I Dpcm di Conte? Sono come l’acqua fresca. Il Tribunale di Roma in un’ordinanza in una causa civile di sfratto per morosità, causa mancato pagamento canoni vista la chiusura per Covid.

Il giudice del Tribunale dopo una lunga analisi cita i principi base che tengono insieme la comunità e lo Stato italiano.

Il giudice di Roma interroga le leggi sulle limitazioni indotte dal governo e arriva alla conclusione che i Dpcm di Conte sono come acqua fresca . Infatti secondo il ragionamento della corte Capitolina di primo grado, “i Dpcm siano viziati da violazioni per difetto di motivazione”. “I Dpcm… siano in realtà viziati da molteplici profili di illegittimità e, come tali, caducabili”, cioè non producono effetti reali e concreti dal punto di vista giurisprudenziale, della legge: sono acqua fresca. In pratica, producono effetti reali sulle persone e le loro attività, costretti a chiudere per l’azione di controllo delle Forze dell’ordine, ma, come il giudice conferma, il governo sta agendo fuori dalle norme dello Stato democratico, violando le leggi e non dando vere motivazioni.

Perché sono acqua fresca? Il Dpcm, “non è di natura normativa ma ha natura amministrativa”. Per tanto, per funzionare, dovrebbe per forza di cosa far riferimento ad una qualche legge. Eppure i Dpcm non lo fanno, comprimono i diritti fondamentali, vista la pandemia, e basta. Anche diversi e autorevoli costituzionalisti avevano rilevato questo problema, dicendo che i Dpcm sono incostituzionali. Il tribunale civile di Roma cita per spiegarlo “tutti i Presidenti Emeriti della Corte Costituzionale, Baldassarre, Marini, Cassese”. Questo perché i Dpcm non hanno forza di legge.

Il Governo poteva intervenire con questo tipo di provvedimento in una situazione di stato di guerra. Quelle vere, dove la gente spara, i palazzi crollano, ecc… Ma la guerra vera non c’è. E non vi è neanche “nessuna legge ordinaria che attribuisce il potere al Consiglio dei Ministri di dichiarare lo stato di emergenza per rischio sanitario”. Ne deriva che tutti i Dpcm sono illegittimi. Anche i Dpcm che disciplinano la fase 2 hanno lo stesso problema. “Hanno imposto”, spiega il giudice entrando nei particolari, “una rinnovazione della limitazione dei diritti di libertà che avrebbe invece richiesto un ulteriore passaggio in Parlamento diverso rispetto a quello che si è avuto per la conversione del decreto ‘Io resto a casa’ e del ‘Cura Italia’ (cfr Marini). Si tratta per tanto di provvedimenti contrastanti con gli articoli che vanno dal 13 al 22 della Costituzione e con la disciplina dell’art 77 Cost., come rilevato da autorevole dottrina costituzionale”.

I Dpcm poi hanno anche il problema che per essere validi, come atti amministrativi, “devono essere motivati, ai sensi dell’articolo 3 della legge 241/1990. A tale obbligo non sono sottratti neanche i Dpcm”, spiega sempre il Tribunale. I Dpcm citano alla base delle proprie motivazioni le analisi del Comitato Tecnico Scientifico (Cts). E’ noto che tali analisi, quando sono state rese pubbliche dal governo, spiega il giudice, è accaduto a ridosso delle scadenze dei Dpcm stessi, perché per lungo tempo le analisi sono stati classificati come riservate. Quindi le motivazioni restavano sconosciute. “Ritardo tale”, spiega il giudice, “da non consentire l’attivazione di una tutela giurisdizionale”. Per tanto l’obbligo della motivazione non è stato adempiuto. Per questo i Dpcm violano pure l’articolo 3 della legge 241/1990. In più queste motivazioni alla base dei Dpcm sono generiche, illogiche e viziate, determinando un vizio di eccesso di potere da parte del governo.

La Corte di Cassazione, sezione III civile, con la sentenza 28 settembre – 10 novembre 2020, n. 25164, torna ancora una volta sulla liquidazione del danno non patrimoniale.

Ribadisce il proprio costante orientamento in tema di personalizzazione, affermando che essa operi solo laddove si dimostrino circostanze specifiche ed eccezionali. Inoltre, i supremi giudici rilevano l’erroneità delle Tabelle di Milano allorché prevedono una somma complessiva per il danno alla salute e il danno morale. Infatti, nel calcolare l’aumento percentuale per la personalizzazione, occorre considerare il valore del solo danno biologico, depurato dalla componente morale del danno automaticamente, ma erroneamente, inserita nella tabella.

Il pretium doloris è una voce autonoma rispetto al danno biologico, poiché è una sofferenza interiore, non relazionale e insuscettibile di accertamento medico-legale; tale pregiudizio è «meritevole di un compenso aggiuntivo al di là della personalizzazione prevista per gli aspetti dinamici compromessi». La componente morale del danno va accertata, caso per caso, pertanto, non può considerarsi sempre presente.

Sommario

La vicenda
Le questioni di diritto: la personalizzazione e il danno morale
Il risarcimento del danno in caso di personalizzazione
La personalizzazione del danno alla salute
Vademecum per la liquidazione del danno alla salute e del danno morale
La dimostrazione del danno morale: la prova presuntiva
Conclusioni
La vicenda
Un uomo, mentre attraversava la strada, veniva investito da un’auto pirata. La vettura risultava rubata e il conducente non veniva identificato. Il danneggiato agiva nei confronti dell’impresa designata dal fondo di garanzia per le vittime della strada chiedendo la condanna al risarcimento dei danni patiti. In primo grado, la domanda attorea veniva rigettata, atteso che l’uomo non aveva dimostrato che il veicolo fosse stato impiegato contro la volontà del proprietario.

Il danneggiato interponeva appello e, in sede di gravame, gli veniva riconosciuto un risarcimento di oltre 200 mila euro. Il giudice liquidava il danno impiegando le Tabelle di Milano e aumentava l’importo del 25% tramite la personalizzazione, poiché la vittima non avrebbe più potuto svolgere attività fisiche. Inoltre, riconosceva un’ulteriore somma a titolo di danno morale, al di là della personalizzazione, per la sofferenza patita.

La compagnia assicuratrice ricorre in Cassazione contestando la modalità di liquidazione del danno.

Le questioni di diritto: la personalizzazione e il danno morale
La Suprema Corte, con la pronuncia in commento, individua quali siano i presupposti:

per la determinazione del quantum debeatur risarcitorio, in relazione alla cosiddetta personalizzazione del danno alla salute;
per il risarcimento del danno morale, non avente fondamento medico-legale,
per la distinzione tra la personalizzazione del danno alla salute e la liquidazione dei pregiudizi morali non aventi fondamento medico-legale.


Il risarcimento del danno in caso di personalizzazione
La compagnia assicuratrice si duole della circostanza per cui il giudice del gravame abbia accordato la personalizzazione del danno senza addurre alcuna circostanza che la giustificasse. La Suprema Corte accoglie la censura e si sofferma sull’istituto. La personalizzazione consente al giudice di aumentare (o diminuire) il risarcimento in base alle circostanze del caso concreto. Si ricorda che le conseguenze dannose possono distinguersi in:

conseguenze comuni a tutte le persone, in dipendenza da quella tipologia di danno;
conseguenze peculiari del caso concreto, in cui il pregiudizio sofferto dalla vittima sia superiore alla media.
L’insieme di tali conseguenze costituisce un danno non patrimoniale. Pertanto, il risarcimento di questa tipologia di pregiudizio avviene sulla base di una duplice valutazione:

la liquidazione del danno forfettariamente individuato – relativamente alle conseguenze ordinarie,
la liquidazione ulteriore a seguito della personalizzazione – relativamente a conseguenze peculiari.
Quindi, il giudice di merito, nella propria valutazione, utilizza come parametro standard le tabelle, che sono volte alla riparazione delle conseguenze ordinarie, ossia al risarcimento del pregiudizio che qualunque vittima avrebbe patito in circostanze analoghe. Per superare il risarcimento quantificato forfettariamente, occorre che nel dibattito processuale siano emerse specifiche circostanze di fatto, peculiari della fattispecie, caratterizzate dalla irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale nella specie considerata (Cass. 15084/2019)


La personalizzazione del danno alla salute
Gli artt. 138 e 139 del Codice delle assicurazioni private prevedono un aumento percentuale del risarcimento nel caso in cui la menomazione incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali della vittima. Con tale espressione si fa riferimento a circostanze eccezionali e specifiche. Pertanto, non è possibile operare una variazione in aumento in relazione a danni che, nella stessa situazione, qualunque vittima avrebbe patito. In quanto, tali pregiudizi sono già considerati nella liquidazione tabellare (Cass. 7513/2018, Cass. 10912/2018, Cass. 23469/2018, Cass. 27482/2018, Cass. 28988/2019). Nella fattispecie oggetto di scrutinio, il giudice di merito ha “concesso” la personalizzazione, poiché il danneggiato non poteva più svolgere attività fisica e anche perché mancavano elementi utili a valutare la perdita di capacità lavorativa generica e specifica. In tal modo, sono stati commessi due errori di diritto.

La personalizzazione trova giustificazione esclusivamente a seguito dell’accertamento di circostanze eccezionali, diverse da quelle che solitamente derivano da una simile menomazione. La perdita della capacità di lavoro specifica attiene al danno patrimoniale ed esula dal danno biologico, mentre la lesione della capacità di lavoro generica è ricompresa nelle conseguenze ordinarie del danno alla salute. Pertanto, non opera la personalizzazione.
L’impossibilità di compiere attività fisica è una conseguenza ordinaria della lesione. Utilizzare la personalizzazione si traduce nel liquidare due volte lo stesso danno: prima, come pregiudizio alla salute e, poi, a titolo di personalizzazione, ma in assenza delle circostanze eccezionali e specifiche che la giustificano.
Vademecum per la liquidazione del danno alla salute e del danno morale
Il danno morale è il patimento sofferto dalla vittima, anche denominato pretium doloris. Si tratta di una voce autonoma di danno che non rientra nel danno biologico. Infatti, è una sofferenza interiore e non relazionale, «meritevole di un compenso ulteriore, al di là della personalizzazione prevista per gli aspetti dinamico relazionali compromessi» (Cass. 910/2018; Cass. 7513/2018; Cass. 28989/2019). In tal senso depone anche il dettato normativo, ossia l’art. 138 c. 2 lettere a) ed e) Codice delle assicurazioni private.

L’autonomia del danno morale rispetto al danno biologico emerge anche dalla circostanza che:

·non è suscettibile di accertamento medico legale,
è uno stato di sofferenza che prescinde dalle vicende dinamico-relazionali.
Al lume di quanto sopra, il giudice di merito, nella liquidazione del danno, biologico e morale, deve:

accertare, caso per caso, la sussistenza di un concorso del danno dinamico-relazionale e del danno morale;
nel caso in cui sia ravvisabile il danno morale, liquidare tale pregiudizio applicando integralmente le tabelle di Milano, che prevedono la entrambe le voci di danno con l’indicazione di un valore monetario complessivo (dato dalla somma di ambedue le voci di danno);
nel caso in cui non sia ravvisabile il danno morale, nella liquidazione va considerata solamente la voce del danno biologico, da cui va eliminato l’aumento tabellare previsto per il danno morale,
nel caso in cui ricorrano i presupposti per applicare la personalizzazione (ossia ricorrano circostanze eccezionali e specifiche), procedere all’aumento fino al 30% del valore del solo danno biologico, depurato dalla componente morale del danno automaticamente (ma erroneamente) inserita in tabella (vedasi art. 138 c. 3 CAP).
La Suprema Corte ricorda come le Tabelle di Milano prevedano la liquidazione del danno biologico e morale; tuttavia, rileva altresì l’erroneità della indicazione di un valore monetario complessivo, dato dalla sommatoria delle due poste di danno.

La dimostrazione del danno morale: la prova presuntiva
La giurisprudenza della Corte è costante nel ritenere che il danno morale non possa ritenersi in re ipsa, ma, trattandosi di un danno immateriale, il ricorso alla prova presuntiva assume un rilievo determinante. Il danneggiato deve allegare i fatti costitutivi del diritto al risarcimento, «con specifico riguardo alle conseguenze pregiudizievoli causalmente riconducibili alla condotta, l’attività assertoria deve consistere nella compiuta descrizione di tutte le sofferenze di cui si pretende la riparazione».

Il giudice può riconoscere come esistente un certo pregiudizio in tutti i casi in cui si verifichi una determinata lesione, in base alle massime di esperienza.Queste ultime si traducono in una regola di giudizio basata su leggi naturali, statistiche, di scienza o di esperienza, comunemente accettate in un determinato contesto storico.

Ciò premesso, al fine di accertare il danno morale è possibile ricorrere al ragionamento probatorio fondato sulle massime di esperienza. Del resto, si tratta dello stesso ragionamento posto alla base del sistema tabellare, a mente del quale ad un certo tipo di lesione corrispondono determinate menomazioni dinamico relazionali, sulla scorta dell’id quod plerumque accidit. Un criterio logico e presuntivo applicabile è quello di proporzionalità diretta: tanto più grave è la lesione della salute, quanto maggiore sarà il correlato danno morale.

Conclusioni
La Suprema Corte cassa la sentenza impugnata e decide nel merito, riconoscendo al danneggiato:

la somma di oltre 160 mila euro a titolo di danno biologico e morale,
con eliminazione delle poste di danno relative alla personalizzazione (circa 29 mila euro) perché non spettante,
con eliminazione del danno morale (circa 20 mila euro) poiché già ricompreso nel valore monetario previsto dalle tabelle.
Infatti, la sentenza gravata, erroneamente, ha concesso la personalizzazione atteso che le conseguenze lamentate dalla vittima erano le conseguenze standard derivanti da un evento lesivo simile. Inoltre, la liquidazione di un importo ulteriore, a titolo di danno morale, da parte del giudice di merito, è stata giudicata erronea, poiché il pretium doloris era già ricompreso nel valore monetario complessivamente indicato nella tabella applicata (di cui la Corte ha rilevato l’erroneità).

L’ordinanza in commento, emessa dalla Sez. II del Tribunale di Palermo in data 25 settembre 2020, si inserisce nel panorama di quelle decisioni giurisprudenziali concepite con l’obiettivo di dirimere controversie insorte per l’effetto della situazione emergenziale provocata dalla diffusione epidemiologica del virus Covid-19 (cui ha fatto seguito la chiusura di gran parte delle attività economico-commerciali), dando concreto impulso ad un inedito bilanciamento nel rapporto sinallagmatico tra le obbligazioni dei locatori e dei conduttori.
Nel caso di specie, il proprietario di un immobile con destinazione ad uso commerciale intimava lo sfratto per morosità al conduttore, per non aver corrisposto regolarmente i canoni mensili nei modi e nei tempi previsti dal relativo contratto di locazione.
A seguito dell’opposizione dell’intimato, il quale dava prova dell’intervenuto pagamento di una parte dei canoni arretrati, il locatore richiedeva al Giudice l’emissione di una ordinanza provvisoria di rilascio dell’immobile, ai sensi dell’art. 665 c.p.c.
Ebbene, l’Autorità giudicante ha rigettato tale richiesta, in considerazione dei gravi motivi legati all’interruzione forzata dell’attività commerciale da parte del conduttore, in alcun modo ascrivibile alla volontà di quest’ultimo, e tenuto contro altresì dei parametri normativi sanciti dal comma 6-bis dell’art. 3 del decreto legge n. 6/2020, il quale – come noto – stabilisce che “il rispetto delle misure di contenimento del contagio di cui al presente decreto è sempre valutato ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”.
In particolare, il Giudice ha respinto la richiesta formulata dal locatore in quanto “nella fattispecie oggetto del presente giudizio non può ritenersi sussistente un inadempimento grave del conduttore, stante la grave situazione di emergenza sanitaria a causa del Covid-19, che ha portato all’adozione dei provvedimenti governativi di chiusura degli esercizi commerciali per più di tre mesi. L’art. 91 del D.L. n. 18 del 2020, infatti, consente di valutare il rispetto delle misure di contenimento ai fini dell’esclusione ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218 e 1223, della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi pagamenti”.
Senza dubbio alcuno, preme segnalare che il successivo pagamento da parte del conduttore – seppur parziale – ha ricoperto un ruolo determinante nell’emissione del provvedimento in analisi, ma vale la pena soffermarsi sull’importanza del principio statuito dal Tribunale di Palermo, il quale ha attribuito una valenza giuridica alle situazioni di inadempimento correlate alle misure restrittive adottate dall’autorità pubblica nel contrasto al Covid-19, in un’ottica di maggiore tutela in favore del conduttore.
Alla luce di tali considerazioni, il Giudice ha rigettato sia la richiesta di emissione dell’ordinanza provvisoria di rilascio dell’immobile che di la correlata richiesta di ingiunzione riferita ai canoni di locazione arretrati, onerando le parti – in vista della successiva udienza – di esperire il tentativo obbligatorio di mediazione, finalizzato ad una composizione bonaria della lite, che alla luce dell’ordinanza in commento sarà più facile realizzare.

Si deve ritenere altamente probabile (e non solo possibile) che la malattia letale che ha colpito il militare sia stata causata o, comunque, favorita dalle numerose vaccinazioni subite dallo stesso nell’arco di appena otto mesi.
Corte di Appello di Lecce – Sezione lavoro, relatore dott. Vittorio Delli Noci – Sentenza n. 1712 del 24 giugno 2014
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO lTALIANO
La Corte di Appello di Lecce – Sezione Lavoro
Riunita in Camera di consiglio e composta dai seguenti Magistrati:
1) dott. Vittorio Delli Noci Presidente relatore
2) dott.ssa Daniela Cavuoto Consigliere
3) dott.ssa Caterina Mainolfi Consigliere
ha emesso la seguente
SENTENZA
nella causa civile in materia di lavoro, previdenza ed assistenza, in grado di appello, iscritta al n. 3076/2011 del Ruolo Generale Sez. Lav. App., promossa
DA
M.P. e M.L., in proprio e quali eredi di M.F., rappresentati e difesi dall’avv. Francesco Terruli, come da mandato in atti. APPELLANTE
CONTRO
MINISTERO DELLA SALUTE, in persona del Ministro in carica, difeso dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Lecce, presso i cui uffici è domiciliato.
N O N C H E’
AZIENDA SANITARIA LOCALE LECCE, in persona del Direttore Generale pro-tempore, rappresentata e difesa dall’ avv. Maria Cristina Basurto, come da mandato in atti.
E
REGIONE PUGLIA, in persona del Presidente pro-tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Adriana Shiroka, come da mandato in atti. APPELLATA
OGGETTO: Indennizzo ex art. 2 della legge n. 210/92.
APPELLO avverso sentenza del Tribunale di Lecce n. 7486/10 del 26.5/21.7.2010.
Alla udienza del 13.6.2014 la causa è stata decisa sulle conclusioni come in atti riportate.
SVOLGIMENTO DEL PBOCESSO
Con ricorso depositato il 3.11.2008 M.P. e M.L., in proprio e quali eredi di M.F., in proprio e quali eredi del figlio M.F., premesso:

  • che in data 5.3.2003 a seguito del decesso del figlio avvenuto in data 26.9.2001 per “leucemia mieloide acuta tipo M2” avevano chiesto l/assegno una tantum di cui all’art. 2 della legge n. 210/92, assumendo che la malattia che aveva portato al decesso del figlio era stata causata dalle vaccinazioni a lui somministrate, quale volontario di ferma breve durante il periodo dal 3.7.2000 al 7.3.2001, in previsione di operazioni fuori area;
  • che il C.M.O. di Taranto, con processo verbale del 2.8.2005, aveva confermato il giudizio medicolegale di “leucemia rnieloide acuta”, ma non aveva riconosciuto il nesso causale tra le somministrazioni vaccinali e l’insorgenza della malattia;
  • che il successivo ricorso amministrativo al Ministero della Salute era stato respinto; tanto premesso, chiedevano al Giudice del Lavoro di Lecce il riconoscimento in loro favore dell’indennizzo di cui all’art. 2 della legge n. 210/92 e successive modifiche, con la conseguente condanna del Ministero della Salute, della Regione Puglia e della Azienda sanitaria Locale di Lecce al pagamento della somma di € 150.000,00 a titolo di assegno una tantum.
    Si costituivano il Ministero, la Regione e la A.S.L. LE ed eccepivano tutte il proprio difetto di 1egittimazione passiva; nel merito, contestavano ogni avversa pretesa e deduzione.
    Il Tribunale di Lecce, quale Giudice del Lavoro, con sentenza del 26.5.2010, ritenuta la legittimazione passiva del solo Ministero della salute, rigettava la domanda nel merito, avendo escluso nei ricorrenti la condizione di “soggetti a carico” della persona deceduta.
    Proponevano appello proprio e quali eredi del figlio M.F.con ricorso depositato il 29.6.2011 ed eccepivano la erronea valutazione delle circostanze di causa e la erronea applicazione di norme di diritto.
    In particolare, rilevavano che l’art. 1 comma 3 della legge n. 238/97 aveva modificato sul punto la legge n. 210/92, consentendo il riconoscimento del diritto anche “nel caso in cui il reddito della persona deceduta non rappresenti l’unico sostentamento della famiglia”.
    Quanto alla legittimazione passiva, pur concordando con la decisione del giudice di primo grado (che aveva dichiarato come unico legittimato il Ministero), chiedevano il coinvolgimento anche degli altri Enti, in quanto deputati alla corresponsione dell’indennizzo.
    Concludevano, pertanto, chiedendo, in riforma della impugnata sentenza, l’accoglimento della domanda come a suo tempo proposta.
    Si costituiva il Ministero della Salute con memoria del 9.5.2013 e contestava la fondatezza dell’ appello, del quale chiedeva l’integrale rigetto.
    Si costituivano anche la A.S.L. LE e la Regione Puglia con memorie del 10 e 17.5.2013 e ribadivano il proprio difetto di legittimazione passiva e, nel merito, la infondatezza delle avverse pretese.
    Con ordinanza del 7.6.2013 questa Corte disponeva C. T. U. medico-legale al fine di accertare se la morte di M.F.. potesse essere addebitata o meno alle vaccinazioni da lui praticate.
    Il C.T.U. designato, dott. M. Portaluri, specialista in oncologia, depositava in data 22.5.2014 relazione scritta ed allegati.
    Alla odierna udienza di discussione, la causa veniva decisa, sulla base delle conclusioni di cui in atti, come da separato dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Va innanzi tutto riaffermata la esclusiva legittimazione passiva del Ministero della salute nella presente controversia, cosi come correttamente ritenuto dal giudice di primo grado, alla luce della più recente giurisprudenza della S.C. (Cass. 13.10.2009 n. 21703; Cass. 28.12.2011 n. 29311).
Sulla decisione del primo giudice, peraltro, non c’è stata alcuna specifica censura; gli appellanti, infatti, pur concordando con la decisione del giudice di primo grado (che aveva dichiarato come unico legittimato il Ministero), si sono limitati a chiedere il coinvolgimento anche degli altri Enti, in quanto deputati alla corresponsione dell’indennizzo.
Trattasi, però, di questione avente carattere amministrativo interno, che non può essere delibata da questo giudice.
Entrando nel merito, gli appellanti hanno rilevato che l’art. 1 comma 3 della legge n. 238/97 ha modificato sul punto la legge n. 210/92, consentendo il riconoscimento del diritto anche “nel caso in cui il reddito della persona deceduta non rappresenti l’unico sostentamento della famiglia”.
In particolare, la legge n. 238/1997 ha introdotto una importante innovazione alla legge n. 210/92, stabilendo, all’art. 1 comma 3°, che: “Qualora a causa delle vaccinazioni o delle patologie previste dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210, sia derivata la morte, l’avente diritto può optare fra l’assegno reversibile di cui al comma 1 e un assegno una tantum di lire 150 milioni. Ai fini della presente legge, sono considerati aventi diritto, nell’ ordine, i seguenti soggetti: il coniuge, i figli, i genitori, i fratelli minorenni, i fratelli maggiorenni. I benefici di cui al presente comma spettano anche nel caso in cui il reddito della persona deceduta non rappresenti l’unico sostentamento della famiglia”.
Tale norma è limitata, ex comma 8 della medesima legge, al solo anno 1997.
Ciò, tuttavia, non comporta la automatica operatività della originaria disposizione di cui al!’ art. 2 comma 3 della legge n. 210/92, che concede il beneficio ai soli “soggetti a carico”, e cioè a coloro che vivono “a carico” della persona deceduta, con la precisazione che i suddetti benefici “spettano anche nel caso in cui il reddito della persona deceduta non rappresenti l’unico sostentamento della famiglia”.
Nella specie, non può non rilevarsi che M.F. all’epoca del decesso, pur militare di leva, risultava residente presso l’abitazione dei suoi genitori ed era, quindi, con questi convivente.
Ciò premesso, la Corte ha disposto una C.T.U. medico-legale diretta ad accertare se la morte di Z potesse essere addebitata o meno alle vaccinazioni da lui praticate.
Il C.T.U. designato, dott. M. Portaluri, specialista in oncologia, sulla base della documentazione esibita e dopo ampia dissertazione scientifica, ha concluso nel senso che “le vaccinazioni e le esposizioni denunciate possono aver rivestito solo il ruolo di occasione (evento non necessario e normalmente non sufficiente, distinto dalla causa per la mancanza di idoneità a produrre l’effetto che è sproporzionato rispetto all’ azione) e non di concausa” dell’evento ed ha, quindi, in sostanza escluso un nesso di casualità tra i fatti denunciati e l’evento morte.
Tale giudizio il C.T.U. ha ribadito anche a fronte delle osservazioni critiche mosse alla relazione dal consulente di parte, affermando di non avere trovato letteratura pubblicata con metodo “peer-review” sull’argomento e confermando che gli elementi scientifici disponibili, oltre all’insuperata questione cronologica, lasciavano il nesso di causalità – nel caso in esame – nell’ ambito delle “possibilità” ma non delle “probabilità” (criterio quest’ ultimo che la giurisprudenza della S.C. adotta ai fini del riconoscimento della sussistenza del nesso eziologico).
In particolare, il C.T.U. ha evidenziato che “la leucemia è un processo multistep che come tutte le neoplasie richiede un tempo di latenza più breve in genere delle neoplasie solide ma comunque stimato in termini di almeno 5 anni dall’inizio della esposizione.
Nel caso specifico l’insulto costituito dalle vaccinazioni, ancorché molto indiretto in quanto esercitato sul sistema immunitario e non sul processo di cancerogenesi, unitamente a quello dei campi elettromagnetici risulta coincidente o immediatamente precedente l’insorgenza della malattia.
Tra quest’ ultima ed i denunciati agenti causali, ancorché deboli e non specifici, non vi è il necessario tempo di latenza che è una condizione imprescindibile per dichiarare il nesso di causalità.
Risulta quindi assente il criterio cronologico (tempo di latenza troppo breve tra agenti e patologia) ed il criterio della idoneità qualitativa e quantitativa (assenza di evidenza scientifica certa e diretta tra agenti e leucemia) ” .
Le vaccinazioni orali e intramuscolari, per un totale di 11 somministrazioni, iniziarono nel luglio 2000, mentre la leucemia mieloide acuta H2 fu diagnosticata nel settembre 2001.
Le valutazioni del dott. Portaluri, seppur pregevoli, non hanno però tenuto conto di un dato epidemiologico impressionante, Si deve ritenere altamente probabile (e non solo possibile) che la malattia letale che ha colpito il militare sia stata causata o, comunque, favorita dalle numerose vaccinazioni subite dallo stesso nell’arco di appena otto mesi.
Il dott. Montinari ha precisato (fatto non contestato) che negli otto mesi considerati al M.F.~ (che – si badi bene – aveva sempre goduto di buona salute) furono somministrati ben 404,1 microgrammi di mercurio e addirittura 5.472 microgrammi di alluminio, dosi documentalmente lesive nell’etiopatogenesi di neoplasie, e, all’uopo, ha citato ampia letteratura scientifica internazionale.
Quanto al criterio cronologico, è pacifico che i primi sintomi della malattia sono insorti dopo le somministrazioni vaccinali del febbraio 2001 e la patologia si è manifestata nel sistema emolinfatico, proprio laddove hanno agito i vaccini contenenti mercurio e alluminio.
Significativo è poi il fatto rappresentato dalla insorgenza della prima grave epistassi (segno clinico di empatia) lo stesso giorno (7.3.2001) in cui il M.F. venne sottoposto alla vaccinazione anti Epatite A e B associata e Anti meningococcica.
Si aggiunga la imponenza del quadro epidemiologico generale, quale evidenziata dall’elenco della Direzione Generale della Sanità Militare esibito alla udienza odierna, in cui sono riportati i numerosissimi nominativi di tutti i militari colpiti da neoplasie in un arco temporale limitato, nonchè la relazione parlamentare di inchiesta sul fenomeno approvata il 12.2.2008, in cui si auspica l’avvio di un programma di verifica degli attuali schemi di vaccinazione, tramite l’accertamento della situazione immunologica del soggetto e, quindi, l’eventuale necessità e l’utilità di ripetizione della somministrazione, con riguardo alle modalità di preparazione dei vaccini e dei relativi schemi di somministrazione, “anche alla luce della presenza di metalli pesanti riscontrata sia nelle urine che nello sperma di taluni dei militari vaccinati”.
Il quadro offerto da tutti questi elementi probatori e fortemente indiziari non può non essere adeguatamente valutato dal giudice, al di là dei rilievi strettamente tecnici posti in luce dal c.t.u.. dott. Portaluri (che pure ha parlato di “possibilità”), sicchè si deve ritenere altamente probabile (e non solo possibile) che la malattia letale che ha colpito M.F.sia stata causata o, comunque, favorita dalle numerose vaccinazioni subite dallo stesso nell’arco di appena otto mesi.
L’appello, pertanto, deve essere accolto e, per l’effetto, deve essere affermato il diritto degli appellanti a percepire l’indennizzo di cui alla legge n. 210/1992 e successive modifiche, con la conseguente condanna del Ministero della Salute alla relativa prestazione, oltre interessi legali dal dovuto al saldo.
Le spese del doppio grado di giudizio seguono la soccombenza e vanno, quindi, accollate al Ministero della Salute.
Le spese verso la A.S.L. e la regione Puglia stimasi equo compensarle interamente fra le parti, sussistendone evidenti giusti motivi.
P.Q.M.
La Corte di Appello di Lecce – Sezione Lavoro, visto l’art. 437 c.p.c.;
definitivamente pronunciando sull’ appello proposto con ricorso del 29.6.2011 da M. e F., in proprio e quali eredi di M.F., nei confronti del Ministero della Salute, della A.S.L. Lecce e della Regione Puglia avverso la sentenza del 26.5.2010 del Tribunale di Lecce, cosi provvede:
Dichiara la legittimazione passiva del Ministero della Salute nella presente controversia.
Accoglie l’appello e, per 1’effetto, dichiara il diritto degli appellanti a percepire l’indennizzo di cui alla legge n. 210/1992 e successive modifiche; in conseguenza, condanna il Ministero della Salute alla relativa prestazione, oltre interessi legali dal dovuto al saldo.
Condanna il Ministero della Salute al pagamento delle spese del doppio grado, liquidate, ex D.M. n. 55/14, in € 6.000,00 quelle di primo grado ed in € 7. 000 ,00 quelle di secondo grado, oltre accessori e contributo spese forfetarie come per legge.
Dichiara compensate le spese verso la A.S.L. Lecce e la Regione puglia.
In Lecce il 13.6.2014.



La Cassazione ha stabilito la revoca dell’assegno di mantenimento per una donna che, pur mantenendo domicilio e residenza diversi, aveva una relazione stabile con periodi continui di convivenza con il nuovo compagno

Comincia a complicarsi la situazione di molti ex coniugi che hanno iniziato non solo rapporti stabili con nuovi compagni e compagne, ma anche vere e proprie forme di convivenza mascherata, ovvero rapporti in cui si trascorra un numero consistente di giorni e notti insieme pur mantenendo domicilio e residenza formalmente distinti. La Cassazione ha stabilito, con una sentenza del 16 ottobre 2020 che farà discutere, che in questi casi viene meno l’obbligo alla corresponsione dell’assegno di mantenimento da parte del precedente coniuge.

La vicenda a Reggio Calabria
Nel caso che ha originato la pronuncia, verificatosi a Reggio Calabria, una donna divorziata aveva avviato una nuova relazione stabile con un uomo, da anni, ma non conviveva ufficialmente con il nuovo compagno. L’ex marito, che da anni versava l’assegno mensile di mantenimento, sosteneva che, nonostante i diversi indirizzi di residenza e di domicilio, la ex consorte, di fatto, vivesse insieme all’uomo, con cui si vedeva ogni giorno e con il quale trascorreva più notti nel corso della settimana. L’azione legale ha proposto che il mantenimento venga rimodulato, o addirittura revocato. Con una sentenza che darà spazio a un ampio dibattito, la Corte di Cassazione ha dato ragione all’ex marito: il diritto all’assegno di divorzio può essere revocato nel caso in cui la donna abbia una relazione sentimentale con periodi più o meno lunghi di convivenza, tanto da considerare come stabile la nuova unione.

L’assegnazione della casa e l’emolumento mensile
Nel caso specifico, la Corte d’appello di Reggio Calabria aveva disposto per il ricorrente l’obbligo di corrispondere alla ex 400 euro al mese e aveva respinto l’appello nel quale lui chiedeva la revoca dell’assegnazione della casa coniugale. La richiesta dell’uomo alla Cassazione era di annullare la sentenza in questione, mentre quella della ex moglie — che si opponeva — era invece di ricevere un sostegno ancora maggiore, ottenendo 700 euro mensili, sostenendo di non avere nessun reddito e che la relazione stabile e continua con un altro uomo non era mai stata dimostrata. Per il marito, i giudici in sede di appello avevano sbagliato nel «qualificare la fattispecie giuridica di famiglia di fatto»: pur non essendoci una convivenza sancita dalla legge o dalla comune residenza, la relazione della donna doveva considerarsi stabile e pure datata, perché lei e il compagno, oltre a frequentarsi quotidianamente, trascorrevano molti giorni — notti comprese — nella stessa casa.

Rapporto pluriennale, consolidato e ufficiale
La Cassazione ha dato ragione all’uomo. Nella sentenza si legge che quello dalla ex moglie col nuovo compagno è un rapporto pluriennale e consolidato, «pure caratterizzato da ufficialità, nonché fondato sulla quotidiana frequentazione con periodi più o meno lunghi di piena ed effettiva convivenza». Se per la Corte d’appello si trattava di una relazione «non sufficiente per ipotizzare la creazione di quella nuova famiglia di fatto», per la Cassazione sembrano non esserci dubbi: si tratta di un rapporto stabile e consolidato. Circostanza che ha portato all’annullamento della decisione di secondo grado.

Gli escamotage per superare il nodo della convivenza di fatto
Con l’ordinanza del 16 ottobre scorso è stato perciò accolto il ricorso dell’uomo che chiedeva la revoca dell’assegno di mantenimento, considerando il nuovo legame della ex consorte ufficiale e ormai datato. Nel testo i supremi giudici sottolineano il fatto che il rapporto è consolidato, come testimoniato dalla frequentazione quotidiana, con periodi più o meno lunghi di piena ed effettiva convivenza. Circostanza che basterebbe per ritenere che la relazione fosse più che stabile. Come osservano diversi matrimonialisti, spesso i coniugi separati o divorziati, destinatari di assegni di mantenimento mensili, danno vita a escamotage per non perderli. Uno dei più gettonati è quello di nascondere le nuove relazioni sentimentali stabili, che in molti casi comporterebbero la revoca dell’assegno. Spesso vengono nascoste anche le convivenze di fatto, creando un meccanismo di pernottamenti «random», distribuiti in modo da evitare quella continuità che potrebbe convincere un giudice a riconoscere, appunto, una convivenza o una relazione stabile: i compagni vengono ospitati per qualche giorno, a giorni alterni, nei week end, e il dato della residenza non viene mai modificato. La pronuncia di ottobre tende a evidenziare il fatto che i periodi di convivenza con il nuovo compagno non devono essere considerati singolarmente, ma complessivamente: in pratica la sommatoria dei periodi trascorsi insieme al nuovo compagno porta ad integrare il requisito della stabilità e della continuità, che porta alla decadenza dell’assegno. Un approccio che farà discutere perché si potrebbe obiettare che la sentenza della Corte rende più difficile, per le donne separate e divorziate, ricostruirsi una vita affettiva, esponendole inoltre a «indagini» e controlli da parte dell’ex coniuge.

Le restrizioni normative dovute all’emergenza da coronavirus giustificano la riduzione del canone (Tribunale Venezia, ordinanza 2 ottobre 2020) Con l’ordinanza 30 settembre – 2 ottobre 2020 (testo in calce) il Tribunale di Venezia non ha convalidato lo sfratto per morosità intimato a seguito del mancato pagamento dei canoni di rent to buy relativi ai mesi da dicembre 2019 a maggio 2020.

Il Tribunale ha ritenuto che il mancato (o perlomeno gravemente ridotto) godimento dei locali, destinati ad attività turistico-ricettiva, da parte del conduttore a causa delle restrizioni imposte dalla normativa emergenziale abbia comportato una impossibilità parziale sopravvenuta della prestazione del locatore.

Conseguentemente il conduttore, ai sensi dell’art. 1464 cod. civ., ha diritto di recedere dal contratto e/o di domandare la riduzione del canone; riduzione di cui, peraltro, si deve tenere conto ai fini della valorizzazione della gravità dell’inadempimento lamentato dall’intimante ai fini di una pronuncia in merito alla domandata risoluzione del contratto.

La controversia

Nel 2018 la società Alfa concedeva alla società Beta il godimento, tramite un contratto di rent to buy, di plurime unità immobiliari destinate ad attività turistico-ricettiva in territorio veneziano.

A partire dal novembre 2019, tuttavia, si susseguivano gravi eventi eccezionali e imprevedibili che impattavano sulla concreta utilizzabilità dei locali, cagionando evidenti conseguenze di natura economica che rendevano oltremodo difficile il pagamento dei canoni da parte di Beta: nel novembre e dicembre 2019, infatti, la città lagunare veniva colpita da plurimi e severi fenomeni di acqua alta che comportavano una drastica riduzione del turismo e dal marzo al maggio 2020 la specifica attività svolta da Beta, per il tramite degli immobili condotti, subiva un grave arresto in conseguenza delle misure emergenziali adottate dalle autorità statali e locali per contrastare la diffusione della pandemia da COVID-19.

Nonostante tale situazione la società Alfa, a fine maggio 2020, intimava a Beta lo sfratto per morosità, lamentando il mancato pagamento dei canoni da novembre 2019 a maggio 2020.

La società Beta si costituiva in giudizio, precisando di aver sempre onorato le obbligazioni di pagamento sino al mese di novembre 2019 e di aver, poi, interamente saldato tutti i canoni insoluti nel giugno 2020, seppur a seguito della ricezione dell’intimazione di sfratto. Parte intimata, inoltre, richiamava a propria difesa quanto disposto dall’art. 91, comma 1, D.L. n. 18/2020 (Decreto “Cura Italia”) in merito alla necessità di valutare il rispetto delle misure di contenimento dell’epidemia ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 cod. civ., della responsabilità del debitore. La società Beta, infine, lamentava di non aver potuto godere pienamente dei locali alla stessa concessi in godimento a causa degli avvenimenti eccezionali sopra indicati e di aver, conseguentemente, diritto ai sensi dell’art. 1464 cod. civ. ad una riduzione del canone pari al 90%, relativamente ai mesi da marzo a maggio 2020.

La decisione

Il Tribunale di Venezia, con l’ordinanza del 30.09.2020 depositata il 02.10.2020, non ha convalidato lo sfratto intimato, rigettando altresì l’istanza di rilascio ex art. 665 c.p.c.; ha infatti ritenuto che, quantomeno per i mesi da marzo a maggio 2020, a causa delle restrizioni imposte dalla normativa sanitaria in materia di COVID 19 la società intimata non ha potuto utilizzare – o perlomeno ha potuto utilizzare solamente in maniera ridotta – i locali oggetto di locazione attesa la loro destinazione turistico – ricettiva.

Tale mancato godimento è stato determinato, secondo il Tribunale, da una impossibilità parziale sopravvenuta della prestazione a carico del locatore, il quale deve garantire al conduttore il pieno e libero utilizzo degli immobili locati (o, in questo caso, concessi in uso tramite contratto di rent to buy).

Conseguentemente, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1464 cod. civ., il conduttore, ovvero la parte la cui prestazione non è divenuta impossibile, ha pieno diritto di domandare la riduzione della propria prestazione (id est: del canone) e/o il recesso dal contratto.

Atteso che, nel caso di specie, non era di certo intenzione del conduttore recedere dal contratto di rent to buy, il Tribunale ha riconosciuto che “occorre stabilire la riduzione del canone per il periodo di interesse e quindi per il periodo suddetto di lockdown (nonché in quello precedente di acqua alta)”.

Ed inoltre, se il conduttore ha diritto ad una congrua riduzione del canone, tale riduzione è determinante anche ai fini della valorizzazione della gravità dell’inadempimento lamentato dal locatore e, dunque, della pronuncia relativa alla richiesta risoluzione del contratto.

Il Tribunale, infine, non ha mancato di stigmatizzare la condotta del locatore che, notificando l’atto di intimazione di sfratto “in piena emergenza COVID”, non ha tenuto un comportamento ispirato ai canoni solidaristici ex art. 2 Cost.

A riguardo va, invero, ricordato il rilievo operato dall’Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte Suprema di Cassazione con la propria relazione 8 luglio 2020, n. 56, laddove ha precisato che “il dovere di correttezza viene considerato alla stregua di limite interno di ogni situazione giuridica soggettiva (attiva o passiva) contrattualmente attribuita, concorrendo alla relativa conformazione in senso ampliativo o restrittivo rispetto alla fisionomia apparente, per modo che l’ossequio alla legalità formale non si traduca in sacrificio della giustizia sostanziale e non risulti, quindi, disatteso quel dovere (inderogabile) di solidarietà costituzionalizzato (art. 2 Cost.), che, applicato ai contratti, ne determina integrativamente il contenuto o gli effetti (art. 1374 c.c.) e deve, ad un tempo, orientarne l’interpretazione (art. 1366 c.c.) e l’esecuzione (art. 1375), nel rispetto del principio secondo cui ciascuno dei contraenti è tenuto a salvaguardare l’interesse dell’altro, se ciò non comporti un apprezzabile sacrificio dell’interesse proprio.

Proprio la portata sistematica della buona fede oggettiva nella fase esecutiva del contratto ex art. 1375 c.c. assume assoluta centralità, postulando la rinegoziazione come cammino necessitato di adattamento del contratto alle circostanze ed esigenze sopravvenute. La correttezza è suscettibile di assolvere, nel contesto dilaniato dalla pandemia, la funzione di salvaguardare il rapporto economico sottostante al contratto nel rispetto della pianificazione convenzionale”.

Alla luce del provvedimento qui esaminato, dunque, ben si può sostenere che nei contratti di locazione ad uso diverso dall’abitativo (e/o nei contratti di rent to buy) incombe sul locatore l’obbligo di garantire al conduttore il godimento dell’immobile.

In caso di limitazione del godimento, dovuta a fatti eccezionali, imprevedibili e non imputabili al locatore, il conduttore ha diritto alla conseguente riduzione del canone; riduzione che ben potrà andare oggetto di negoziazione tra le parti, onde riequilibrare, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, le sorti del contratto.


La chirurgia estetica o plastica è una specializzazione medica che si differenzia per il particolare rigore dell’obbligo informativo dello specialista, obbligo informativo non limitato alla prospettazione del rischi, ma tale da dover contemplare anche la conseguibilità (o meno) di un miglioramento, in relazione alle aspettative estetiche del paziente, ed alle sue esigenze. Il paziente deve dunque essere completamente edotto non solo dei rischi, ma anche dei benefici.

La natura della prestazione del chirurgo plastico
Per quanto la distinzione fra prestazione di mezzi e prestazioni di risultato possa dirsi ormai superata, e rilevi solo a titolo nominalistico, la Suprema Corte ha in più occasioni (a partire dalla sentenza del 8 agosto 1985 n. 4394) qualificato la prestazione del chirurgo plastico come un’obbligazione di risultato.

In definitiva, il conseguimento di un risultato rappresenta la “cartina di tornasole” per valutare la correttezza dell’intervento estetico: questo vale massimamente negli interventi di natura “voluttuaria”, non necessari, cioè, da un punto di vista della cura medica.

Non mancano pronunce che invece la qualificano – la prestazione in parola – come di mezzi.

La chirurgia estetica soggiace al limite posto dall’art. 5 c.c., norma che consente gli atti di disposizione del proprio corpo, laddove non cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica o siano contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume.

Il trattamento chirurgico, oltre a presupporre il pieno consenso informato del paziente, non si caratterizza per il requisito dell’urgenza, tipico di altri interventi sanitari.

Le pretese risarcitorie derivanti da errati interventi di chirurgia estetica possono essere assai ingenti, anche perché, al di là delle conseguenze che essi comportano, il rapporto che si instaura con il chirurgo estetico, per le aspettative che implica, è del tutto peculiare.

Ciò comporta la necessità di un’informativa corretta, veritiera e completa, comprensiva anche dei possibili esiti estetici negativi dell’intervento.

I postumi cicatriziali non danno luogo a responsabilità del chirurgo estetico, secondo maggioritaria giurisprudenza, se siano stati prospettati correttamente al cliente e non derivino da negligenza nell’eseguire l’intervento.

La chirurgia estetica è di vario tipo: può tendere a ricostruire una condizione somatica deteriorata (per esempio a causa di infortuni). Può, ancora, ricostruire difetti naturali dell’uomo. Può, da ultimo, correggere imperfezioni e via dicendo.

L’obbligo informativo del chirurgo estetico
Si diceva che centrale, nella chirurgia estetica, è il dovere di informazione gravante sul chirurgo estetico, nel senso che il paziente ha l’incontrastato diritto “di conoscere esattamente le modalità, i risultati prevedibili ed i rischi possibili dell’intervento […]. La mancata acquisizione del consenso informato del paziente costituisce fonte autonoma di responsabilità, a prescindere dal fatto che l’operazione sia stata eseguita correttamente da un punto di vista tecnico” (ex pluribus Corte App. Roma, sez. II, 9 ottobre 2008, Massima redazionale, 2008).

Devono dunque essere prospettati dal sanitario, non solo i rischi dell’intervento, ma la configurabilità di un effettivo miglioramento dell’aspetto fisico.

In un caso giudiziario, si è discusso in particolare delle cicatrici residuate, a seguito dell’intervento estetico, da una ballerina (e spogliarellista …), con conseguente riconoscimento di responsabilità al professionista, per non avere correttamente informato la paziente sul punto. Nel caso di specie, si è ritenuto che il professionista avrebbe dovuto, in particolare, esibire le fotografie relative ad interventi di analoga natura (Cass. 8 agosto 1984 n. 4394), per consentire alla paziente di essere edotta dei possibili rischi.

Si deve dunque prospettare, in ogni caso, da parte del sanitario, tutto quanto attiene alle possibilità di ottenimento del risultato perseguito.

L’informazione deve perciò concernere i “benefici, le modalità di intervento, l’eventuale possibilità di scelta tra diverse tecniche operatorie e, infine, i rischi preventivabili in sede post operatoria, necessità, quest’ultima, da ritenersi particolarmente pregnante nella chirurgia estetica” (Cass. Civ. 6 ottobre 1997 n. 9705).

Sarà il medico convenuto, di fronte all’allegazione (avversaria) del proprio inadempimento, a dovere allegare e provare di avere esaustivamente informato il paziente sui rischi e sulle modalità dell’operazione.

In ogni caso, l’esistenza di un consenso informato, anche se corretto e adeguato, non vale ad escludere di certo la colpa del medico che abbia operato negligentemente o imperitamente ovvero in violazione delle leges artis (Cass. Pen. sez. IV 21 dicembre 2012 n. 4541).

Il chirurgo plastico, infatti, risponde dei danni patrimoniali e non patrimoniali riportati dal paziente in seguito a non corretto intervento chirurgico (nella specie: di chirurgia setto rinoplastica), sul paziente spettando l’onere di provare il contratto e l’aggravamento della patologia ovvero l’insorgenza di un aggravamento e l’inadempimento del medico (Trib. Bari, sez. II, 23 giugno 2011, Massima Redazionale 2011).

Un riferimento deve essere operato, per quanto attiene al consenso informato, alle Sentenze di San Martino del 2019.

La sentenza della Cassazione in tema di “consenso informato” (la n. 28985/2019), valida anche per la chirurgia estetica, ha, dal canto suo, delineato in particolare i margini di inquadramento e di risarcibilità in materia di consenso informato quanto alle cure mediche e farmacologiche ed alla violazione del principio di autodeterminazione.

Quanto in particolare alla regolazione del principio inerente l’onere probatorio, la Corte ha chiarito che il paziente, che alleghi l’inadempimento del sanitario sarà onerato della prova del nesso causale. Il discostamento della scelta del paziente dalla valutazione di necessità / opportunità dell’intervento non corrisponde all’id quod plerumque accidit, anche se tale prova potrà essere fornita con ogni mezzo, ivi compresi il cd. “notorio”, le massime di esperienza e le presunzioni.

Questa sentenza va adattata alla chirurgia estetica in cui si tratta, per lo pi, di un’obbligazione di risultato.

In ogni caso la lesione del consenso informato equivale ad una violazione della libertà di autodeterminazione del paziente ed il medico è tenuto a tutte le informazioni sui rischi e sulle complicanze possibili dell’intervento.

La giurisprudenza più recente
È il caso di proporre, per completezza, la giurisprudenza più recente che è intervenuta su tali tematiche.

In una recente sentenza la Suprema Corte afferma che nella valutazione del danno derivante da chirurgia estetica malriuscito, vanno valutati anche i profili psichici e dinamico-relazionali:

In sede di valutazione equitativa del danno biologico derivante da un intervento di chirurgia estetica malriuscito, il giudice di merito deve valutarne unitariamente tutte le componenti, tenendo conto anche dei profili psichico e dinamico-relazionali. Cassazione civile sez. III, 24/10/2017, n.25109

Per quanto attiene alle conseguenze inerenti il danno alla vita di relazione, la Suprema Corte ha precisato quanto segue:

La valutazione del danno da vita di relazione costituisce un profilo giuridico e non medico-legale e riguarda l’aspetto dinamico del danno biologico, come lesione all’integrità psico-fisica del danneggiato. In tale prospettiva, il giudice è chiamato a considerare tutti i diversi profili del danno non patrimoniale derivante da errato intervento chirurgico, valutandoli complessivamente, in considerazione delle ripercussioni sia sul piano estetico che psichico e relazionale. Cassazione civile sez. III, 24/10/2017, n. 25109

Ancora, in tema di incompletezza del depliant informativo:

In tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo del tutto generico, né rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente, che incide unicamente sulle modalità dell’informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto non adeguata l’informazione sui rischi connessi ad un intervento di cheratomia radiale, fornita ad una paziente mediante consegna di un “depliant” redatto dallo stesso oculista, che peraltro non riportava l’eventuale regressione del “visus”, statisticamente conseguente ad un simile intervento, anche quando correttamente eseguito). Cassazione civile sez. III, 04/02/2016, n.2177

Con la sentenza n. 19596/2020, pubblicata il 18 settembre 2020, le Sezioni Unite della Cassazione hanno risolto la questione ritenuta di particolare importanza circa il soggetto tenuto a proporre il procedimento di mediazione nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo affermando il seguente principio di diritto


Per la Cassazione, il padre è tenuto al contribuire al mantenimento della figlia che ha ottenuto lavori a tempo parziale e a tempo determinato e risiede presso la madre

La Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 19077/2020 ribadisce che non si può revocare il mantenimento disposto in favore della figlia, se dalle prove raccolte emerge che la ragazza di fatto non ha ancora raggiunto l’indipendenza economica visto che anche se ha iniziato a lavorare ha svolto lavori part-time e ha avuto solo contratti a termine. Gli Ermellini ricordano inoltre che i figli hanno diritto a mantenere un tenore di vita conforme alle risorse della famiglia e, e se possibile, simile a quello goduto precedentemente in famiglia.

Una decisione che chiude una vicenda che vede contrapposti da un alto un padre e dall’altra la ex moglie e la figlia maggiorenne e che in primo grado sfocia nel rigetto della domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile sollevata dalla ex moglie e nella riduzione a 180 euro del contributo al mantenimento per la figlia. Decisione a cui parte soccombente non si rassegna e che viene in parte riformata dalla Corte d’Appello, che ridetermina il contributo in favore della figlia in 300 euro mensili.

Per il padre nulla è dovuto alla figlia che lavora

Il padre però non accetta la decisione e ricorre in Cassazione, contestando quanto statuito dalla sentenza d’appello per i seguenti motivi:

prima di tutto il ricorrente denuncia la nullità della sentenza perché la ex moglie in appello ha avanzato una domanda nuova relativamente al mantenimento della figlia, nonostante l’assenza di prove idonee a dimostrare fatti sopravvenuti, nuove esigenze della figlia e svalutazione monetaria;
con il secondo motivo fa presente che, anche in base alle dichiarazioni della figlia, la stessa ha iniziato a lavorare, seppure con contratti a termine e part-time, per cui può considerarsi economicamente indipendente. La Corte d’appello quindi non ha applicato i principi giuridici sanciti in materia di mantenimento dei figli maggiorenni;
con il terzo lamenta la mancata ammissione di prove finalizzate a dimostrare le reali condizioni economiche dalla moglie, convivente con un altro uomo e il mancato ordine di esibizione da parte della Corte delle buste paga della figlia, al fine di accertare il reddito effettivo della stessa, non essendo sufficiente la valutazione delle buste paga di dicembre 2017 e dei primi 3 mesi del 2018.

Contributo dovuto, i contratti a termine non provano l’autonomia della figlia

La Corte di Cassazione, poco convinta delle ragioni sollevate dal padre, con l’ordinanza n.19077/2020 ne rigetta il ricorso per i motivi che si vanno a illustrare.

Per quanto riguarda il mantenimento della figlia la Corte ribadisce che il criterio ispiratore dei provvedimenti che riguardano i figli di genitori separati o divorziati è di tutelare il loro interesse primario. Il giudice non è vincolato dalla richieste e dagli accordi dei coniugi, anche se i figli sono maggiorenni, perché le esigenze di tutela sono le stesse, visto che anche il figlio maggiorenne può non essere ancora autosufficiente dal punto di vista economico.Non si può parlare, in relazione al contributo al mantenimento per i figli, di proposizione di una domanda nuova in appello. La Corte inoltre nel caso di specie, contrariamente a quanto affermato dal ricorrente, ha valorizzato le circostanze successive al 2015, anno della sentenza, per cui trattasi di fatti sopravvenuti.

Inammissibile il secondo motivo perché il padre contesta la ricostruzione fattuale della vicenda, fondando la sua denunciata violazione di legge sulla ritenuta “prova” dell’autosufficienza economica della figlia. Prova che in realtà non è stata raggiunta. La Corte infatti ha valutato la situazione della figlia nel suo complesso, tenendo conto delle buste paga, della residenza anagrafica presso la madre, della cessazione del lavoro in Svizzera. Informazioni da cui ha dedotto il mancato raggiungimento dell’autonomia economica da parte della figlia, ribadendo il diritto della stessa a conservare un tenore di vita, per quanto possibile, simile a quello goduto in famiglia.

Inammissibile infine anche il terzo motivo perché le censure criticano la valutazione effettuata dalla Corte, censurando la scelta delle risultanze probatorie idonee a sostenere la decisione, che come è noto non è sindacabile in sede di legittimità.

Il TFR del coniuge divorziato

Pubblicato: settembre 15, 2020 in Uncategorized

A certe condizioni, uno dei due coniugi divorziati ha diritto a ricevere dall’altro una particolare tutela: la percezione di una quota pari al 40% del trattamento di fine rapporto (TFR) dell’altro coniuge calcolato con riferimento all’arco di tempo in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Tale tutela si aggiunge alle altre previste dalla Legge sul Divorzio: la percezione di un assegno divorzile ed eventualmente di un assegno successorio, nonché il diritto alla pensione di reversibilità.

Il trattamento di fine rapporto (TFR) è un importo spettante al lavoratore alla cessazione del rapporto di lavoro subordinato. Solitamente viene chiamato anche “liquidazione”.
Se il lavoratore è un divorziato che versa già all’ex coniuge un assegno divorzile con cadenze prestabilite e quest’ultimo coniuge non si è risposato, il lavoratore a cui spetta il TFR è tenuto a versare all’altro coniuge anche una quota di detto TFR.
Questa particolare previsione è stata aggiunta alla Legge sul Divorzio da una successiva legge entrata in vigore il 12 marzo 1987 e si ritiene che si applichi solamente ai TFR riscossi posteriormente a tale data.

I presupposti del diritto alla quota di TFR

La Legge sul Divorzio riconosce al coniuge divorziato il diritto a percepire una quota del TFR dell’altro coniuge in presenza di due presupposti.
Innanzitutto il coniuge divorziato deve già percepire dall’ex lavoratore un assegno divorzile versato con cadenza periodica: in altri termini, se il coniuge non ha diritto all’assegno o lo ha ricevuto in un’unica soluzione, non avrà diritto alla quota del TFR dell’ex marito o dell’ex moglie.
In secondo luogo, il coniuge interessato alla quota del TFR dell’ex lavoratore non deve essere convolato a nuove nozze. Se il coniuge divorziato ha intrapreso una convivenza con un soggetto terzo può chiedere la quota del TFR dell’ex coniuge.

Quando nasce il diritto al TFR

Dal punto di vista temporale, il TFR può ovviamente maturare prima o dopo la pronuncia della sentenza di divorzio che regola i reciproci rapporti di dare e avere fra gli ex coniugi.
Se il TFR è maturato prima, ovviamente il diritto alla quota viene dichiarato dalla sentenza stessa: il Tribunale ha infatti tutti gli elementi per valutare le sostanze dell’uno e dell’altro coniuge.
Se il TFR viene a maturazione dopo la sentenza di divorzio, il coniuge interessato alla quota dovrà avanzare un’apposita istanza al Tribunale affinché il suo diritto sia accertato e riconosciuto (vedi scheda di modifica delle condizioni di divorzio). In tal caso il Tribunale valuterà se, al momento della richiesta, il divorziato richiedente rispetta i due presupposti richiesti dalla Legge sul Divorzio, ossia se già percepisce un assegno divorzile periodico dall’ex coniuge e se il suo stato civile è rimasto libero.

A quanto ammonta la quota di TFR

La Legge sul Divorzio afferma che la percentuale della quota di TFR dovuta all’ex coniuge divorziato corrisponde al 40% dell’indennità totale “riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio”.
In altre parole, il divorziato non ha diritto al 40% del TFR dell’ex marito o dell’ex moglie: tale 40% va rapportato all’arco di durata del matrimonio coincidente con il periodo di lavoro.
E’ pacifico che l’arco di durata del matrimonio’ comprende anche l’eventuale periodo di separazione legale, fino alla data della sentenza di divorzio: solo in questa data, infatti, si è definitivamente e sicuramente ottenuto lo scioglimento del vincolo matrimoniale o la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario.