ciascuna.

In particolare, al contribuente erano stati notificati da Equitalia degli atti di valore esiguo e tutti consegnati all’esattore fra il 2000 e il 2010. Atti che erano stati impugnati dinanzi alla Commissione tributaria per vari motivi di forma, tutti peraltro rigettati dai giudici. Nel frattempo, è entrata in vigore la cosiddetta rottamazione ter, che ha ribaltato in favore del contribuente le sorti della vicenda: così la Cassazione non ha potuto fare a meno che constatare l’intervenuto condono e cancellare il debito.

La regola vale per chiunque: chi non ha pagato le cartelle esattoriali non deve limitarsi a leggere l’importo complessivo in esse riportato, ma le singole voci. Che devono essere stralciate in automatico dall’Agente della Riscossione. In caso contrario, o si fa un’istanza in autotutela o si ricorre al giudice.

Nella sanatoria, rientrano i debiti come multe stradali, bollo auto, sanzioni amministrative, Imu, Tasi, Tari, ecc.

L’articolo 4 del decreto fiscale dell’anno scorso prevede infatti che, ricordano gli Ermellini, «i debiti di importo residuo, alla data di entrata in vigore del presente decreto, Fino a mille euro, comprensivo di capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni, risultanti dai singoli carichi affidati agli agenti della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010, ancorché riferiti alle cartelle per le quali è già intervenuta la richiesta di cui all’articolo 3, sono automaticamente annullati. L’annullamento è effettuato alla data del 31 dicembre 2018 per consentire il regolare svolgimento dei necessari adempimenti tecnici e contabili. Ai fini del conseguente discarico, senza oneri amministrativi a carico dell’ente creditore, e dell’eliminazione dalle relative scritture patrimoniali, l’agente della riscossione trasmette agli enti interessati l’elenco delle quote annullate su supporto magnetico, ovvero in via telematica, in conformità alle specifiche tecniche di cui all’allegato 1 del decreto direttoriale del Ministero dell’economia e delle finanze del 15 giugno 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 142 del 22 giugno 2015».

note
[1] Art. 4 D. L. n.119 del 23.10.2018, convertito in L. n. 136 del 17.12.2018.

[2] Cass. ord. n. 28072 del 31.10.2019.

SANZIONI COVID-19 ILLEGITTIME

Pubblicato: agosto 3, 2020 in Uncategorized

Il Giudice di Pace Emilio Manganiello di Frosinone ha annullato una sanzione COVID-19 per i seguenti motivi:

1. Il CdM con deliberazione del 31.01.2020 ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale in conseguenza del rischio sanitario derivante da agenti virali trasmissibili, ai sensi del Codice della Protezione Civile. Tuttavia in base all’art. 7, comma 1,lett.c) del D. Lgvo. N. 1/18 lo stato di emergenza può essere dichiarato solo per calamità naturali, e non per motivi sanitari.

2. Non vi è nella Costituzione Italiana alcun riferimento ad ipotesi di dichiarazione dello Stato di Emergenza per rischio sanitario. Ai sensi dell’Articolo 78 e 87 della Costituzione l’unico caso in cui il Governo può assumere poteri straordinari è quello della dichiarazione dello stato di guerra.

3. La previsione di norme generali ed astratte, peraltro limitativo di fondamentali diritti costituzionali, mediante Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, è contraria alla costituzione.

4. L’art 13 Cost. stabilisce che le misure restrittive della libertà personale possono essere adottate solo su motivato atto dell’autorità giudiziaria. Pertanto, neppure una legge potrebbe prevedere nel nostro ordinamento l’obbligo della permanenza domiciliare, senza violare il summenzionato art. 13 della Costituzione.

5. Come ha chiarito la Corte Costituzionale, la libertà di circolazione riguarda i limiti di accesso a determinati luoghi, ma giammai può comportare un obbligo di permanenza domiciliare né può limitare la libertà di spostamento senza un atto motivato dell’autorità giudiziaria.

Mantenimento del minore nel divorzio

Pubblicato: luglio 26, 2020 in Uncategorized


La Cassazione ricorda che il figlio ha diritto di essere mantenuto da entrambi i genitori in proporzione alle rispettive possibilità e a mantenere lo stesso tenore di vita a prescindere dall’assegno di mantenimento per l’ex coniuge


Assegno di mantenimento per l’ex e per il figlio minorenne

Quando il giudice deve stabilire la misura dell’assegno divorzile dell’ex moglie non occorre che tenga conto del tenore di vita goduto dalla stessa in costanza di matrimonio. Detto criterio infatti ad oggi non rileva più. Diverso il caso in cui si deve quantificare l’assegno di mantenimento per il figlio minore, che invece ha diritto ad essere mantenuto da entrambi i genitori in proporzione alle proprie sostanze e che allo stesso sia garantito lo stesso tenore di vita goduto durante la convivenza con loro. A stabilirlo l’ordinanza della Corte di Cassazione n. 15774/2020.

La Corte d’appello riforma la sentenza di primo grado e dispone l’affidamento del figlio a entrambi i genitori, la collocazione presso la madre, l’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale limitatamente alle decisioni più importanti e incarica il servizio sociale del Comune di proseguire nel sostegno e nella mediazione anche per fare in modo che padre e figlio riprendano i rapporti. La Corte pone a carico del padre anche il pagamento del 50% delle spese straordinarie, previo accordo con la madre, conferma l’assegno divorzile in favore della donna di 1300 euro e di 3000 euro per il figlio.

L’ex marito in sede d’appello chiede la revoca dell’assegno divorzile in favore della moglie senza però indicare le ragioni sopravvenute che dovrebbero giustificare il venir meno di tale obbligo, la Corte pertanto, dopo aver esaminato la documentazione fiscale degli ex coniuge, lo conferma per garantire alla moglie lo stesso tenore di vita, visto che le condizioni economiche del marito sono notevolmente migliorate. Congruo per la Corte anche l’assegno per il figlio sedicenne, alla luce del naturale incremento delle esigenze di un adolescente e per assicurargli un tenore di vita adeguato alle elevate disponibilità economiche del padre.

Importo assegno di mantenimento troppo elevato

Il padre però ricorre in Cassazione sollevando ber sette motivi di ricorso.

Con il primo lamenta l’entità degli importi da corrispondere alla moglie e al figlio, stante l’assenza dei presupposti richiesti per il loro riconoscimento e l’assenza di indagini necessarie a giustificarne l’entità.
Con il secondo lamenta l’insussistenza dei requisiti richiesti dalla legge per il riconoscimento di assegni così elevati e l’omessa valutazione delle prove acquisite, visto che la valutazione della congruità degli importi è stata effettuata senza considerare i dati reddituali dei coniugi e senza la prova del tenore di vita goduto dalla moglie durante il matrimonio.La Corte ha poi erroneamente ritenuto che la donna, nonostante la giovane età e la sua capacità di ricollocarsi sul lavoro, si trovasse nell’impossibilità di procurarsi i mezzi necessari a mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio.
Con il terzo fa presente che l’entità dei patrimoni delle famiglie coniugi non rilevano ai fini della determinazione del quantum dell’assegno di divorzio.
Con il quarto rileva come la Corte non abbia preso in considerazione la durata del matrimonio.
Con il quinto contesta l’entità dell’assegno da corrispondere al figlio stante l’assenza di prove che dimostrino le sue aumentate esigenze di vita e che nel determinare l’importo la Corte non abbia tenuto conto del fatto che ha già 50 anni e che anche lui ha diritto ad una vita dignitosa.
Con il sesto evidenzia come nel determinare l’assegno per il figlio si sia solo tenuto conto dello squilibrio reddituale dei genitori, senza indicare le reali esigenze del minore, tanto che l’importo si è trasformato in qualche modo in un contributo ulteriore per l’ex.
Con l’ultimo motivo chiede infine che gli assegni vengano determinati nella stessa misura stabilita in sede di separazione ossia 1000 euro per la ex moglie e 2500 per il figlio.

Il figlio deve mantenere lo stesso tenore di vita, non la ex moglie

La Cassazione, al termine dell’esame dei vari motivi presentati dal ricorrente, decide di accogliere il secondo terzo e quarto motivo, di dichiarare inammissibili il primo e il settimo e di rigettare il quinto e il sesto, cassando la sentenza nei limiti suddetti e rinviando alla Corte d’Appello in diversa composizione anche per decidere sulle spese del giudizio di legittimità.

Inammissibile il primo motivo perché la Corte non ha trascurato di tenere conto delle richieste avanzate dal ricorrente in sede di precisazione dello conclusioni. Il fatto è che lo stesso non ha illustrato per quali ragioni sopravvenute gli assegni dovessero essere modificati nei loro importi.

Il secondo il terzo e il quarto motivo invece sono fondati e quindi vanno accolti. La Corte, per quanto riguarda l’assegno divorzile della ex moglie ribadisce come, alla luce delle recenti pronunce giurisprudenziali, la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi dell’assegno divorzile “non è finalizzata, peraltro, alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi.”

Evidente pertanto che la Corte d’Appello non si è attenuta ai suddetti principi. E’ infatti emerso che la ex moglie è un insegnante e lavora in modo stabile, che non è chiaro per quanto tempo la stessa abbia sacrificato la professione di architetto per dedicarsi al figlio, così come non sono stati valutati ai fini della quantificazione la durata del matrimonio e il contributo eventuale dato dalla donna alla formazione del patrimonio familiare. Fondata anche la doglianza con cui il padre ha fatto presente che non si devono prendere in considerazione i patrimoni della rispettive famiglie perché tale criterio non è previsto dall’art. 5 della legge n. 898/1970.

Infondati il quinto e il sesto motivo perché la Corte ha applicato correttamente il principio secondo cui “sussiste a carico dei genitori l’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, dovendo il giudice tenere conto, nella determinazione dell’assegno, oltre alle esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza e le risorse economiche dei genitori, nonché i tempi di permanenza presso ciascuno e la valenza dei compiti domestici e di cura da loro assunti.”

Inammissibile il settimo motivo perché si traduce nella richiesta di diminuire gli importi degli assegni e conseguente procedere a valutazioni di merito non consentite in sede di legittimità.